Estate 2021, nei fiumi e torrenti fino al 65% di acqua in meno
Alla fine di questa estate il Tanaro scorre lento e porta i segni di una siccità prolungata. Dalle sponde, o da uno qualsiasi dei ponti che lo attraversano, è facile osservare il letto pallido del fiume. In molti punti affiorano pietre levigate dalla corrente e le marne grigie che nel resto dell’anno sono coperte dall’acqua.
Stessa situazione lungo gli altri corsi d’acqua dal Belbo al Borbore, dal Versa al Bormida. Poche gocce portate dai rari temporali sono tutto quello che è sceso dal cielo ad agosto. Una nota di Coldiretti Asti, pubblicata a fine mese, ha fatto il punto della situazione: “In Piemonte fiumi e torrenti hanno tra il 35 ed il 65% d’acqua in meno rispetto alle medie storiche degli anni precedenti”. La situazione più critica è nell’Alessandrino, dove non si registrano piogge significative da giugno.
Il paradosso è che, dati meteo alla mano, quella 2021 non è stata nemmeno l’estate più siccitosa in assoluto, primato che spetta al 1961. Piove meno ma quando capita cresce il rischio delle bombe d’acqua e delle grandinate che sono sempre più concentrare e devastanti per violenza e misura dei chicchi di ghiaccio. A Castelnuovo don Bosco quest’estate hanno dovuto intervenire le ruspe per togliere dalle strade la coltre ghiacciata.
Ci colpiscono i fenomeni, ma abbiamo meno la capacità di cogliere le conseguenze del riscaldamento globale in prospettiva. L’uomo vive un periodo di siccità, una grandinata, un’ondata di calore o un’alluvione e li percepisce come fenomeni indipendenti gli uni dagli altri. Raramente tiene conto della loro frequenza, della distribuzione nel corso degli anni, dei valori medi. Insomma, per valutare se e quanto il clima stia cambiando, non è rilevante quanto abbia fatto caldo in una singola giornata di agosto, o quanto abbia nevicato a gennaio di un singolo anno.
Iniziano a essere rilevanti quando sono messi a raffronto con lo stesso dato nel corso di un periodo sufficientemente lungo, in modo da rendere evidente una tendenza. E i dati di cui disponiamo disegnano una tendenza indiscutibile: il pianeta si sta surriscaldando a causa delle emissioni provocate dalle attività umane. Questo non ha frenato certe testate dal titolare Riscaldamento globale? Ma se fa freddo (Libero, 6 maggio 2019) e continua a circolare l’obiezione “il clima è sempre cambiato”. Un’affermazione, quest’ultima, tutt’altro che falsa.
Ma va contestualizzata e la storia climatica dell’Astigiano ci viene in aiuto. Quando si pensa al passato remoto delle nostre colline, il pensiero va ai fossili conservati nei terreni su cui oggi crescono vigneti e boschi. Cinque milioni di anni fa il Miocene lasciava il posto al Pliocene, nomi convenzionali con cui indichiamo epoche durante le quali anche nell’attuale Nord Italia mutarono radicalmente la geografia e il clima.


C’era un ghiacciaio a 25 chilometri dall’Astigiano
Si ritirava verso est il Golfo Padano, un mare caldo nel quale avevano nuotato le balene di cui oggi ammiriamo i resti nella mostra “Balene Preistoriche” alla ex Chiesa del Gesù (vedi scheda in questa pagina). Sulle coste frastagliate di quel mare, il clima evolveva da sub tropicale a uno più temperato. Si stabilizzarono stagioni simili a quelle attuali, anche se tutti gli indicatori fossili suggeriscono che le temperature fossero comunque 2-3 gradi superiori a quelle attuali.
Con l’avvento del Pleistocene, 2,5 milioni di anni fa, il profilo dei continenti continuò a cambiare fino ad assumere sostanzialmente quello che ha ancora oggi. Questo non significa che avremmo riconosciuto l’Astigiano, ricoperto com’era di faggi, salici, aceri, pioppi e conifere. Nelle radure si potevano incontrare i dinosauri, rettili e grossi mammiferi che ben presto avrebbero dovuto confrontarsi con un drammatico sconvolgimento climatico. Nel corso dei quattro cicli glaciali iniziati 1,2 milioni di anni fa, le propaggini del Ghiacciaio Balteo – così chiamato perché seguiva un percorso simile all’attuale Dora Baltea – si spinsero a sud fin oltre Ivrea.
Tra Caluso e Aglié sono state rinvenute evidenze geologiche che oggi ci consentono di immaginare un ghiacciaio ad appena 25 chilometri da Albugnano. Le tribù nomadi di cacciatori e raccoglitori che attraversavano la Pianura Padana intorno a 15mila anni fa furono gli ultimi testimoni di quella fase climatica.
Un clima più mite nella Asti romana poi secoli freddi

Quelle genti avevano familiarità con un paesaggio che era quello della steppa, con arbusti e conifere che si riflettevano sui laghi di Avigliana, d’Orta e Maggiore, lasciati in eredità dall’arretramento dei ghiacciai. La transizione verso condizioni più miti fu bruscamente interrotta 12.800 anni fa da un periodo freddo lungo poco più di mille anni. Infine, con l’Olocene, 11.500 anni fa, i ghiacciai si ritirarono definitivamente sulle Alpi.
Si stima che le temperature medie aumentarono di cinque gradi, per poi stabilizzarsi sulle condizioni temperate che hanno caratterizzato la storia recente delle nostre zone. Non mancarono comunque fluttuazioni di 2/2,5 gradi, che possono sembrare poca cosa ma che influenzarono notevolmente la storia delle popolazioni locali. Una fase climatica particolarmente mite favorì senz’altro l’espansione di Roma verso nord. Quando Asti divenne una città dell’Impero romano, tutta Europa viveva il cosiddetto “optimum termico dell’Età Romana”.
Era più semplice viaggiare e comunicare attraverso le Alpi, anche nei mesi invernali, e la coltivazione di alcune specie come l’ulivo e la vite si diffusero molto più a nord di prima. Una seconda fase calda si fa tradizionalmente corrispondere con il Medioevo, tra i secoli X e XIII; recenti studi ne hanno però ridimensionato l’entità e la rilevanza. Molto ben documentata è invece la “Piccola età glaciale”, intervallo freddo e nevoso che segnò l’Europa tra il 1350 e il 1850 circa.
Le nevicate record del 1805 riportate dallo storico Incisa
È un periodo rilevante per molte ragioni, non ultima il fatto che in questi secoli si sia sviluppata l’immagine collettiva dell’inverno così come rappresentato nelle fiabe. Selvagge foreste ammantate di neve, lupi affamati dai rigori dell’inverno, fiumi gelati – in realtà le cronache riportano che il Tanaro si sia effettivamente ghiacciato ancora nel febbraio 1929, nel febbraio 1956 e in misura minore anche nel gennaio 1985.
Eppure, quell’idea di inverno che oggi appare fantastica, affonda le radici nella realtà di un recente passato dal clima molto più rigido di oggi. Non mancavano comunque eventi meteorologici meno pittoreschi e a noi più familiari, in grado di plasmare la geografia dell’Astigiano. Lo storico Gianluigi Bera cita a titolo di esempio le frequenti alluvioni, che comportarono la deviazione del Tanaro verso sud. Il fiume, fino alla fine del Cinquecento, scorreva molto più a ridosso della città. Un grande ponte in pietra, documentato già agli inizi del XIII secolo, sorgeva all’altezza dell’attuale rotonda tra corso Savona e corso Venezia.
Distrutto alcune volte dalle inondazioni, fu sempre ricostruito, l’ultima volta verso il 1450, con la collaborazione di tutti i paesi della Contea. Alla fine del Cinquecento, dopo l’ennesima alluvione, il Tanaro fu deviato nel suo attuale corso con un’opera ciclopica, e il vecchio ponte rimase all’asciutto, ben presto inutilizzato.

L’ultimo grande freddo fece gelare il Tanaro nel 1928 e nel 1956
Nel 1637 erano ancora in piedi i grandi pilastri, che scomparvero nel giro di qualche decennio. Le notizie di eventi meteorologici sono giunte fino a noi anche in altri modi. Come raccontato sul numero 16 di Astigiani, le pareti esterne della chiesa di San Giorgio e Madonna delle Grazie di Casorzo sono ricche di graffiti che riportano informazioni sul tempo. “1563 a di 2 aprile veno la nieza un piede”; “1696 5 aprile venuta neve alta due piedi”; “1713 dalli 17 marzo sino alli 2 maggio ha sempre piovvuto et li 28 aprile ha nevigato”; “1733 li 23 marzo e venuta la neve alta un piede”; “1776 8 aprile ha nevigato”.
Oltre a queste annotazioni di origine popolare, possiamo contare sulle notizie riportate quotidianamente da un cronista d’eccezione. Dal 9 aprile 1776 e fino al 5 luglio 1819, il sacerdote e storico Stefano Giuseppe Incisa annotò minuziosamente ogni giorno nel suo Giornale di Asti le condizioni del tempo. Il suo diario raccoglie in 43 volumi notizie di eventi politici, bellici, economici, ma è anche una ricchissima fonte per ricostruire l’andamento climatico locale di quegli anni. È tra le pagine dell’Incisa che si trova testimonianza di eventi atmosferici straordinari.
Come il record tutt’ora imbattuto del 25 gennaio 1805, quando lo spessore della neve toccò i 95 centimetri. «Tutta la notte continuò la neve, che alla mattina si trovò alta quasi un palmo di più [20 cm]; oggi fu nuolo a mattina, indi sole caldo, per cui la neve si scioglie molto, a sera fu nebbia. A cagione della gran neve, che si trova al presente alta quasi un raso e mezzo [90 cm], sebbene la pioggia venuta interpolatamente l’ha schiacciata alquanto, diversi tetti pericolano di cadere, e già sulla piazza del Santo vi cadde una porzione del tetto del portico in faccia al corpo di guardia. Le ghiaccere che gli altri anni si empievano di ghiaccio, quest’anno per timore che il ghiaccio non sia sufficiente, e volendosi servire dell’occasione opportuna da alcuni, anzi da molti si fanno empire di neve tanto delle corti, come di quella che si fa gettare dai tetti». Pochi giorni dopo, l’Incisa riportò che era stato addirittura necessario sgomberare di neve la Torre dell’Orologio, oggi Torre Troyana: «A ricordo d’uomini vecchi mai non s’è veduta a levare la neve di sulla torre dell’Orologio della Città, come accadde oggi».
Dalle prime misurazioni avviate nel 1881 alle centraline meteo Arpa


Tra il XVII e il XVIII secolo inoltre furono avviate le prime misurazioni meteorologiche, costanti e basate su strumenti affidabili. A Torino si iniziò a misurare le temperature giornaliere con continuità nel 1753, con il primo osservatorio civico installato nel 1787 sul tetto dell’Accademia delle Scienze. Ad Asti i primi dati relativi a precipitazioni e temperatura furono registrati a partire dal 1881.
Il 1° gennaio di quell’anno entrò in funzione l’Osservatorio della Città di Asti, posizionato sul retro della torretta del Palazzo Municipale. Inizialmente registrava solo la quantità di pioggia caduta, poi dal 1° gennaio 1886 fu affiancato da un termometro. Questa postazione cessò di funzionare nel 1923, ma pochi anni dopo fu inaugurato l’Osservatorio meteorologico del Seminario Vescovile.
Realizzato nel 1928 per volere di don Michele Gallo, sacerdote appassionato di meteorologia, gli strumenti trovavano posto in cima a una torretta dove ancora oggi si può leggere una targa in ringraziamento del Canonico. Le misurazioni cessarono nel 1959, ma fecero in tempo a registrare valori interessanti, come la temperatura più bassa mai raggiunta in città: -19.5°C il 15 febbraio 1956, durante un’eccezionale ondata di gelo e neve. In seguito, la Provincia installò su una torretta in piazza Libertà l’Ossservatorio del Centro Provinciale Culture Agrarie: funzionò dal 1960 al 1969. Oggi la moderna rete dell’Arpa Piemonte gestisce 13 centraline automatiche distribuite in tutto l’Astigiano, da Buttigliera a Serole.
In ogni momento è possibile leggere via internet i dati delle ultime 48 ore: temperature, umidità, piogge cumulate, manto nevoso, livello dei corsi d’acqua. A queste centraline si affiancano le numerose stazioni meteo di proprietà di appassionati di meteorologia, come quelle gestite da Dati Meteo Asti, popolare sito internet creato dai due giovanissimi astigiani, Paolo Faggella e Luca Leucci.
Mai così caldo: nel 2003 raggiunti i 40,1° ad Asti

Grazie alla loro iniziativa, lo scorso giugno è stata installata una moderna stazione sulla stessa specola del Seminario Vescovile dove, quasi cento anni fa, don Gallo collocò i propri strumenti. Se ripensiamo alle rare informazioni disponibili prima del Settecento, colpisce la mole di dati su cui possiamo contare oggi e la portata degli strumenti attuali. Dall’analisi dei pollini intrappolati nei nostri ghiacciai, passando per i radar che ci restituiscono in tempo reale l’incedere minaccioso dei temporali estivi, o i satelliti che scattano le foto desolanti della pianura padana gialla per la siccità.
Il confronto tra queste informazioni e le pionieristiche serie storiche è la base su cui si stima l’evolvere del clima nei prossimi decenni. La “Piccola età glaciale” è stata la prima fase climatica a essere interrotta non dalla natura, ma dall’uomo. La prova principale è nella perfetta corrispondenza tra l’aumento dell’anidride carbonica in atmosfera, rilasciata dalle attività umane a partire da fine Settecento, e il riscaldamento di quest’ultima. Fino ad allora, il clima era mutato per cause naturali: variazioni nell’inclinazione dell’orbita terrestre, attività solare, eruzioni vulcaniche, correnti oceaniche più o meno intense. Oggi la temperatura media è ormai decisamente più alta rispetto agli optimum romano e medievale, almeno a partire dal 1980.
Lo percepiamo soprattutto d’estate con le cosiddette ondate di calore: la media delle massime estive è passata dai 27,5° delle estati degli Anni Ottanta, ai 29,7° alla fine del decennio 2011-2020. Non solo, le cinque estati più calde sono state registrate negli ultimi 20 anni, e oltre all’eccezionale 2003 – l’11 agosto ad Asti si arrivò a 40,1°, record per il capoluogo – ben quattro di queste negli ultimi 10 anni (2012, 2015, 2017, 2019). Mentre l’estate 2021 è ancora sotto osservazione e settembre si è aperto con temperature ben oltre la media del periodo, il record di quest’anno per la temperatura massima va a Incisa Scapaccino con 37 gradi alla vigilia di Ferragosto.
Non è però il valore più alto mai registrato nella nostra provincia: il poco invidiabile primato va a Nizza Monferrato, dove la colonnina di mercurio toccò i 41.5°C l’11 agosto 2003
Piogge più rare ma più violente agricoltura a rischio
Piove anche di meno: «Le precipitazioni hanno andamenti meno regolari – scrive l’Arpa in un recente rapporto – periodi di scarsità sempre più frequenti, alternati a precipitazioni intense molto concentrate».
Ad Asti, in particolare, negli ultimi due decenni si sono persi in media 20 giorni di pioggia a fronte di precipitazioni totali che tutto sommato non sono variate. Questo significa che assistiamo a un maggior numero di eventi meteorologici estremi. Ma i dati meteo non sono gli unici numeri in ballo.
Coldiretti ha stimato che gli eventi climatici avversi hanno causato danni all’agricoltura italiana per un miliardo di euro all’anno a livello nazionale e di alcuni milioni nella sola provincia di Asti. Senza contare la devastazione causata dalle sempre più frequenti alluvioni e bombe d’acqua, o le morti portate dalle ondate di calore.
La comunità scientifica è unanime nel prevedere un’intensificazione di questi fenomeni, ed è altrettanto esplicita nell’invito a intervenire subito e con efficacia per ridurre le emissioni in atmosfera dei gas serra. Non basterà a invertire il riscaldamento in atto, ma potremmo riuscire a limitarne le drammatiche conseguenze che stiamo già vivendo. I ragazzi dei Fridays for future, che manifestano anche in piazza San Secondo, non hanno più molto tempo a disposizione per convincere governi e amministratori ad agire.
Visto su Astigiani
• I Graffiti di Casorzo sulla “chiesa giornale”, P. Sacco, n. 16, maggio 2016
• ll Seminario svela un tesoro di libri, D. Nebiolo, n. 17, marzo 2016
• Quando le colline astigiane erano nel Golfo Padano, P. Damarco e A. Fassio, n. 20, giugno 2017







































