lunedì 20 Aprile, 2026
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Un quadro una storia

Una tela che anticipa fondali teatrali

Esperienze plastiche e intuizioni pittoriche nell’opera del 1957 di Guglielminetti

Nella sala della Biblioteca Astense, i lettori erano abituati alla confidenziale presenza di Immagine, la grande tempera di Eugenio Guglielminetti (Asti 1921-2006).

Dal 1998, accanto ad altre opere, il dipinto è stato muto testimone di pomeriggi di ricerca degli studenti, conversazioni serali, incontri domenicali, presentazioni di libri. Dall’ottobre 2012, in prossimità del trasferimento della Biblioteca, con l’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Eugenio Guglielminetti nell’ala sinistra di Palazzo Alfieri, Immagine è tornata alle originarie collezioni. La sua esposizione fu costante negli allestimenti che Eugenio Guglielminetti ordinò in Asti, al Battistero di San Pietro nel 1966 e nel maggio-luglio 1991, quindi a Torino nell’ampio omaggio “Un pittore a teatro” promosso dalla Regione Piemonte alla Promotrice nel 1993. Lungo la vicenda esistenziale di Guglielminetti, Immagine contrassegna un’indagine creativa complessa, in cui si intrecciano esperienze plastiche e intuizioni pittoriche, pronte a trasporsi sui fondali scenografici teatrali degli anni Sessanta. Il decennio Cinquanta acuisce infatti l’inquieto dibattito nazionale tra realismo e sperimentazione,  già divampato in occasione della Biennale veneziana del 1948, orizzonte eterogeneo dell’area milanese di Corrente, dell’area realista romana, degli astrattisti veneti. Le tensioni solcano il Fronte Nuovo delle Arti, contestato dall’editoriale di Rinascita e destinato alla divisione fra gli sperimentatori (Gruppo degli Otto) Birolli, Corpora, Morlotti, Turcato, Vedova, Santomaso, Afro Basaldella, Moreni ed i realisti, tra cui Guttuso, Treccani, Zigaina, Vespignani e la cerchia romana.

Immagine, 1957, tempera su tela, cm. 200 x 120, restauro ad acrilico nel 1990, firmato. Collezioni Fondazione Eugenio Guglielminetti, esposizione permanente
Immagine, 1957, tempera su tela, cm. 200 x 120, restauro ad acrilico nel 1990, firmato. Collezioni Fondazione Eugenio Guglielminetti, esposizione permanente

La Biennale veneziana del 1950 focalizza i dissonanti umori: i monotipi che Eugenio Guglielminetti presenta in laguna, pur rivelando il rigore lineare di Felice Casorati, suo docente, attingono alla sintesi strutturale post-cubista di Moreni e al modulo cromatico di Afro. La partecipazione alla rassegna Arte Astratta e Concreta, nel 1951 alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, indica l’intento neoplastico di Guglielminetti, rielaborato in anni successivi: «La prima impressione di trovarsi davanti all’icona di una visione concretista, perché sono figure che pongono l’ipotesi di un oggetto modellato e attualizzato nello spazio secondo astratti principi di ritmo e di armonia delle parti, cede a poco a poco, lasciando affiorare qualche indicazione sugli amori remoti di Guglielminetti: Casorati, che è stato infatti suo maestro, e Boccioni». (L. Carluccio, Guglielminetti, catalogo, Galleria d’Arte Moderna, Milano 1967). Durante le esperienze astigiane del Circolo culturale e della galleria La Giostra, Guglielminetti affronta lo spazio tridimensionale con tondini di ferro, modulati come metafisiche armature, riflesse dalla pittura: «L’espressività acuta è affidata al colore che assume nel ritmo degli spazi una funzione determinante. Per un certo periodo come tono, poi come accordi di valori timbrici nei modulati, nelle assonanze degli analoghi, nei richiami dei rossi e dei blu, dei bruciati intensi in un linearismo grafico che è primo cubismo analitico» (A. Bovi, Galleria Farnese, Roma 1976). Immagine cela dunque l’intensità pensosa e fantastica delle stagioni creative di Guglielminetti.

 

A Eugenio Guglielminetti è dedicata una mostra con sculture, arazzi, dipinti, pubblicazioni promossa dal Comune di Costigliole al Castello fino al 30 giugno e un’altra è in preparazione a Cerreto.

L’AUTRICE DELL’ARTICOLO

Marida Faussone
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