giovedì 8 Dicembre, 2022
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Si fa in fretta a dire repubblica

Il termine in dialetto indica confusione e baraonda, mancanza di ordine
Anche il carabiniere Battista Scapaccino nel 1834 si era rifiutato di gridare “Viva la repubblica” e fu ucciso per questo dagli insorti mazziniani, diventando per tale atto di fedeltà al re la prima medaglia d’oro concessa all’Arma e legando il suo cognome al paese natale di Incisa. 

Ci sono modi di dire che affondano le loro origini nella storia conosciuta da tutti e altri che sono legati a eventi di particolari territori. L’espressione è “stato un quarant’otto” per indicare la confusione si riferisce alle rivoluzioni liberali che nel 1848 punteggiarono l’Europa, Piemonte compreso. C’è una citazione tutta astigiana che ricorda fatti di oltre duecento anni fa: dal 2 agosto al 12 ottobre 1797, in città risuonavano i colpi di fucile del plotone di esecuzione preparato per 21 dei 267 processati con l’accusa di giacobinismo che diedero vita alla Repubblica Astese, proclamata nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1797 e durata soltanto tre giorni. Si cominciò con i “capi” della sollevazione, Secondo Arò e Felice Berruti, poi fu la volta di Gioachino Testa e Giovanni Berruti. Gli altri 17 furono giustiziati con più calma: il governo sabaudo ritenne che una fucilazione collettiva non fosse un monito abbastanza efficace per il popolo perché sarebbe stata dimenticata troppo in fretta. Nasce da qui l’uso nel dialetto astigiano del termine repüblica, repubblica, con il significato di baraonda, disordine, confusione.

Molti non compresero neppure gli intenti di quella rivoluzione, ma capirono che si trattava di una ribellione al re e addirittura della sua destituzione: non ci volle molto quindi, soprattutto tra i contadini, a sovrapporre l’idea di repubblica all’immagine di una totale anarchia in cui non si capisce più chi comanda. I tempi non erano ancora maturi per la democrazia. Anche il carabiniere Battista Scapaccino nel 1834 si era rifiutato di gridare “Viva la repubblica” e fu ucciso per questo dagli insorti mazziniani, diventando per tale atto di fedeltà al re la prima medaglia d’oro concessa all’Arma e legando il suo cognome al paese natale di Incisa. Neppure certa pubblicistica era tenera con il concetto di repubblica: l’edizione del 1872 della pubblicazione più diffusa tra gli agricoltori, Il Pescatore di Chiaravalle,  nelle pagine in cui si illustrano gli avvenimenti d’Europa del 1870 fino al luglio 1871 troviamo un commento sulla Terza Repubblica francese, proclamata all’inizio del 1870 dopo la disfatta di Napoleone III a Sedan e il crollo del Secondo Impero. “…abbattuto l’impero e proclamata la repubblica – si legge – quale utile ne ebbero i francesi? Le passioni, i partiti, la presunzione e l’ignoranza rovinarono al tutto quello Stato infelice […] Le cattive passioni si misero in rivolta e si ebbe lo spaventevole spettacolo della Comune!”. E il termine repüblica assunse nuovi significati in tempi più recenti tra il settembre 1943 e il 25 aprile 1945 con la Repubblica di Salò, nata ufficialmente il 1° dicembre 1943 e riconosciuta solo dai nazisti. 

A-i è a Repüblica! fu in quel periodo l’avvertimento che correva da una casa all’altra, da una collina all’altra per annunciare l’arrivo “dei repubblichini” che insieme alla truppe tedesche compivano i rastrellamenti. Nonostante tutto al referendum del 2 giugno 1946, gli italiani, comprese le donne per la prima volta chiamate al voto, scelsero la Repubblica, anche se nell’Astigiano prevalsero per una differenza di soli 1600 voti i filo monarchici (ad Asti città invece la repubblica si impose con il 56,1% dei suffragi), a testimoniare la tradizionale refrattarietà al cambiamento e la paura del nuovo che è sempre prevalsa nelle campagne.  

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
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