lunedì 28 Novembre, 2022
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“In bocca a me in bocca a te in bocca al can, ahm”

Filastrocche e modi di dire durante lo svezzamento
Un tempo la cura dei bambini era molto diversa da oggi, era fatta di cose semplici, quasi istintive. Per convincere i bambini a mangiare, soprattutto se molto piccoli, si inventavano filastrocche divertenti che rendevano un gioco il momento del pasto.

Un tempo i bambini nascevano in casa, con l’aiuto della levatrice e delle donne del vicinato che davano una mano. Se il parto avesse tardato di qualche giorno, si sarebbe usato la stessa espressione utilizzata per le mucche gravide: a straporta, è in ritardo. Normalmente erano le mamme ad allattare i figli: se non avessero avuto latte a sufficienza si sarebbe ricorso a quello di capra oppure il neonato veniva dato a balia a una puerpera del paese che avesse abbastanza latte per due bambini.

In questo periodo i piccoli sono l’immagine della salute, e infatti quando si vuole dire a qualcuno che ha un bell’aspetto si usa la frase Smìa che ‘t püpi, sembra che tu stia ancora succhiando il latte materno. 

Piano piano si arriva allo svezzamento, quando il bambino è spüpà, ossia non viene più allattato. Per indicare un ragazzo un po’ infantile o troppo coccolato si dice sò mari l’ha spüpalu ‘mmach chìich dì prima che u ‘ndeissa a scola, sua mamma ha smesso di allattarlo soltanto qualche giorno prima di cominciare la scuola. Invece il giovane viziato è sta alvà ant a bumbasìn-a, allevato nella bambagia. L’inappetenza non era quasi mai un problema, ma se capitava che il piccolo, alle prese con le prime pappe, fosse un po’ svogliato, lo si incoraggiava con una filastrocca, ‘n buc-a a me, ‘n buc-a a te, ‘n buc-a al can, ahm, in bocca a me, in bocca te, in bocca al cane ahm, e a questo punto si ritrovava con il cucchiaio in bocca. 

Più si va indietro con gli anni e meno i capricci erano tollerati: al massimo potevi fè u ciapìn, fare un po’ l’offeso, la vittima: il vocabolo indica il ferro dei cavalli e dei bovini e si usa in questo caso perché il bambino che fà u ciapìn sporge il labbro inferiore in avanti facendogli assumere una posizione arquata. I piatti più “gettonati” per la tenera età erano la panada, pane secco lasciato a gonfiare nel brodo, la süpa mitunàia, uguale al precedente però con l’aggiunta di un uovo, il semolino, riso e latte (nei mesi freddi anche neve e latte appena munto, caldo), la rustìa, una fetta di pane con burro e zucchero. Quando il bambino non cammina ancora si dice che el va a gatagnàu, gattona.

E mentre cresce, dalle caratteristiche somatiche, dai movimenti che fa, dalle espressioni che assume, parenti, amici e conoscenti cominciano a rilevare somiglianze con il papà, la mamma, il nonno e così via. Su questo tema c’è un detto esauriente, el stèli a-i smju ai süch e i süch a-i smju al stèli. I süch sono i ceppi e le stèli sono le schegge che si formano abbattendo un albero con la scure o comunque porzioni di tronco, piccoli cunei: fanno parte dello stesso “corpo”, quindi anche i figli e i genitori non possono essere molto diversi, sono fatti della stessa pasta.

Ovviamente i neonati sono tutti belli, ma si dice anche bel an fassa, brüt an piassa, bello in fasce, brutto in piazza, riferito a persone che durante la prima infanzia erano molto belle e si sono poi rovinate con gli anni.

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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