Settant’anni or sono, nel programma celebrativo del Bicentenario Alfieriano, la Città di Asti
promosse prestigiose esposizioni d’arte moderna e contemporanea, istituendo premi acquisto di opere per arricchire la Pinacoteca Civica.
Tra queste, conseguì il primo premio per la scultura, nella Mostra Nazionale d’Arte contemporanea allestita nell’aprile 1949 presso l’ex Chiesa dell’Annunziata di piazza Catena, l’esemplare in bronzo di Mirko Basaldella, artista singolare nella sperimentazione del secondo dopoguerra.
Il quinto anniversario della scomparsa dell’artista è ora celebrato fino al gennaio 2020 al Museo Novecento dei Musei Civici Fiorentini, in piazza Santa Maria Novella, nella mostra monografica “Solo”, dedicata allo scultore friulano, fratello di Afro e di Dino, entrambi celebri artisti.
Formatosi alle lezioni di Arturo Martini, Mirko espose alcune sculture d’ispirazione espressionista nel 1936 a Roma, alla Galleria La Cometa, diretta da Corrado Cagli e Libero
De Libero, con la consulenza di Massimo Bontempelli, Giuseppe Ungaretti ed Alberto Savinio. Compiuti alcuni soggiorni di studio con il fratello Afro a Parigi nel 1937, affiancò nella seconda mostra di “Corrente” (1939-1940) il gruppo milanese di Ernesto Treccani, Aligi Sassu e Sandro Cherchi, sperimentando su forme arcaicizzanti vari materiali come cemento, reti metalliche, tondino di ferro.

Il rinnovamento della concezione plastica divenne sua costante ricerca: nel 1949-51 realizzò i tre cancelli in bronzo per il sacrario delle Fosse Ardeatine a Roma, progettando anche sculture per il Cimitero del Verano e per i Musei Vaticani. La scultura, presente nei Musei Civici di Asti, rivela la personalità inquieta di Mirko, attratto dal rigore dell’esperienza cubista, ispirata da Picasso e Archipenko, ma sensibile alla visionarietà mitica surrealista.
Dal nucleo costruttivo spezzato, si snodano sintetiche superfici astratte, ritagliate in concisi aggetti di materia, a fendere lo spazio circostante, in drammatica tensione. L’ideazione di volumi assoluti, lontani dalla rappresentazione figurale, consentì a Mirko di sperimentare la scomposizione e ricomposizione della struttura in ritmi contrastanti, tra pause e richiami, in valori dissonanti, tra luce e ombra, ma sempre coesi nell’unità architettonica.
Attraverso i decenni, Mirko concepì assemblaggi polimaterici dal curioso profilo metamorfico, primitivi totem o stele fantasiose, maschere arcaiche e animali fantastici, approfondendo l’iconografia delle antiche culture orientali, le simboliche decorazioni della mitologia assiro-babilonese, le testimonianze ebraiche e i reperti precolombiani.
Negli Anni Sessanta espose al V Festival dei Due Mondi di Spoleto e iniziò la direzione del Design Work Shop all’Haward University di Cambridge nel Massachusetts, coinvolgendo nuove generazioni di artisti nel suo eclettico sogno creativo, tra informale e nuova figurazione, di un linguaggio universale per l’immaginario futuro.