Daniele Lanza, astigiano, 42 anni, dopo la laurea in Scienze Politiche all’Università di Torino, ha seguito un master sui processi di globalizzazione in Africa, Asia, Sudamerica e ottenuto un dottorato alla Herzen University di San Pietroburgo.
Vive in Russia da 11 anni, ha imparato la lingua, si è iscritto alla Società Geografica Russa e all’associazione russa di Etnologia e Antropologia. Ha tenuto corsi di cultura italiana all’università di Astrakhan e quest’anno insegnerà a Togliatti, la città vicina a Samara dove la Fiat aprì negli Anni Sessanta il primo stabilimento di auto in Russia (ora con il marchio Uaz).
Lanza ha già all’attivo decine di viaggi di studio nei territori dell’ex Unione Sovietica. Pubblichiamo per Astigiani la sintesi del resoconto del viaggio compiuto quest’estate sul lago Bajkal. I suoi viaggi li documenta sulla sua pagina Facebook.

Partenza da Astrakhan, sul Volga, a 90 km dalla foce sul mar Caspio, per raggiungere via Mosca, dopo sei ore di volo, Ulan-Ude, Siberia meridionale, capitale della repubblica autonoma dei Buriati.
Mattino presto. Basta uno sguardo per rendersi conto dell’estesissima prateria quasi piatta e incorniciata da rari rilievi che emergono all’orizzonte. Siamo nell’anticamera della Mongolia. La capitale buriata è una di quelle cittadine che sino a cento anni fa non facevano più di ventimila anime: oggi ne conta quasi 400.000.
Il tassista dall’aeroporto si offre di condurmi in città per 500 rubli (circa 5 euro). Dopo vorticose e bizantine trattative mi convince che è meglio, prima di andare in città, fare un giretto esplorativo. Il mio buon Virgilio vaga da una meta all’altra: ne trova sempre una nuova per attirare lo straniero, così maggiora la tariffa, tanto che alla fine la fa lievitare di quasi dieci volte.
La veduta panoramica di Ulan-Ude – la cui modesta skyline mostra quanto modesta sia nel suo sviluppo – ha comunque il suo fascino, difesa al suo ingresso dalle grandi sculture in bronzo di due cervi che rappresentano gli spiriti delle praterie.
Alla ricerca della religiosità buriata (presso il villaggio di Kizhinga) c’è anche la più grande Stupa di tutta la Russia: struttura semicircolare dell’architettura buddista, un mausoleo dove sono custoditi reliquie e resti di monaci. Da Ulan-Ude, capitale della Buriatia, con circa dieci ore di treno notturno in seconda classe raggiungo Irkutsk. Durante la traversata la temperatura cala sempre di più: all’arrivo sono 15-20 C° contro i 35° che avevo lasciato ad Astrakhan.
Obiettivo arrivare sul grande lago Bajkal, meraviglia naturalistica simbolo della Siberia orientale.

Il più grande serbatoio d’acqua dolce del mondo
Avete idea di cosa sia il Bajkal? I viaggiatori incalliti, gli specialisti della Russia e i patiti di geografia senza dubbio. Per tutti gli altri rimedio qui brevemente.
All’incirca in un intervallo tra i 25 e i 30 milioni di anni orsono va formandosi lo specchio d’acqua dalla sagoma allungata, circondato da catene montuose: la superficie equivale a Piemonte e Liguria assommate. Ha una profondità media di 700 metri con punte di oltre 1600. È la più formidabile massa d’acqua dolce esistente sulla crosta terrestre, un mare interno e non un semplice lago.
Il Bajkal è un enorme serbatoio d’acqua dolce conficcato nel cuore del continente euroasiatico a migliaia di chilometri da qualsiasi costa: una
piccola biosfera a sé stante, un’arca geologica che custodisce migliaia di specie viventi che vanno dagli invertebrati sino ai mammiferi di grandi dimensioni (ci vive anche una rara specie di foca).
Acque chiare per un lago, con discreta visibilità sino a 30-40 metri, cosa gradita ai sub. Scarso l’inquinamento tanto che l’acqua del Bajkal, captata a 300 metri di profondità, la vendono in bottigliette. Dal 1996 è stato inserito dall’Unesco tra i siti Patrimonio dell’Umanità.
Fino a 400 anni fa era sconosciuto all’uomo europeo e le sue rive erano abitate da clan mongoli con i loro primitivi imperi semi-nomadi sui quali esercitavano pressione le dinastie cinesi. Si narra che la madre di Gengis
Khan fosse originaria di qui. Gli esploratori russi, per conto dello Zar, sono i primi nel XVII secolo a trovarsi davanti il Bajkal.
L’intera zona verrà chiamata Baikalia e finirà un po’ per segnare il confine tra la Siberia e quel che si considera “estremo oriente” nell’ottica russa. La città di Irkutsk nasce come avamposto e in seguito capoluogo della regione, stazione e snodo della ferrovia transiberiana alla fine del XIX secolo. Oggi l’area è considerata tra le sette meraviglie della Russia.
Dunque, da Ulan-Ude arrivo a Irkutsk dopo l’intera notte di viaggio e dalla
stazione ferroviaria passo all’autostazione dove una navetta porta a Kuzhir. Spiego: per capire il Bajkal occorre andare al suo cuore. Questo cuore consiste in un’isola al centro del lago di nome Olkhon: qualcosa che può essere grande quanto l’isola d’Elba in Italia.
Olkhon è terra remota e senza insediamenti umani, fatta eccezione di un villaggio di nome Kuzhir per l’appunto. Una volta arrivati a Irkutsk occorre quindi prendere la navetta per questo villaggio: il viaggio di andata dura circa sei ore e ovviamente bisogna prendere un traghetto su cui si viene imbarcati con il pulmino.



Dopo sei ore, arrivo a destinazione, o almeno credo di esserci arrivato dato che, per un’indicazione imprecisa, scendo prima, ovvero quasi in mezzo al
nulla, se non due vecchie fattorie. Beh, niente di grave, una passeggiata lungo la riva a meditare (in realtà, chilometri lungo la riva a sputar parolacce).
Una volta che sono davvero arrivato, realizzo che la sistemazione in camping, da me trovata settimane prima su internet, è un tantino più rudimentale di quanto mostrato in foto.
La temperatura scende sotto i 10° e mancano prese elettriche e la luce. Si
dorme poco e male. All’alba mi lancio in una ricognizione tutta mia dell’isola, fin dove le gambe mi portano e in fondo ne vale la pena: brezza di mare in mezzo alla taiga, la prateria che si interrompe di fronte a scoscese scogliere e una distesa d’acqua che a tratti brilla. Sì, il Bajkal è un ecosistema unico nel suo genere.
Incontro con i 13 signori del lago
Un pezzo di mare dato in dono a regioni che non conoscono il mare. La popolazione aborigena di Olkhon (1500 Buriati circa) segue la via ancestrale dei padri.
Secondo il loro sciamanesimo – variante “gialla”, ovvero fusa col buddismo – l’isola in questione è luogo sacro: vi dimora un gruppo di spiriti che sono chiamati Oikony Noyod (i 13 signori di Olkhon). Sulla sponda occidentale del villaggio di Kuzhir sorge la “roccia dello sciamano” sulla cui sommità ci sono 13 totem in loro onore: difendono le tradizioni del luogo. Tutti fanno offerte votive ai 13 signori di Olkhon. Anch’io.
Kuzhir, l’unico centro abitato dell’isola di Olkhon appare come un paesino del vecchio west americano. Unica risorsa il turismo, che si sviluppa a tutto campo: escursioni in motoscafo, a vela, a cavallo, moto, surf, soft air, roccia e geologia. La sera è oggettivamente spettrale, pur nella consapevolezza che i Buriati sono brava gente e che (cosa più importante) il forestiero/turista (portatore di dollari o euro sonanti) è sacro…
Il pericolo maggiore arriva dal bestiame lasciato libero di pascolare dentro e fuori il centro abitato. Una sera, rientrando, passo per un viottolo dove due vacche rivali si incornano a vicenda. Scelgo di cambiare strada e nel farlo incappo ancora in un altro esemplare che mi muggisce contro. Non è prudente correre, meglio allontanarsi alla chetichella.

Esplorazione tra i gabbiani su un pulmino dei tempi dell’Armata Rossa
Deciso a vedere buona parte del cuore del Bajkal, opto per una spedizione organizzata (non c’è altro modo data l’estensione dell’isola). Si parte la mattina presto su un potente mezzo: mi si disse fuoristrada e io a immaginarmi chissà quale Range Rover, per poi trovarmi davanti al pulmino
dell’ex Armata Rossa (1980 e dintorni).
Sono ore al volante (io mi piazzo davanti, a fianco al conducente, simpatico uzbeco), rendendomi conto poi che è la postazione più disagiata: il percorso non soltanto non è asfaltato, ma è anche fortemente accidentato. Si balla forte e una mezza dozzina di volte si ha l’impressione che il mezzo debba capovolgersi. Il capolinea è la punta estrema dell’isola, con tre o quattro
tappe panoramiche. Pranzo frugale (minestra con mezza patata offerta dalla ditta) e si arriva alla meta, un promontorio da cui si osserva tutto.
Strana la sensazione di emergere dalla taiga popolata di lupi e orsi per trovarsi davanti alle onde del mare col suono dei gabbiani nelle orecchie. Vento forte che ti fa barcollare… devo appiattirmi su una roccia (con strapiombi tutto intorno) per scattare le foto. La nostra insuperabile (e bellissima) guida – Tatyana Turaleva, attivista ambientalista locale – ci narra mille aneddoti e leggende sul luogo. Ci fa notare come a metà luglio ancora resistano brandelli di ghiaccio su alcune pareti della scogliera.
Gabbiani attorno a noi e ogni sorta di pesci che ci scruta dall’acqua (9 C°, da ipotermia entrarci, eppure… intravedo qualche folle sulle poche spiagge esistenti). In generale l’ambiente ha tanto l’aria di quegli atolli delle leggende
scandinave, che emergono dalla nebbia e si rivelano popolati da esseri dell’inframondo.
Come epilogo, dopo questa esplorazione del mare siberiano, foto ricordo ai piedi del grande albero in bronzo scolpito: il “protettore del Bajkal” e delle sue antiche genti.











































