IL TESORO DOMESTICO DI CASA ALFIERI L’inventario dopo la morte del padre di Vittorio

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La mappa tratta dal Theatrum Statuum Sabaudiae mostra uno scorcio della città con le mura, la cattedrale, il castello. In evidenza l’isolato di Palazzo Alfieri

Oggetti testimoni di vita quotidiana della nobile famiglia

 

Leggendo l’autobiografia di Alfieri, la Vita, cogliamo come, nei ricordi dell’infanzia, la Puerizia, ricorrano personaggi diversi, che tuttavia non colmano il vuoto lasciato dalla morte del padre, segno di una ferita non rimarginata. La morte di Antonio Amedeo, «padre attempato», «uomo alla buona e di semplicissime maniere», benché «provveduto di beni di fortuna sufficienti al suo grado», era avvenuta, infatti, il 5 dicembre 1749, probabilmente a seguito di una polmonite o pleurite, una «puntura», si legge nella Vita, contratta nello «strapazzo continuo» del quotidiano percorso a piedi dalla città a «un borghetto distante circa due miglia da Asti, chiamato Rovigliasco» [l’attuale Revigliasco], dove il piccolo Vittorio era stato dato ad allattare. Sappiamo che il testamento di Antonio Amedeo fu steso il 4 dicembre del ’49, alle ore dieci di notte, dal notaio Domenico Roveda, «nella stanza attigua al salone verso la casa del sig. medico Argenta», nella Contrada Maestra, alla presenza di vari testimoni, «tenenti tutti una candela di cero accesa in mano vicino al letto», in cui il conte giaceva. Lo stesso Antonio Amedeo raccomandava di effettuare, subito dopo il suo decesso, l’inventario dei suoi beni, che fu redatto il 30 gennaio 1750, come si legge, «nel Palazzo del Sig.Conte Alfieri Infante, posto sotto la Parrocchia della Chattedrale, nella Contrada Maestra». Questi atti sono custoditi dall’Archivio di Stato di Asti e ci consentono di conoscere i beni posseduti dal padre di Vittorio, al momento della morte. Al di là del loro taglio notarile, essi evocano un passato lontano, ci introducono in spazi affollati di oggetti disparati. Per questo, può essere affascinante, scivolando fra le righe, seguire l’estensore puntuale, un po’ pedante, del nostro elenco, di camera in camera, cogliendo le testimonianze della quotidianità più intima di una famiglia di antica nobiltà piemontese, a metà Settecento. L’inventario, redatto dal notaio Roveda, si rifaceva alle volontà espresse nel testamento, elencando, in una quarantina di carte, tutti i beni posseduti, riportandoci a quel gennaio di metà Settecento. Varcato il portone del Palazzo, incontriamo un universo di oggetti disparati, arredi, tessili, capi di abbigliamento, spesso definiti «usitati», logori per l’uso. Anche quello che potrebbe essere un arido elenco di beni mobili, redatto a seguito di una tragedia familiare, ricrea, tuttavia, per la nostra immaginazione, un mondo perduto, e consente di cogliere, attraverso le “cose”, la vita. Torniamo, quindi, a quel giorno, presumibilmente di ghiaccio e freddo, di fine gennaio, lungo la Contrada Maestra, l’attuale corso Alfieri, per salire lo scalone che fino a poco tempo prima aveva salito Antonio Amedeo Alfieri Bianco conte di Cortemiglia. Troviamo allora, nella prima stanza, «un tavolino con quattro gambe tornite con un tiretto il tutto di noce», «un piccol quadro», «un ginocchiatoio», sei «cadreghe», cioè sedie, «due portalibri di noce a sei piccole colonne». Fra i capi di abbigliamento, incuriosisce una serie di «paia di calzetti», meticolosamente registrati: di lana bianchi, grigio chiaro nuovi, usitati e lavati, molto usitati, di cotone tutti usitati, di seta negra, di seta color caffè, bianchi di seta usitati, rossi di seta… Ma anche un paio di ghette di lana color caffè «usitate e guaste»; tre paia di guanti di pelle; un «bastone vernisato col pomo bianco di porcellana». Il «fornimento» del letto, le cortine, la coperta, nella stanza attigua, con la tappezzeria di broccatello verde, era in tinta: di damasco verde con bordi e guarnitura di seta gialla. Nella stanza successiva, con tappezzeria di damasco cremisi, anche il «fornimento del letto» era di damasco cremisi, guarnito «con frangie di colori diversi», compresa la coperta, foderata di tela rossa, «con sua frangia all’intorno di colori diversi».

Ogni letto aveva tre materassi

 

I letti avevano per lo più tre materassi, due di lana e uno «di crino». Nella Galleria al piano nobile, erano elencati, fra altri arredi, «due tavolini di noce con sette colonne tornite e tre tiretti», due specchi con cornice di noce, una tavola da gioco rotonda di noce, coperta di panno verde «con gallone di seta gialla». Un secondo tavolino da gioco, coperto di panno verde, era nella piccola stanza attigua, in cui risultavano anche tre quadri, con mescolanza di soggetti sacri e profani. Si passava, poi, nell’appartamento della Contessa, Monica Marianna Maillard di Tournon, sposata in seconde nozze Alfieri di Cortemiglia, la madre di Vittorio. Era rivolto verso la Contrada Maestra e formato da più stanze. I «ridò», cioè le tende, erano di tela stampata, con fondo bianco. Nell’ultima stanza, verso la chiesa di Santa Agnese, con la tappezzeria «di damasco cremisi», erano il letto con i suoi tre materassi, una coperta di catalogna bianca, una trapunta a fiori; due piccoli quadri di soggetto religioso, raffiguranti la Vergine e il Salvatore; un piccolo campanello e, prescindendo da tavolini, «cadreghe e cadregoni», leggiamo, oggetti minuti, come «una scatoletta di velluto di color giallo oscuro con gallone d’argento, molto usitata». Nel locale attiguo, troviamo ancora un inginocchiatoio di noce «con un tiretto in cima», un quadro rappresentante la Vergine, un calamaio. 

C’è anche la culla  del piccolo Vittorio

 

Non possiamo ora passare in rassegna ogni stanza, ma possiamo cogliere nell’Inventario le indicazioni meno scontate e, per noi, più curiose. Nel «Gabinetto della Guardarobba», venivano riposte le coperte, ma, se la lettura è attenta, compare anche una culla. Monica aveva avuto quattro figli dal precedente matrimonio con il marchese Pio Alessandro Cacherano Crivelli Scarampi di Villafranca d’Asti, e tre ne ebbe con Antonio Amedeo, ma, a quella data, il più piccolo era Vittorio che, nato a gennaio del ’49, aveva un anno, mentre Giuseppe Maria sarebbe nato di lì a due mesi circa, a marzo del ’50, per morire a dicembre del ’51. Verrebbe istintivo pensare che quella culla, «con profili dorati e colorita parte di rosso, e parte di blu marmoreggiato», accompagnata dal suo corredo – tre cuscini di lana e le coperte di lino, altri cinque cuscini più piccoli di lana coperti di tela di lino, «un piccol matalasso di lana… et una piccola pagliassa di seta» – fosse proprio la culla del piccolo Vittorio. A quanto risulta, anche il locale successivo era destinato alla zona notte della casa. Qui, con puntualità, vengono elencati «un candegliere d’ottone», un «piccol spechio da Tovaletta», «una piccol chadrega da Tovaletta», «due scaldaletti di rame», «due vasi da Letto di stagno», «un vaso per la chadregha da commodità di stagno». Sappiamo che fra gli arredi del Museo, c’è un mobiletto, erroneamente collocato, nel Novecento, accanto al letto, inventariato come «comodino», perché simmetrico a un altro analogo, pur essendo predisposto per tutt’altri fini, trattandosi proprio di una «chadregha da commodità», secondo la definizione qui adottata. 

In biblioteca una carta geografica e libri classici in francese

 

Al calar della notte, le candele erano accese nell’appartamento, lo scaldaletto predisposto per qualunque esigenza, scendeva il silenzio nelle stanze segrete. L’inventario ricorda anche «due parapioggia di tela cerata lacera», consumati per le piogge. La nostra immaginaria guida non tralascia, infine, la stanza del domestico della Sig.ra Contessa, attigua alla scaletta. Gli oggetti raccontano la vita, implicano gesti, ripetuti centinaia di volte. Il contenuto del Guardarobba è in elenco e possiamo trovarvi altre paja di calze di velluto o di seta, due «redingotti», una veste da camera con del panno verde, un cappotto di visone… I dettagli ci consentono di immaginare una quotidianità fatta anche di civetteria, aderenza alla moda e ai costumi del proprio ceto sociale. Quello che andiamo a schiudere è pur sempre il guardaroba di una nobile famiglia e non possiamo che sfiorare con il pensiero sete, taffetà, velluti, su cui spiccano bottoni dorati, bottoni di seta, bottoni di madreperla con pietra a diamante. L’appunto informa che tutte le «vestimenta» sono «usitate», così come le nove parrucche, che non avrebbero potuto mancare. Ma che ci fa, nella riga immediatamente successiva, un «molinetto rotto da caffè»? I segreti della casa non mancano di sorprenderci, perché nell’elenco seguono una spada con pugnale d’argento, una canna d’India col pomo di cocco, una rete da caccia «tutta logora», un «archibugio», ma anche, a richiamare le nove parrucche, «una testa di bosco da parrucha» e un «portamantello d’albera con sua gamba», ovvero, potremmo dire, un porta parrucche modellato come una testolina di legno, e un attaccapanni. Nella «stanza al piano di terra riguardante la Chiesa di Santa Agnese», compaiono in elenco una serie di cappelli, «di castoro molto usitato» e anche di lana con tela cerata. Con tela cerata, quindi impermeabile, era anche un mantello, facente parte dello stesso elenco, che comprende scarpe da uomo e pantofole, «un pajo patofle gialle usitate», stivaletti e stivali. E ancora, due pistole, una spada con pugnale d’ottone, un’altra spada senza pugnale. Non sfugge nulla all’indagine. In un locale attiguo, vi sono tre tavolini. Il nostro attento compilatore spiega che nella scrivania di uno di essi vi sono tre «tiretti». Al loro interno, non potevano che essere conservati tutti gli strumenti coerentemente compresi in uno studio, quale quello, in un certo senso, doveva essere: sei paia di occhiali con e senza astucci, un compasso, una tabacchiera di legno, forbici. E ancora: un «piccol martello da caccia», un «peso da oro», una «mostra d’oro», ovvero un orologio, con una piccola catenella d’acciaio, oltre a «quattro paja bottoni da camiggia». Vi erano otto tabacchiere nella stanza, la più preziosa di madreperla con cerchio d’argento, ma anche di paglia, «di tola» dipinta e «di bosco», cioè di legno, verniciato di rosso o di nero. E poi «un piccol canochiale» e i sigilli «con l’arma Alfieri», cioè con lo stemma araldico, che non poteva mancare. Una carta geografica con il corso del fiume Po ci introduce in biblioteca. Non è la biblioteca di un Poeta, né di un bibliofilo, quella di Antonio Amedeo. Era la biblioteca di un nobile, a metà secolo XVIII, e questo ne segna il limite, se vogliamo, ma anche la peculiarità. Colpisce la massima eterogeneità relativa alle materie, nonostante un denominatore comune, costituito dalla lingua, trattandosi, inevitabilmente, nel Piemonte di metà Settecento, di edizioni in francese. Non sempre i titoli compaiono integralmente nell’elenco. Sono in francese un’Istoria del cielo; un Viaggio d’Italia; un’Istoria di Svezia; ma compare anche un’edizione delle Mille e una notte. Vi spiccavano autori che Alfieri avrebbe diversamente scoperto, come Montaigne e Plutarco, e gli immancabili classici, da Ovidio a Cicerone, Esopo, Virgilio, Plauto. Immancabili i testi di carattere religioso, quelli storici, filosofici, un volume di Prosodia italiana e uno di Algebra. Rari gli autori moderni. Una seconda tranche di biblioteca, con un piccolo quantitativo di libri, era annessa all’archivio, che troviamo inventariato da pagina 50 del nostro atto e che comprendeva carte dei secoli precedenti, inerenti il Casato: atti notarili con compravendite, «affittamenti», permute, donazioni, estimi, suppliche, ma si articolava anche in altre sezioni, con atti appartenenti ad altre nobili casate. Stiamo per accedere, ormai, al ventre della casa, ai luoghi riservati ai servi, preclusi agli ospiti, a partire dalle cantine, dalla «crotta grande attigua alla muraglia della cucina», a quella successiva, «verso la Contrada Maestra detta del vino bianco». Qui, erano le provviste di vino, in brente diversamente collocate. Il «Tinaggio» custodiva tre «tine» e un torchio. 

C’era la cantina del vino bianco

Nella cosiddetta «corte rustica», si trovava la «carrozzera». Ancora una volta, l’inventario si trasforma in un testimone attento al dettaglio: la famiglia disponeva di varie carrozze, una a quattro piazze dorata, con figure dipinte, quattro ruote ferrate, l’interno foderato di velluto e reso più confortevole da cuscini; una analoga a due piazze, e inoltre: una «volantina a due piazze», e un cosiddetto «treno», senza scocca, con due sole ruote, e una carretta da scuderia. Sempre nella «corte rustica», si apriva la «stanza del cochiero», con briglie, selle, staffe e tutto ciò che poteva avere una qualche utilità. Non mancava la scuderia e sappiamo che, a quella data, erano presenti «due polledri d’anni sei, di pelo morello da carrozza» e «due cavalli di pelo morello d’anni otto circa». Si giungeva, finalmente, alla cucina, che ci appare, oggi, luogo dal fascino misterioso, con i suoi mille attrezzi dalle fogge strane, allineati di fronte a noi, mentre scorriamo con lo sguardo l’elenco, in cui figurano «cassarole di rame»; marmitte; un brucia caffè; una «bronza», cioè una pentola, con manico di ferro; due lumi di ottone. E ancora: una padella di ferro da castagne; un girarrosto; due caffettiere di rame; un «mortaro» di pietra, oltre agli arredi, credenza e varie «cadreghe», cioè sedie. Non poteva mancare argenteria diversa, per imbandire la tavola: candelieri; posate e sottocoppe; cucchiai grossi e cucchiaini da caffè; salini e «salatiere»; «cabaretti», cioè vassoi; una caffettiera, una cioccolatiera e un «vaso per il zucaro», cioè, ovviamente, una zuccheriera: il tutto d’argento. Di ognuno, il rigoroso compilatore indicava il peso, dal quale ricavare il valore. Nell’elenco dei beni posseduti da Antonio Amedeo rientrava ovviamente anche il Palazzo, con giardino rustico e un’altra piccola casa, «unita al detto Palazzo […] in questa città nella Contrada Maestra…».  Quando Antonio Amedeo morì, venne sepolto, il 6 dicembre 1749, nella chiesa di San Francesco. Anche per lui, presenti «circa 300 scolari tutti con torchia accesa», la Contrada Maestra si trasformò probabilmente in un fiume di fiammelle. Il piccolo Vittorio non aveva ancora compiuto un anno.

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