La biblioteca dell’Alfieri a Montpellier senza passare per Asti

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Il famoso ritratto della contessa d’Albany con l’Alfieri dipinto dal Fabre è custodito a Palazzo Madama a Torino.

Quel salotto di intellettuali sul Lungarno

 

Vittorio Alfieri era un personaggio noto. I fiorentini lo avevano visto prendere casa in città nel 1793 e avevano saputo della sua fuga da Parigi nei giorni della rivoluzione. Erano in tanti, in quegli anni, a ritrovarsi nelle sale della Palazzina Gianfigliazzi, di fronte a ponte Santa Trinita: intellettuali, scrittori di varie nazionalità, artisti. Era il salotto della contessa d’Albany, da anni vedova di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra: la sua relazione con Alfieri aveva avuto inizio nel 1777. Tra i frequentatori della nobildonna appassionata di pittura c’era il pittore Fabre, che già aveva frequentato il salotto parigino dell’Albany. Massimo d’Azeglio, a Firenze con la famiglia, esule dal Piemonte occupato dai francesi, ne I miei ricordi, registrò le sensazioni infantili di fronte all’«illustre e volontario esule, il conte Vittorio Alfieri». Il quarto capitolo dell’opera si apre con una battuta «Ehi, Mammolino, stai fermo!», rivolta a lui, bambino di quattro anni, nudo sulle ginocchia di sua madre, per consentire al pittore Fabre, intento a dipingere una Sacra Famiglia, di ritrarlo nel Gesù bambino. Queste parole, precisa d’Azeglio, erano «pronunziate con voce profonda da un uomo lungo, tutto vestito di nero, di viso pallido, con occhi chiari, ciglia aggrottate, capelli tendenti al rosso e gettati in dietro dalle tempie e dalla fronte»: la scena era lo studio di Fabre e “l’uomo nero” era Vittorio Alfieri. In seguito, d’Azeglio rammenta: «Se chiudo gli occhi, vedo, come fosse ora, il camino in faccia alle finestre, ed accanto, su un seggiolone, la contessa d’Albany col solito suo abito alla Maria Antonietta…». Ricorre poi a una serie di perifrasi e reticenze, per alludere alla relazione dell’Albany con Fabre e, forse, a probabili distrazioni dello stesso Alfieri, che, ogni sera, alle nove usciva e andava a trovare una signora di nome francese. Scrivendo all’amica senese Teresa Regoli Mocenni, l’Albany esprimeva ammirazione per le opere di Fabre. Con il pittore, infatti, si era specializzata nel genere del ritratto e nella raffigurazione di personaggi antichi e filosofi. Aggiungeva alla sua firma «écolière de M. Francois-Xavier Fabre». Foscolo ricordò come, negli ultimi anni, Alfieri alternasse una sorta di «irascibilità orgogliosa» a «profonda malinconia». Se la palazzina sull’Arno fu, per volontà del Poeta, il luogo protetto in cui sfuggire alla Storia, tuttavia si trovò anche a essere, per inevitabile successione di eventi, finestra aperta sui travagli di quell’ultimo decennio del secolo. Stabilitosi a Firenze, non mancarono ad Alfieri le occasioni di timore per la propria incolumità. Nell’ottobre del 1793, il granduca di Toscana Ferdinando III aveva firmato un trattato con l’Inghilterra, entrando nella coalizione antifrancese. Nonostante un accordo di pace fra Toscana e Francia nel febbraio del ’95, nell’aprile del ’96 Napoleone aveva intrapreso la campagna d’Italia. Nel ’98, temendo che i propri manoscritti inediti potessero essere requisiti e distrutti dai Francesi, Alfieri aveva fatto predisporre alcune copie, da distribuire ad amici fidati. Lasciò Firenze poche ore prima della «tanto aspettata ed aborrita invasione», come scrisse nella Vita, con la Stolberg e con mobili e libri, rinnovando, anche se in misura minore, il trauma della fuga di sette anni prima da Parigi. Dal 25 marzo del ’99, trovò rifugio presso la Villa di Montughi, vicina alla città. Qui rimase fino al 10 agosto, essendosi ritirati i Francesi il 5 luglio. La tregua ebbe breve durata, dal momento che il 15 ottobre i transalpini del generale Dupont rioccuparono la Toscana. Quando, nel febbraio 1801, l’Accademia delle Scienze di Torino lo nominò accademico per le Belle Lettere, il Poeta oppose un orgoglioso rifiuto, espressione del suo sdegno, nel trovarsi ascritto a un’istituzione asservita, a suo avviso, alla Francia. 

Il pittore francese Fabre in un ritratto giovanile, era maestro di pittura della contessa, frequentatore della casa di Alfieri a Firenze e divenne amante della nobildonna nonostante la differenza di 14 anni di età

 

Ritratti di Luisa Stolberg e del Fabre in età più avanzata. Tra i due la relazione fu intensa e durò fino alla morte della contessa che lasciò il Fabre tra gli eredi

 

Ritratti di Luisa Stolberg e del Fabre in età più avanzata. Tra i due la relazione fu intensa e durò fino alla morte della contessa che lasciò il Fabre tra gli eredi

Nel 1802 non volle rientrare in Piemonte per giurare fedeltà alla costituzione napoleonica

 

Un decreto consolare un anno dopo, nel giugno 1802, ingiunse a tutti i piemontesi residenti all’estero di rientrare in patria entro il 23 settembre, per giurare fedeltà alla Costituzione francese. Alfieri spedì alla sorella Giulia certificati medici attestanti la sua impossibilità a viaggiare. Giulia giurò in nome del fratello. La perdita di tanti dei suoi amati libri, conseguente alla fuga da Parigi, aveva coinciso, per Alfieri, con la perdita di una parte di sé. Dall’autunno del ’92, erano state avviate le richieste per via diplomatica per riavere i beni sequestrati. Tutto fu inutile. Ben si comprende che, scrivendo all’amico Mario Bianchi, nel maggio del ’93, Alfieri confidasse che il proprio umore si stava facendo «ogni giorno più atrabiliato e malinconico, e svogliatissimo d’ogni cosa». Dal ’94 Alfieri iniziò a ricostituire nella Palazzina Gianfigliazzi la biblioteca perduta, procurandosi i classici italiani e latini e aggiungendovi i greci. Al piccolo nucleo di volumi, centocinquanta circa, portati con sé da Parigi, già provenienti dalla propria biblioteca romana di villa Strozzi, aveva aggregato volumi reperiti grazie all’aiuto di amici e librai italiani e stranieri. La biblioteca si arricchì di dizionari, grammatiche, storie della lingua, dal Prospetto dei Verbi toscani del Pistolesi, allo studio sul Dialetto napoletano del Galiani. Vi erano volumi in latino, greco ed ebraico, affiancati da quelli relativi alle lingue moderne, inglese, spagnolo e tedesco, ma anche una grammatica curda, un vocabolario “toscano e turchesco” e un testo latino con elementi di arabo. Risultano opere di carattere giuridico e storico-filosofico; trattati di poetica e di estetica; testi politici; opere di medicina e farmaceutica; di agricoltura e sulla qualità dell’ambiente, le proprietà curative delle acque e i cavalli, la grande passione dell’Alfieri. 

La delegazione francese fu ricevuta ad Asti nel 1923 dalle massime autorità. Dalla Raccolta di fotografie relative alla consegna di preziosi ricordi alfieriani dalla città di Montpellier (Fondazione Centro di Studi Alfieriani)

Alfieri ricostruisce la sua biblioteca variegata e curiosa: classici ma anche libri di cucina

 

Fra i volumi di carattere religioso, una quarantina di edizioni della Bibbia, nonché atlanti e carte geografiche, guide turistiche per i viaggiatori del tempo e opere di storia dell’arte e della musica, ma anche sui giochi delle carte, come quello del 1790 sul «giuoco delle minchiate», sul Giuoco del Ponte pisano e sul calcio fiorentino. E ancora: libri su L’arte di ben cucinare, come quello di Bartolomeo Stefani, capocuoco alla corte dei Gonzaga; altri sulla storia del caffè e sulla cioccolata, tanto gradita ad Alfieri. Il verbale di recezione del testamento solenne di Alfieri, redatto a Firenze il 14 luglio 1793 dal notaio Antonio Felice Torelli, è custodito all’Archivio di Stato Notarile moderno di Firenze, si presenta come un fascicolo di sei bifogli sciolti non numerati, che il Poeta chiuse e sigillò, cucendo intorno un nastrino rosso e bianco fermato con ceralacca di Spagna rossa, impressa con le “armi gentilizie”: un’Aquila in campo d’oro con due aquile laterali. Alfieri nominava solennemente la contessa d’Albany erede universale di tutti i beni non compresi nella donazione alla sorella Giulia: «mio Erede Universale faccio, costituisco, ordino, deputo, e di mia propria bocca nomino, e voglio che sia la signora Contessa Luisa d’Albany, nata Principessa di Stolberg, vedova del Conte d’Albany Stuart, morto in Roma nel Gennajo dell’anno 1788». In una lettera al conte Francesco Morelli del 28 febbraio 1797, Alfieri manifestò, in seguito, la volontà di lasciare i libri della sua nuova biblioteca fiorentina alla città di Asti: «Confesso che mi dispiacerebbe moltissimo che si dovessero disperdere un’altra volta o prima, o dopo la mia morte. La mia intenzione è dunque di farne un lascito alla nostra città in testimonio del mio affetto per quel dolce terren ch’io toccai pria». A conferma, va ricordato il sonetto, successivo di soli due mesi, nel quale rivolgendosi alla propria città: “Asti, antiqua Città, che a me già desti/La culla, e non darai (pare) la tomba”, si proponeva di lasciarle i propri libri, “Né in dono già, ma in filial tributo”. Le cose, però, andarono diversamente. Nelle Ultime volontà di Vittorio Alfieri, esposte e raccomandate alla contessa d’Albany in data 1 gennaio 1799, Alfieri dava indicazioni per la futura stampa dei suoi scritti e consigliava la Stolberg di farsi «dirigere da persona dotta, intelligente ed amica, come l’Abate di Caluso».  Alfieri morì l’8 ottobre 1803, alle 10 di mattina. Ha inizio da questo momento un ulteriore capitolo della storia, anzi un doppio capitolo, relativo sia all’erezione del monumento in Santa Croce, opera di Antonio Canova, sia al destino delle carte manoscritte e dei libri della biblioteca fiorentina. La nobildonna si batteva per rendere onore all’Alfieri consolidando la fama del Poeta con un monumento funebre in Santa Croce. Era la chiesa che il giovane Vittorio aveva visitato, diciassettenne distratto, durante il primo soggiorno fiorentino, benché, nella Vita, avesse ammesso di essersi soffermato a riflettere sulla tomba di Michelangelo. Numerosi disegni e modelli preparatori accompagnarono l’evolversi del progetto, dal 1804 al 1810. Ma non mancarono gli ostacoli. Il clero era contrario alla celebrazione di un uomo noto per aver a lungo convissuto con una donna al di fuori del matrimonio e il fatto che la richiesta di tale celebrazione fosse sostenuta proprio da quella donna e dal suo nuovo compagno la rendeva improponibile. Nel 1806, inoltre, era stato esteso all’Italia l’editto di Saint Cloud del 1804, con il quale si vietava la sepoltura nelle chiese. La presenza dei Francesi, certo poco propensi a riconoscere la gloria di un avversario dichiarato, faceva il resto. 

Il monumento funebre realizzato da Antonio Canova per la tomba di Vittorio Alfieri ospitata in Santa Croce a Firenze. Furono la contessa e il Fabre a convincere il famoso scultore ad accettare la commessa

La Stolberg muore vent’anni dopo di lui e nomina erede il Fabre

 

La contessa, tuttavia, ottenne l’autorizzazione. Canova, che aveva declinato l’invito, venne persuaso da Fabre a legare la propria fama di “primo scultore d’Italia” a quella del “primo poeta d’Italia” e il 12 marzo 1804 accettò. Luisa Stolberg sopravvisse di vent’anni a Vittorio. Morì il 29 gennaio 1824. L’Archivio di Stato di Firenze custodisce il suo Testamento solenne del 29 marzo 1817, reso noto solo nel 1860: Fabre vi era nominato erede universale. Su suggerimento di Ludovico di Breme, tuttavia, la Contessa stabiliva che «tutti i libri che formavano la Biblioteca del Conte Vittorio Alfieri» e tutti i manoscritti, nonché il busto realizzato dal Corneille, fossero destinati alla Biblioteca di Brera a Milano, città in cui, come scriveva nel ’16 il Di Breme, Alfieri era “en véneration”. Anche la Biblioteca Palatina di Parma, nel frattempo, aveva preso contatti con la contessa, per assicurarsi una parte dei manoscritti alfieriani. Altri due testamenti avevano preceduto quello del 1817. Destino volle che Di Breme morisse nel 1820. Il testamento del ’17 fu confermato dall’Albany tramite una donazione inter vivos a favore di Fabre, il 24 gennaio del ’24, pochi giorni prima di morire, alla presenza del notaio Paoletti. L’Albany destinò a Fabre «tutti i libri di qualsivoglia classe, e manoscritti di qualsivoglia autore». La Stolberg, abbiamo detto, morì il 29 gennaio 1824. Fino a quella data, la biblioteca di Alfieri rimase intatta nella Palazzina, che aveva continuato ad aprire i battenti a personalità della cultura e della politica. L’opinione pubblica fu informata delle disposizioni testamentarie a favore di Fabre: la Gazzetta di Firenze dedicò un necrologio di elogio alla contessa, lodando la sua dedizione alla memoria del Poeta, condivisa dal “signor Francesco Saverio Fabre”, suo erede universale. Il 4 ottobre dello stesso anno, il notaio Paoletti ricevette da Fabre “un involto di fogli chiuso e cucito in giro con nastro di seta di colore verde con filetto color rosa”. Ai quattro angoli, i sigilli aventi per impronta le iniziali del nome: X. F. L’involto conteneva il testamento solenne del pittore. Fino al 9 maggio 2003, non se ne conosceva il contenuto. Fabre scriveva: «Desidero che il mio corpo sia seppellito in uno de’ Chiostri del Convento di Santa Croce di Firenze», in modo da essere vicino alla contessa. Non andò così.  

Il busto di Giovanni Montersino

Fabre riesce a portare opere e libri a Montpellier

 

Partendo da Firenze, Fabre portò a Montpellier, sua città natale, carte, cimeli e libri, che presero, per la seconda volta, la via della Francia. Per favorire il trasferimento in Francia donò alla Biblioteca Laurenziana, vicina alla casa regnante del granduca, manoscritti e alcuni libri annotati da Alfieri. La Gazzetta del 1 maggio 1824 dava notizia di un’operazione che non aveva precedenti, non avendo mai accolto la Laurenziana fondi di autori contemporanei. Con l’obiettivo di tornare in patria con onore e poter ambire a un proprio museo, il 5 gennaio 1825, a un anno dalla morte dell’Albany, Fabre offrì al sindaco di Montpellier, il marchese di Dax-Dazat, le collezioni di libri e opere d’arte che intendeva portare con sé in patria, oltre a un capitale di cinquantamila franchi. Due giorni dopo, il 7 gennaio, il Comune di Montpellier rispose accettando e dando garanzia per la corretta collocazione delle opere d’arte, che avrebbero formato il futuro museo. Fabre, anche grazie alla donazione alla Laurenziana, trovò con abilità il consenso dell’alta burocrazia fiorentina per ottenere l’autorizzazione all’esportazione. Sappiamo infatti, intrecciando le informazioni, che egli lasciò Firenze con 280 opere della sua collezione, ovvero, come ci illustra l’inventario, 224 quadri, 26 disegni, 22 incisioni, 4 marmi, 6 bronzi, 30 gessi, 11 oggetti d’arte non specificati. A questi si aggiungevano i volumi della biblioteca di Alfieri non lasciati in dono a Firenze. Dal porto di Livorno, una nave speciale, messa a disposizione dal ministro della marina francese, conte Chabrol, salpò con 120 casse di opere d’arte. 

Un’immagine del viaggio organizzato dal Centro Alfieriano a Montpellier nel 2001 da un gruppo di astigiani

A inizio Novecento l’astigiano Montersino ottenne dai francesi due parziali restituzioni

 

A Firenze, le stanze della Palazzina Gianfigliazzi rimasero deserte. La storia non finisce qui. Entra in scena qualche decennio dopo un astigiano che tentò di recuperare dai francesi il “tesoro di Alfieri”. È Giovanni Montersino, nato a Mongardino il 30 novembre 1851. Fu assunto dall’Ufficio tecnico municipale di Asti. Era anche direttore dell’Osservatorio Meteorologico, poi passò alle Ferrovie dello Stato come ingegnere capo. Montersino era un appassionato d’arte e di storia. Fu lui a far sì che il sindaco di Asti Giuseppe Bocca scrivesse nel 1901 alla municipalità di Montpellier, per riavere i libri e i manoscritti alfieriani. La risposta fu un sostanziale diniego. Tuttavia, Montersino trovò contatti e ottenne un primo dono nel 1903, consistente nella copia calligrafica del Catalogo dei libri di Vittorio Alfieri da Asti, Firenze 1803, relativo alle circa tremila opere conservate presso la Biblioteca Municipale di Montpellier. Montersino non si diede per vinto e nel 1916 chiese di poter ottenere la riproduzione di alcuni  ricordi alfieriani, custoditi dalla città francese. Con lettera del 25 febbraio 1917, il sindaco di Asti Annibale Vigna chiese al prof. Andrea Joubin, direttore e conservatore del museo Fabre, di “permettere al nostro concittadino, il Sig. cav. Giovanni Montersino, di far eseguire a sue spese le riproduzioni e le copie di qualcuno degli oggetti alfieriani”, per esporli nel museo astigiano. Il sindaco di Montpellier rispose il 10 novembre 1917 (si era in tempo di guerra), in segno di “cordiale fratellanza”: “Signor Sindaco e Onorevole Collega, in seguito alle conversazioni che abbiamo avuto col signor Montersino, ho l’onore di informarvi che per deliberazione del 1 agosto ultimo, il Consiglio comunale della nostra città ha deciso di far rimettere al Governo Italiano, per essere consegnati alla città di Asti, un certo numero di documenti e di volumi che furono di proprietà di Alfieri […]. Il Sindaco P. Pezet”.  Dopo la guerra, Asti ottenne, pertanto, un secondo “omaggio” di opere, consegnato il 1° aprile 1923 da una delegazione francese. Alla deliberazione del Consiglio comunale di Montpellier, comunicata al Comune di Asti il 10 novembre 1917 con l’approvazione delle autorità francesi, fece seguito l’elenco dei 25 cimeli, fra i quali, per ricordarne solo alcuni, l’estratto di nascita di Alfieri, 16 gennaio 1749; il libro in marmo con gli Epitaffi di Alfieri e della Contessa; preziose edizioni della Stamperia di Kehl,  come L’America libera, del 1784; l’edizione definitiva delle Tragedie, Didot, Parigi 1787, in sei volumi.  È frequente incontrare il Montersino nei giornali dell’epoca. Ne Il Cittadino del 13 aprile 1910, risultava fra gli eletti alle elezioni amministrative con 2334 voti. In un articolo del 13 ottobre 1918, polemico nei confronti della giunta astigiana per la reazione tiepida agli omaggi da parte di Montpellier, era detto “dotto ricercatore e raccoglitore” di memorie alfieriane. Il 30 gennaio 1921, si deprecava “con quanta indifferenza, per non dire altro e peggio”, si provvedesse in Asti “a mantenere vivo il culto dei migliori suoi figli: Alfieri e Bonzanigo”; il 24 settembre del ’22 si pubblicava la lettera suggerita da Montersino per il sindaco di Montpellier e l’elenco di quanto richiesto, anche sotto forma di riproduzione fotografica. Il 18 febbraio 1923, in occasione della deposizione della lapide in onore di Alfieri a Roma a Villa Strozzi, dove Alfieri aveva abitato, si sottolineava come anche questa iniziativa fosse riconducibile a Montersino, “promotore della lapide”. A palazzo Alfieri in quegli anni fu allestita una “sala Montpellier” che custodiva i cimeli restituiti dai francesi. Nel giugno 1923, Montersino ricevette dalla Repubblica francese “le insegne di Cavaliere della Legion d’Onore”. Morì a Pegli e fu sepolto a Mongardino. In base al testamento del 1931 lasciò alla città di Asti tutta la sua raccolta di libri, documenti, manoscritti e intagli dello scultore astigiano Bonzanigo. La biblioteca antiquaria del Centro Nazionale di Studi Alfierani, oggi Fondazione, custodisce i libri posseduti da Alfieri che la città di Montpellier restituì nelle due occasioni d’inizio Novecento, grazie all’impegno del Montersino. Nel 2001 un gruppo di astigiani appassionati di Alfieri visitò le Biblioteca di Montpellier e il Museo Fabre, in un viaggio per molti indimenticabile, organizzato, con il Centro Alfieriano, dal Comune di Asti e dal Comitato per le Celebrazioni Alfieriane. Le nuove tecnologie potrebbero riportare almeno virtualmente ad Asti tutto il resto, visto che finalmente il palazzo natale tornerà ad aprirsi e raccontare al mondo vita, opere e passioni di Vittorio Alfieri.