Dicembre significa Natale e Natale significa presepe. Due “attori” sempre presenti in questa tradizionale realizzazione sono il bue e l’asinello. Vediamo come il nostro dialetto utilizza questi due animali nelle sue espressioni.
Bütè ‘l chèr ‘dvan da ij beu, mettere il carro davanti ai buoi, significa anche in italiano precipitare le cose; pej d’ij beu ant a mèria, come i buoi nel granoturco, indica un comportamento poco diplomatico, indelicato, che crea sconquasso; la definizione ha sempi beivì ant a pianà d’in beu, ha sempre bevuto nell’orma di un bue, è riferita a chi viene da una condizione sociale infima e adesso si dà un sacco di arie.
E tutti noi, quando eravamo giovani e facevamo follie per una ragazza, ci siamo sentiti dire dai più vecchi che c’è una cosa che a tira ‘d pü che na cubia ‘d beu, una cosa che tira più di una coppia di buoi: indovinate che cos’è.
I modi di dire che hanno come riferimento l’asino sono parecchi. Dèj na fava a ‘n buc-a a n’asu, dare una fava da mangiare a un asino, significa adottare una misura insufficiente, inadeguata, un palliativo, come anche fèj ‘n papìn a n’asu, fare un impiastro a un asino per guarirlo, concetto ancora più accentuato da fè ‘n papìn a na gamba ‘d bosch, fare un impiastro a una gamba di legno.
N’asu carià ‘d sold, un asino carico di soldi, è l’ignorante che naviga nei quattrini senza esserseli guadagnati e meritati, il parvenu che, nonostante le possibilità finanziarie, resta sempre uno zotico.

L’asu del Cumün, l’asino del municipio, è quello a cui toccano tutti lavori, soprattutto quelli più faticosi. A biava è nen per ij asu, la biada non è per gli asini, stigmatizza le manie di grandezza di chi pretende di vivere da cavallo pur essendo nato asino. An poc a prün a caval a l’asu, un po’ a ciascuno in groppa all’asino, significa approfittare equamente, a turno, di una posizione di vantaggio; scomodando il linguaggio politico, potremmo dire che rappresenta la democrazia dell’alternanza.
Tachè l’asu vanda ‘l veur el padròn, attaccare l’asino dove vuole il padrone, è il consiglio ad accettare la decisione di chi comanda, una sorta di “vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare”.
C’è anche la versione “attaccare l’asino dove vuole in medesimo” per dire dar ragione a chi non la merita.
A lavej a testa a ij asu sa sgarìa temp e savòn, a lavare la testa agli asini si spreca tempo e sapone, visto che la cosa non sarebbe apprezzata.
An mancansa d’asu a i cur el somi, in mancanza di asini corrono le asine, si dice quando si deve sopperire a una carenza facendo di necessità virtù. Soma è il sostantivo che indica la femmina dell’asino e anche una donna dai costumi non troppo castigati, nonché la fetta di pane sfregata con l’aglio, la soma d’aj.
A questo proposito, una storiella che ho sentito spesso raccontare quando ero ragazzo. Una signora un po’ avanti con gli anni andò a confessarsi.
Non appena aperto lo sportellino del confessionale, il confessore fu investito da un forte odore di aglio e sbottò dicendo:«Madama, chila ha fat a soma!». E la signora, tenendo gli occhi bassi, rispose: «Se, ma ‘mmacc in poc da giuvna!». «Si, ma solo un po’ quando ero giovane!».
