Per il secondo anno sono saltate, a causa della pandemia, le manifestazioni di Carnevale e allora il faldone dell’Archivio storico comunale di Asti si apre su quelli che sono stati gli anni del Carnevale astigiano nel secondo dopoguerra.
Nel gennaio 1949, mentre Asti vive il fermento dell’avvio delle grandiose celebrazioni del bicentenario alfieriano, la giunta municipale presieduta dal sindaco Felice Platone prende in considerazione l’idea di ripristinare la corsa del Palio, ufficialmente sospesa dal 1936. A tale scopo, favorisce la costituzione dell’associazione Famija Astesan-a cui demanda tutta l’organizzazione del Palio, impegnandosi a mettere a disposizione l’attrezzatura ancora presente nei magazzini comunali (carroccio, costumi, stendardi, pennoni, bandiere, transenne e materiale da addobbo) e facendosi carico in proprio delle sole spese per la preparazione e l’allestimento della pista.

*Uno dei bozzetti di Luigi De Stefano realizzato per i costumi delle nuove maschere astigiane Presentazione delle maschere astigiane al sindaco Giraudi e alla Giunta Un bilancio preventivo che ammonta a circa 4 milioni e mezzo di lire e l’assenza di adeguate sponsorizzazioni fanno sì che nel marzo del 1949 il progetto di ripresa del Palio si areni. La manifestazione aveva, nelle intenzioni dell’Amministrazione comunale, non solo lo scopo di dare lustro alle celebrazioni alfieriane, ma voleva essere un momento in cui, dopo le tante divisioni della guerra, prevalesse il senso di unità comunale. Accantonato per il momento il Palio, appare più fattibile l’organizzazione, a partire dagli Anni Cinquanta, di veglioni danzanti nel periodo di Carnevale.
All’inizio degli Anni Sessanta (1962) viene fatta nascere una coppia ufficiale di maschere astigiane a scopo promozionale enologico: Spumantino e Barberina. Il disegnatore dei costumi di queste nuove maschere fu Luigi Di Stefano, insegnante all’Istituto Giobert di Asti, mentre la realizzazione fu affidata alla sartoria “Annamaria” di Milano. A queste due maschere spettava il compito di promuovere la città di Asti e i suoi vini più famosi. Il 2 febbraio 1964 viene costituita anche l’associazione Famija ‘d le Maschere Astesan-e, composta dalle maschere caratteristiche della città e rappresentative di alcuni dei borghi e dei rioni più antichi e popolari.
Le maschere vengono ufficialmente presentate al sindaco Giovanni Giraudi, che promuoverà poi la ripresa del Palio nel 1967. Tali maschere, destinate ad animare le sfilate e i corsi mascherati, «…impersonavano le figure più caratteristiche del passato di ogni borgo nel campo del lavoro, dell’arte, dell’operosità e dell’ingegno, nonché le prove di ardimento e di eroismo…» (dall’atto di costituzione delle maschere dei rioni della città di Asti, 2 febbraio 1964).
Le prime maschere appartengono a 4 storici borghi della città: Tanaro, San Pietro, San Rocco, Santa Caterina. Per il borgo Tanaro, il Barcajò e la Bela Lavandera ricordano le due attività caratteristiche del borgo: il barcaiolo, in questo caso l’eroico Domenico Pio, insignito della medaglia al valor civile per aver salvato un uomo dall’annegamento, e la lavandaia a rappresentare tutte le ragazze cui spettava il compito di lavare i panni in Tanaro.

Per il borgo San Pietro, Cicu Pertera e la Bela Filandera del Ponte Verde (più o meno a metà dell’attuale viale Pilone). Cicu era l’oste della locanda El Pont Verd, famosa per gli agnulot a base di carne bovina e suina. La Filandera era una giovane e graziosa ragazza che lavorava i cochet (i bozzoli, ricavati dai bachi da seta), a ricordare l’attività delle f ilature diffusa nella zona.
Alla creazione e alla realizzazione dei costumi di Cicu e della Filandera collaborarono il farmacista Giuseppe Villavecchia, che disegnerà poi anche alcuni costumi del Palio per il borgo San Pietro, e la sartoria “Kate” della signora Caterina Gianoglio che impersonò la prima Bela Filandera. Per il borgo San Rocco, Toni Destöpa (Antonio che stappa) e Maria Gögheta (Maria Baldoria). Toni era il proprietario dell’Osteria d’San Roch: gran conoscitore ed assaggiatore di vini, non si separava mai dal suo tirabursun (cavaturaccioli). La moglie Maria non disdegnava di fare compagnia al marito nell’assaggio dei vini e questo la rendeva un po’ allegra: gögheta, infatti, significa baldoria.

Il doganiere Falamoca e la fiammiferaia Gigin Pölemica sono le maschere del rione Santa Caterina. Falamoca raffigura il doganiere della porta di Sant’Antonio. Gigin, dalla favella facile e Sfilata di carri allegorici al Carnevale del 1966 per questo detta pölemica, è la moglie di Falamoca. I costumi di queste maschere furono disegnati dallo scenografo astigiano Eugenio Guglielminetti.
Pochi anni dopo, sul finire degli Anni Sessanta, Guglielminetti crea anche i costumi di Cicö Föet (Francesco Frusta) e Ghitin ‘d la Tör (Margherita della Torre) del borgo Torretta. Nel 1981 si uniscono alle maschere astigiane anche quelle del borgo Don Bosco (Trömlin e Ginota) e, nella prima decade del XXI secolo, viene presentata quella che, per ora, è l’ultima maschera astigiana: Madama Limunin, signora della frazione di Variglie, zona nota per la coltivazione di una particolare varietà di pesco i cui frutti sono chiamati appunto pesche limonine (varietà con denominazione Deco di Asti).
VISTO SU ASTIGIANI
Anni ’60 la scelta del sindaco Giraudi tra Carnevale e il Palio di Pippo Sacco in Astigiani n.19 marzo 2017












































