lunedì 27 Aprile, 2026
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I tesori ritrovati della Confraternita di San Gerolamo

L’intensa storia della chiesa di Costigliole. Chiusa nel 1970 e riaperta dopo l’abbandono come museo d’arte sacra

In origine la confraternita di San Gerolamo di Costigliole era denominata di “Santa Croce” ma, dal 1580 circa, mutò la propria intitolazione.

Molti si sono domandati per quale motivo la più importante confraternita del paese si fosse votata alla protezione di San Gerolamo, dottore della Chiesa latina, santo colto e antico traduttore della Bibbia, anziché riferirsi ad altre più note e diffuse titolazioni, come le confraternite della Santissima Trinità, dell’Annunziata, di San Giovanni Decollato o di santi particolarmente venerati
dalla tradizione popolare e contadina, come San Rocco o San Sebastiano, protettori delle campagne e invocati contro il flagello della peste.

In effetti le confraternite dedicate a San Gerolamo, in Italia, si possono contare sulle dita di una mano. Nonostante approfondite ricerche tra le carte degli archivi, a questo interrogativo non si riesce a rispondere in modo esaustivo.

Forse l’intitolazione si deve alla volontà di uno dei signori feudatari di Costigliole, i nobili Asinari, che avevano comperato il paese, dal Comune di Asti, per seimila fiorini d’oro, fin dal 1341. Diversi uomini della famiglia Asinari, infatti, nel corso dei secoli, portarono il nome di Gerolamo e, come esponente principale va segnalato Gerolamo Asinari, figlio di Gilardino, vissuto tra la seconda metà del Quattrocento e deceduto entro il 1576. Egli poteva contare su vasti possedimenti terrieri sparsi su tutto il territorio municipale e forse, a seguito di una sua donazione all’antica confraternita costigliolese di Santa Croce, in segno di gratitudine, questa decise di votarsi al santo dottore della Chiesa.

Che la confraternita costigliolese fosse di antica fondazione, probabilmente già presente nella prima metà del XV secolo, è altresì attestato dal fatto che alla metà del secolo successivo risulta già ben consolidata.

Nel centro storico del paese, detto la Rocca (ove si trovava il sito un tempo chiamato Aia dei Galli), aveva un proprio oratorio privato, per le preghiere e la celebrazione della messa domenicale, con annesso un fabbricato, di proprietà dei confratelli, utilizzato per le riunioni, le assemblee pubbliche e per la conservazione dei beni, non ultimi il grano e il vino ricavati dalla resa di diverse giornate di terreno possedute.

Il priore gestiva un monte di pietà frumentario

 

La confraternita era retta da un priore, coadiuvato dal vicepriore, dal segretario, da un tesoriere e da alcuni altri “ufficiali”, tra i quali i “massari”, incaricati della cura e della gestione agricola delle terre. Parte del grano raccolto veniva utilizzato, come forma caritativa, nella confezione di grandi forme di pane poi distribuito gratuitamente alle famiglie povere o dato a prestito, come “monte di pietà frumentario”, per la semina nei periodi più critici o di carestia.

La confraternita nominava e stipendiava anche un proprio cappellano per le celebrazioni liturgiche. Già nel Cinquecento, raggruppava uomini e donne, sebbene il potere decisionale fosse, secondo la mentalità del tempo, nelle sole mani maschili (le consorelle avevano scelto come santa protettrice Santa Lucia, vergine e martire).

La confraternita fu anche comunemente detta dei Battuti Bianchi sia perché i confratelli avevano adottato un abito liturgico di tale colore (anche per distinguersi dalla vicina confraternita della Misericordia, detta dei Battuti Neri) sia perché, in antico, come estrema forma penitenziale, gli iscritti erano usi all’autoflagellazione.

La pala a olio su tela raffigurante San Gerolamo in estasi (1677-1725)

Costigliole fino al 1805 fece parte della diocesi di Pavia

 

Intorno al 1580 la confraternita ottenne un primo riconoscimento pubblico e ufficiale da parte dell’autorità ecclesiastica tramite il vescovo di Pavia mons. Ippolito Rossi (il paese di Costigliole, con alcuni altri limitrofi, fece parte della diocesi pavese da tempo immemorabile e fino al 1805). ù

A ulteriori riconoscimenti giuridici ed ecclesiali si giunse nel 1611 e, soprattutto, nel 1696 con la sua affiliazione a quella celeberrima del Gonfalone di Roma, legame spirituale fortemente voluto dalla associazione costigliolese per poter lucrare sulle numerose indulgenze papali che avevano
arricchito il pio sodalizio romano.

La fama e l’importanza della confraternita di San Gerolamo crebbe e si consolidò nel corso del tempo, in modo continuo e crescente, divenendo
una delle associazioni religiose più grandi e significative del sud Astigiano.

I Battuti Bianchi erano 800 confratelli e mille consorelle

 

Basti sapere che, nel 1749, negli atti relativi alla visita pastorale del vescovo di Pavia mons. Francesco Pertusati, si annota che i confratelli erano circa ottocento e le consorelle quasi mille, provenienti non solo da Costigliole, ma anche da molti paesi del circondario.

Fu a seguito di questo costante incremento degli iscritti che alla metà del Seicento i confratelli sentirono la necessità di far realizzare una chiesa più imponente e solenne rispetto al loro piccolo e ormai vetusto oratorio. Fu trovato, sempre all’interno del nucleo storico del paese, un terreno sufficientemente ampio da consentire la costruzione di una più grande chiesa.

Per diversi anni, però, la pia intenzione dei confratelli di San Gerolamo fu ostacolata dalla fiera resistenza, a volte anche con sgarbi reciproci che nulla hanno a che fare con la carità cristiana, di un’altra significativa confraternita costigliolese, quella dei Battuti Neri di San Giovanni

Decollato o della Misericordia, che mal vedeva la costruzione della nuova
chiesa della confraternita “rivale” a soli venti metri dal proprio oratorio.

Lo stendardo del Palio di Asti, vinto da Costigliole nel 1785, è esposto nella Confraternita

La Confraternita nel 1662 avviò i lavori per avere una propria chiesa

 

Ma, come si usa dire, chi la dura la vince, e, così, il 23 ottobre 1662 quelli
di San Gerolamo posero la prima pietra dell’attuale chiesa, disegnata dagli architetti locali, ma di origini luganesi, Pietro Baldi e Gianmaria Poncino che si erano evidentemente ispirati alle nobili realizzazioni del grande architetto regio Amedeo di Castellamonte.

I lavori di costruzione si protrassero fino al 1681 con l’alternarsi di numerosi capomastri: Silvestro e Pietro Franco, Carlo Francesco Finale, i fratelli Antonino e Giovanni Gatto di Castagnole delle Lanze. Nel 1677 la chiesa venne affrescata da un pittore costigliolese: Secondo Arellano (1640- 1701).

L’opera dell’artista è purtroppo oggi celata da una pesante ridipintura realizzata nel 1896 da Pasquale Moiso di Calosso d’Asti. Da alcuni saggi
stratigrafici, condotti sul cornicione, è emerso un ornamento seicentesco
di notevole valore artistico: angioletti, tralci, pampini e girali monocromi su
fondo celeste. È presente un’analoga decorazione entro i pennacchi degli archi ma, in questo caso, il colore di sfondo risulta rosaceo (non si è potuta tirar fuori l’originaria decorazione per tre motivi: l’attuale apparato pittorico è più che centenario, l’incertezza circa l’integrità dell’opera sottostante e i proibitivi costi del restauro). Tra il 1688 e il 1689 non precisati esponenti della
famiglia d’intagliatori Barbero costruisce il coro ligneo.

Una scrigno d’arte con maestoso altare marmoreo

 

Nel 1690 i confratelli iniziarono a discutere circa la possibilità di arricchire la nuova chiesa di un monumentale altare maggiore in marmo che «[…] fosse di qualche distinzione da quelle (ancone) dell’altre Confraternite e compagnie», come si legge in un documento del 1692.

In effetti riuscirono a offrire uno straordinario altare marmoreo“a ribalta”: un tripudio di colonne  tortili, frontoni ricurvi, statue monumentali in marmo bianco di Carrara raffiguranti i Santi Pietro e Paolo (sulle portine laterali che immettevano nella piccola sacrestia ricavata nell’abside), angioletti sorreggenti lo stemma dell’arciconfraternita del Gonfalone di Roma e, sulla sommità, Cristo Redentore.

L’incarico venne affidato al luganese Giuseppe Maria Carlone, molto attivo per le chiese torinesi e la corte sabauda, che realizzò gran parte dell’altare, ma non riuscì a completarlo a causa della morte avvenuta in Asti nel 1696; l’opera fu terminata, entro il 1700, da Giovanni Pietro Tadei (allo stesso Tadei si deve la bella acquasantiera a calice datata 1698). Si tratta, probabilmente, dell’altare marmoreo più grandioso della Provincia di Asti, paragonabile solo a quello ora presente nella parrocchiale di Revigliasco d’Asti, proveniente dall’ex convento di San Giuseppe di Asti. (Vedi Astigiani 24, giugno 2018).

Ad adornare il manufatto fu posizionata, entro il 1711, una straordinaria pala a olio su tela, raffigurante San Gerolamo in estasi, dell’importante artista ticinese Giuseppe Antonio Petrini (1677-1755 c.). Intanto, nel biennio 1704-1705, all’ingresso della chiesa, fu realizzata la tribuna in muratura, opera dei capomastri Antonino e Francesco Maria Gatto, abbellita da candidi stucchi del luganese Antonio Bellotto e decorata dalla pittrice costigliolese Caterina Arellano Borio (1664-1725), figlia del pittore Secondo.

Sulla tribuna spicca un pregevole organo meccanico più volte rimaneggiato nel corso del Settecento e pressoché rifatto, nel 1824, dall’organaro Felice Bossi di Bergamo. Nel1749 il marmorino Diamante Pelagatta di Viggiù collocò,  a delimitazione del presbiterio, l’elegante balaustra ai cui lati, tra il 1798 e il 1799, lo stuccatore luganese Luigi Baguti di Rovio realizzò i due altari dipinti a imitazione del marmo allo scopo di poter consentire ai sacerdoti la celebrazione di più messe in contemporanea.

L’ultima grande opera di abbellimento risale al biennio 1880-1881 quando fu innalzato il fastoso campanile neobarocco, in stile juvarriano, disegnato dal
geometra locale Pietro Gallino (1836-1900).

Con alterne fortune la confraternita si mantenne attiva fin verso la metà del XX secolo per essere poi definitivamente chiusa nel 1970 a seguito della morte dell’ultimo cappellano, don Giovanni Testore, di venerata memoria.

Tra il 1970 e il 1997 il sacro edificio fu abbandonato e cadde in un lento e inesorabile degrado. Nell’ottobre del 1997 si istituì l’Associazione culturale,
denominata Confraternita di San Gerolamo, avente per scopo la valorizzazione e il restauro delle opere d’arte, religiose e civili, del Comune di Costigliole d’Asti. Nell’arco di un decennio la chiesa è stata completamente restaurata e ora, nei suoi ampi locali, è allestito un museo di arte sacra che raccoglie e valorizza parte dei beni artistici di proprietà della parrocchia costigliolese.

Nelle vaste bacheche sono conservate diverse opere. Si segnala un prezioso Crocifisso ligneo a grandezza naturale scolpito, sul finire del Seicento, dall’intagliatore Severino Felice Cassina.

Crocifisso ligneo a grandezza naturale scolpito dall’intagliatore Severino Felice Cassina, fine seicento

Il Crocifisso portato in processione faceva prevedere i raccolti

 

Il simulacro veniva portato in processione per le vie del paese nella serata del Giovedì Santo; il Cristo era adagiato su un catafalco adorno di lumi e candele e i confratelli traevano auspici favorevoli o nefasti per l’annata agricola se le luminarie, durante il tragitto, restavano accese o si spegnevano… questo atteggiamento “superstizioso” fu sempre osteggiato dai parroci, anche se con scarsi risultati.

È altresì esposto un fastoso tronetto ligneo, in stile rocaille, con candelieri e piramidi di varia grandezza, scolpito nel 1757 dall’astigiano Francesco Maria Bonzanigo (vedi Astigiani 31, marzo 2020).

Non mancano anche alcuni quadri: una grande pala d’altare, raffigurante la Deposizione di Cristo dalla Croce, dei primi del XVII secolo, dipinta dall’astigiano Bartolomeo Pelizza che si è ispirato a una nota stampa del
pittore bresciano Girolamo Muziano (il quadro adornava una cappella laterale
dell’antica chiesa parrocchiale di proprietà della confraternita di San Gerolamo); un San Rocco benedicente il paese di Costigliole dipinto dal torinese Antonio Michele Milocco alla metà del Settecento, dono dei marchesi Asinari di San Marzano, come si evince dagli stemmi (quest’opera era la pala d’altare di una chiesa campestre dedicata a San Rocco e già situata sul sedime dell’attuale piazza Medici del Vascello, chiesa demolita nel 1934).

C’è anche il Palio vinto dai costigliolesi nel 1785

 

Tra le curiosità esposte anche lo stendardo del Palio di Asti che la confraternita “rivale” della Misericordia vinse in una rocambolesca corsa
nel 1785; altri dipinti dal XVII al XIX secolo, alcune statue, argenti e paramenti sacri.

Questo di San Gerolamo è un piccolo museo da non perdere che diventa un’autentica scoperta nel variegato panorama delle bellezze storiche, artistiche e paesaggistiche del Monferrato.

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Paolo Prunotto
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