Quando hai pubblicato il tuo ultimo libro?
Nel 2016. Il titolo è Un tuffo nella vita, edito da Lindau di Torino.
Puoi riassumerlo in 100 parole?
Nel 1980 Paolo era un ragazzo di 24 anni. Il 14 luglio si tuffa come aveva fatto altre volte da uno scoglio sul molo di un paesino vicino a Imperia.
Qualcosa va storto e batte con violenza la testa sulla sabbia del fondo: due vertebre cervicali vanno in frantumi e quando torna a galla è tetraplegico. I primi anni sono terribili: le cure e gli interventi chirurgici, l’indifferenza delle
istituzioni, la disperazione di trovarsi inchiodato in una dolorosa, immutabile routine quotidiana.
Ma grazie alla sua tenacia, all’affetto e alla dedizione dei suoi genitori e di tanti amici, Paolo riesce a reagire: smette di sognare un ritorno alla vita di prima, cerca di sfruttare tutte le potenzialità rimaste e decide di vivere pienamente la sua nuova condizione.
Da cosa è nata l’dea per questo romanzo?
Paolo lo conosco da circa trent’anni, abbiamo parlato a lungo della sua realtà e alla fine, una decina di anni fa, abbiamo deciso di scrivere la sua storia sotto forma di una lunga intervista, per cercare di dare al lettore la visione del mondo di un tetraplegico da due punti di vista, quello del disabile e quello di una persona “normale”, che osserva quella realtà senza essere direttamente coinvolto.
Siccome io abito ad Asti e Paolo ad Alessandria, abbiamo iniziato a chiacchierare al telefono, soprattutto la sera. Io prendevo appunti, glieli
giravo per mail e la volta dopo ne discutevamo. È stato un lavoro lento, più volte interrotto.
Alla fine, è nato questo libro, che vuole narrare la vita di una persona che ha diritto ad una sua esistenza per quanto possibile autonoma, con i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue scelte, i suoi alti e bassi. Anche se tetraplegico ha il diritto di vivere, non di sopravvivere e basta.
Prima avevi pubblicato romanzi gialli, vero?
Sì, due: L’inverno dei Mongoli edito da Einaudi nel 1995 e Binario morto, edito da Besa nel 1998.
Si può vivere di scrittura in Italia?
Se sei molto bravo sì. Ma devi vendere davvero tante copie.
Da astigiano, come vivi il rapporto con la città?
Bene. Secondo me è una città a misura d’uomo. Provinciale, ma tutto sommato comoda. E poi qui ho amicizie, interessi… Ci ho passato la vita e non ho intenzione di cambiare a settant’anni. Di sicuro potrebbe essere migliorata.
L’immobilismo politico degli ultimi anni non ha certo favorito una sua crescita.
Hai in programma un prossimo romanzo?
Nel cassetto ne ho più di uno, ma pubblicare non è facile. L’anno scorso ho finito un romanzo giallo ambientato qui in provincia nel 1914.
Il fatto storico da cui si avvia la vicenda è il “crac di Mombercelli”, quando gli investitori scoprirono il buco finanziario dell’Unione Astigiana di Credito Agricolo (Astigiani ne ha parlato sul numero 34 di marzo 2021). Adesso cercherò di farlo leggere, poi vedremo.










































