venerdì 2 Dicembre, 2022
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IL PIEMONTESE

Darsi dei nomi L’arte dell’insulto

“Dessi dij nòm”, ovvero deridere o insultare, a seconda della gravità della situazione. Il piemontese e in particolare il dialetto astigiano abbondano di epiteti per colpire difetti fisici e morali, con risultati spesso esilaranti. Passarli in rassegna è anche un modo per scoprire come, nel corso del tempo, gli insulti abbiano ereditato riferimenti antichissimi: si pensi agli esotici “mamaluch” e “catalan”, o ai mestieri ormai scomparsi evocati da “busè” e “patelavache”. Si fa un grande sfoggio di fantasia e ironia, ma il genio è evidente quando gli epiteti sono composti: “ciuciaformie”, “pistapeiver”, “sbrinciacioende”. C’è una filosofia di vita dietro a questo campionario di insulti? Forse l’esaltazione di una normalità vagamente perbenista, ma l’arte di “darsi dei nomi” è ben più complessa.

Il piemontese è una fantasiosa miniera di epiteti: un po’ per ridere, un po’ per offendere davvero

Quella piemontese, come ogni lingua popolare, più parlata che scritta, è molto ricca di fantasia nel campo dei nomignoli o insulti, più o meno pesanti, spesso pittoreschi. Dessi dij nòm o nomuss può significare deridere bonariamente oppure offendere mortalmente, colpendo di volta in volta i difetti fisici (nason, bedrassù) o quelli morali (rancin, bandaròla), e ispirandosi per questo agli animali (borich, dromedari), a popoli magari lontani nel tempo e nello spazio (mamaluch, catalan), a mestieri malfamati o ritenuti spregevoli (patelavache, camalo). Un particolare genio della nostra lingua sembra doversi riconoscere nell’inventare epiteti composti (ciuciaformie, pistapeiver, sbrinciacioende) con possibilità pressoché illimitate. Per quanto singolare, riteniamo che sia una ricchezza culturale anche questa, in tempi in cui ai nostri insulti tradizionali si sono andati assommando o sostituendo o incrociando quelli provenienti da altre parlate regionali (si pensi al moderno casin, usato invece del più tradizionale bordel) e più spesso banali e ripetitivi epiteti in italiano che punteggiano film e trasmissioni televisive. I vecchi insulti “nostrani” sono soprattutto testimonianza di ricchezza di fantasia e ironia. Anche di malignità? Speriamo di no, ma non c’è da esserne così sicuri. È possibile comunque ricavarne una filosofia di vita? Certamente non una linea precisa e univoca, perché i “nomi” intendono colpire i difetti altrui, ma anche i propri, in tutte le direzioni. Ma qualche tendenza tipica pare rilevabile, coerente col genio piemontese tipicamente moderato e tradizionalista, un po’ bogianen e un po’ giandojaLa scelta del giusto mezzo: si deride l’ignorante, soprattutto se presuntuoso (saputo, mostau), si diffida di chi troppo studia così come del pigro (frustacadreghe). Si disprezza il poveraccio (ligera, mandich), ma si mette pure in guardia dal riccone borioso (cagnass gròss). Si dileggia il bigotto (berlicabalustre), considerando però pericolosa anche la persona senza religione (lantecrist, mangiaprevi). Così come appaiono ugualmente degni di riprovazione l’avaro (rancin, cròi, marì) e lo spendaccione (sgairon). La filosofia antica dell’in medio stat virtus non è fatta per spingere ad alti ideali, tuttavia ha almeno il vantaggio di puntare a un mondo vivibile, diremmo assennato, in cui ciascuno, se vuole e ce la fa, possa anche levarsi in alto e puntare lontano. L’obiettivo sembra quello di esaltare la normalità, forse anche nella forma del perbenismo più conformista e anche ipocrita (piemontese falso e cortese!). Ma non è detto che sia tutto lì.

La diffidenza verso chi arriva da lontano

 

Due note tecniche prima di proporre qualche saggio panoramico. La forma del piemontese è quella astigiana “media”, cioè non monferrina e non langarola, ma “attenuata” talvolta nella sua tipicità dal riferimento al torinese, la koinè della parlata pedemontana. La grafia, spero sempre corretta, è quella patrocinata da Camillo Brero, usata dal poeta Nino Costa e recentemente resa obbligatoria dalla legge regionale nell’uso pubblico e per accedere a eventuali concorsi. Permettendomi al proposito di deplorare ancora una volta le grafie selvagge utilizzate da scritti anche recenti e soprattutto nei manifesti paesani, che pensano di essere originali abbondando in accenti circonflessi e in consonanti inutili. Forse anche per questa anarchia grafica, la lingua piemontese non ha mai avuto nei secoli sviluppo nell’uso scritto e manca tuttora di una presenza decentemente unitaria nel panorama linguistico nazionale ed europeo, pur essendo stata dichiarata dall’Unesco una vera e propria lingua, non solo una variante dialettale. Cominciamo dai nòm ricavati, per insultare il prossimo, dai presunti difetti di popoli interi, antichi e attuali: alman (alemanno o tedesco, generalmente nel senso di violento, zotico, pesante in tutti i sensi; si pensi anche al termine tardòch, che potrebbe essere una corruzione di der deutsch, tedesco appunto, nel significato di lento di comprendonio), andalou (andaluso come strano, barbaro), anfranseisà (francesizzato nel senso deteriore, come colpito dal mal francese, la lue, o che si atteggia a stile raffinatamente gallico), catalan (considerato, chissà perché, grossolano e bestemmiatore), mamaluch (mamelucco, tribù araba guerriera che aveva fornito la guardia del corpo a Napoleone, strana e misteriosa almeno per via del nome), francon (sfacciato, prepotente, forse dalla Franconia tedesca), gascon (guascone, usato anche in italiano per indicare un tipo che fa guasconate), forlan (friulano considerato, forse a torto, un volpone, ma anche maleducato e grossolano), mauser (ancora, tedesco), padoan (come buono a nulla: andatelo a dire all’attuale ministro dell’economia!), napoli (usato con intento offensivo nei confronti dell’immigrato meridionale), polach (i polacchi erano noti come soldatacci), fino a vargnach (alverniate, conosciuto come grossolano e violento, in particolare nell’occupazione francese di metà ’700 come dimostra un documento ritrovato a Mombercelli da don Francesco Cartello).   

Anche papa Francesco ha citato la monia quacia

 

Curioso l’elenco degli epiteti ricavati da Bibbia e Vangeli. Cominciando da Abacuch (triste e lamentoso come il profeta), proseguendo con Baraba (il ladrone ebreo contrapposto a Gesù da parte di Pilato, diventato simbolo di persona brutta e cattiva, si pensi a come era rappresentato nelle Passioni popolari), quindi con Cain (l’uccisore del fratello, quindi assassino e crudele per antonomasia), poi con fariseo (al solito diventato simbolo di ipocrita), con Giuda (il traditore per eccellenza). Ne seguono altri più leggeri o semplicemente ironici e strani, come befana (storpiatura di Epifania, diventata il noto personaggio femminile, vecchietta brutta, ma simpatica che cavalca la scopa, nomignolo affibbiato a donne in genere con tutte le varianti aggettivali, anche al maschile come befanon), diau o diaulòt (in genere con significato benevolo, come in pòr diau), e poi magio (dalla storia dei magi, ma con significato di personaggio un po’ strano), così come farabolè (raccontatore di farabole, più favole che parabole) o armita (eremita come persona scontrosa e solitaria), o Zebedeo (dal nome del padre degli apostoli Giovanni e Giacomo, utilizzato per la sua stranezza un po’ esotica). Collegati alla Scrittura anche l’epiteto santificetur (dalla preghiera del Padre nostro per indicare persona bigotta dal collo torto), simile a monia quacia (monachella furbetta sotto l’apparenza di devozione e umiltà, come ebbe a citare in buon piemontese papa Francesco nel giugno 2014). Per estensione si definisce monia quacia chi cela le proprie passioni e le proprie mire con un atteggiamento dimesso e sviante. E ancora zisania (dalla parabola della zizzania a indicare un seminato di cattiveria), fino al pesante lantecrist o antecrist (l’oppositore per eccellenza).

Un bestiario preso a prestito per sottolineare i difetti umani

 

Abbondante invece la sequela di nòm che saccheggiano il bestiario popolare, molto più ricco e fantasioso dell’ossessivo “capra” urlato in tv da personaggi come Vittorio Sgarbi verso intelocutori non del loro parere. Ne proponiamo un saggio, certamente incompleto: animal, bestia (bestion, bestiòt), betè, anbeterà, e via specificando con aniòt e anion (vanitoso e stupido come un’anitra), aso con asnass o asnon e la variante arcaica borich, auloch o oloch (incantato come un allocco), babi (babiass, babion, da cui anche scanababi), bacalà, babuin (ma ce n’è anche per le scimmie in genere, simia o simiòt o simion e le sottospecie rangotan e macaco), beu o bualass o buass (collegati alla familiare razza bovina i nomignoli borin e pecc), bocin con bocinass e bocinòt, bròch, cabron, cagnass (cagnin, cagnon), ciapaquaje, ciuciapieuj, civetta o sivetta, coco, cocodrilo, conij, crava e cravon, crin e derivati (crinass, crinon, crinòt), dromedari, falacc (di uno che chiacchiera a vuoto o fa un lavoro inutile si dice che al fa vni o lacc a pinte: sarebbe ovviamente meglio che producesse vino!). E ancora farfala o farfalon, gal da cui galinè o galinaire (cicisbeo, donnaiolo), gata mòrta, gata morban-a, gaton, gat rostì (indirizzato dai paesani agli astigiani di città che per fame li mangiavano d’inverno facendo gli scanagat), grivoè (cacciatore di grive, quindi astuto), marmòta, merlo o merlòt, marluss, moschin, mul, òca o ochetta, ors, oslass, papagal, perpojin (ciucià dai perpojin, magrissimo come i polli attaccati da quei pidocchi), pieuj o poj (da cui anche piolòt), pito e pita (nel senso di pieuva noiosa, mentre bibin, altro nome del tacchino, indica un tipo borioso e vacuo),  pòrch e porsel, puparin (principiante ingenuo come un vitello da latte), ranabot (i girini delle rane), simes o cims (cimici, con l’accrescitivo simeson), sòma e somet, struss, tabuss (picchio, di persona insistente), tarpon, tartaruga, tavan, tarluch e cioch (chiurlo), toblan (tutto bianco o pecorone), vaca e vacon (zoticone, grossolano, come ij beu ’nt la meira), vespa e vespetta, volp e volpon e, non per finire ma per piantarla lì, zanzarin.

La persona gretta e insensibile diventa un patelavache

 

Anche i mestieri offrono una ricca fonte di insulti riferendosi a quelli ritenuti bassi, forse non disprezzabili ma certamente disprezzati. Eccone un saggio piuttosto eloquente: arlichin (marionetta, ma anche attore o teatrante in generale), barachin (usato con ironia all’indirizzo dei pendolari Fiat con il pentolino del pasto, detti anche baròt), becamòrt o bechin o strau, boè, robatabuse e busè (raccoglitore di letame), camalo, cavau e cavaura (zappatore, mach bon a cavè), ciapaquaje, cicolatè (facia da cicolatè), ciarlatan, fachin, fatighin (che sfugge la fatica),  fiacavataron, fiacafave (tra i mestieri inutili), gianfatut (borioso come il veneto faso tuto mi), gianfarin-a, gratapapè (all’indirizzo del classico travèt, ma anche della categoria dei giornalisti!), gurarian (o sgurarian) e (s)guratampe, simili a spaciafòss e spaciafornei (lavori faticosi, sporchi e spesso… puzzolenti), lavapiat, lavascudele, manan (curioso epiteto di valore storico che richiama il nome latino dei servi della gleba legati al territorio, detti manentes), marcacasse (legato al gioco della pallapugno, colui che segna la linea della “caccia”, spesso accusato di favorire… l’altro), patelavache, pitarel (che porta al pascolo i tacchini o pito), pistapeiver, polajè ma più ancora polajera (ritenuti approfittatori disonesti per professione), pòrtalitre e pòrtapachet (più che il portalettere, colui che ama portare cattive notizie o notizie false), spermalimon, strassè o pel ’d lapin (insulto appioppato a quei di Rocchetta Tanaro), storcion, s-ciapasuch o s-ciapasass, sgnacabognon (riferito ai medicuzzi di campagna, ma non solo), stravacabaril e via dicendo.    

La fantasia popolare sintetizza i vizi capitali

 

Per quanto riguarda direttamente i sette vizi capitali, i più bersagliati sono indubbiamente la superbia (anche come prepotenza e testardaggine con tutte le armi per imporsi e prevalere, come l’inganno e la falsità), la gola (ubriachezza in particolare), la lussuria (ma si ironizza sui verginon), l’avarizia (col suo opposto, la prodigalità). Si verifica qui il metodo accennato all’inizio, quello di colpire di volta in volta gli opposti estremismi, in omaggio al saggio principio dell’in medio stat virtus: il difissios, il troppo furbo e il troppo ignorante, il chiacchierone e il musone, il fanatico e l’indolente indifferente a tutto, il timiduccio e lo spavaldo, il fissato e la banderuola, proponiamo la ricca serie di sinonimi intesa a suscitare disprezzo per il vizio dell’ubriachezza, pur in un mondo culturale che dava onore al buon bevitore, quello però che resiste alla forza dell’alcol (l’ideale è saper bere, e tanto, senza uscir di senno). Si va da anbiavà a anbriacon, anpionbà, anratà, bacioch, bueur, cinpon, ciocalon o ciocaton, cirlin, ciuciadoje, ciuciardòt, ciuciamartin, goblotass, liro o tiroliro, lord, scòladoje. Una bella serie certamente non completa, da cui si evince la derisione per gli effetti dell’alcol senza ironizzare granché sulla causa.  Qualche esempio per l’insulto al fissato, definito come anpignatrà (ostinato) fanatich, fiss, frustafer, gnuca, grinta, massiss, piantin, reid, stassi. 

Chi cambia idea sovente è un balachicanta

 

Poi una serie di epiteti fatti per colpire i tipi dal carattere incerto e variabile: abatin, balachicanta, blinbalan o balarin o balaridon, baravantan (vale anche solo per strano), berlichin (servile), boracio, buratin, cagadubi, ciarlatan, cocodrilo, conij, fantòcc, farfloch o farfoion, fiacafave, fifon, frasca, Gioan dla vigna (an pòch el pians e ’n pòch el ghigna), landnè (perennemente incerto), grogno e trogno, lunatich, maquè (lett. che cos’è mai?), materlon, papagal, subiòla, sonaj, sòtola, tajacanton, virabarchin, testa viròira, tolalena. Per la superbia e vanagloria: abaton, anbibì (da bibin o tacchino), andemonià, anfarinà (saccente), armognos, bacan, bagher (ribaldo), bersach (pesante), blagheur, bodenfi, bosaron, bragalon, bravass, bulo, cagasentense o spuvasentense, ciaciaron, ciaramlon, comarè, desfogonà, drito o driton, filon, filuca, flon (bullo), galan, grandass, granista, grotolù, gropassù, gruvela furba, intrant, intrigant, machignon, milòr, martuf, mostau, peinach (villanzone, maleducato), pelagra, piantacarote, poligana (furbo di quattro cotte), ranpan, rogna, sabard (lett. sciabola) e savardon, safer, sgnorass.   Contro quelli che si credono troppo furbi e fanno gli ingannatori di professione: anganamond, anpesà (da pece), anpiastr, anpostor, baricc (sembra che guardino da una parte e vedono dall’altra), cabalista, carògna, cracheur, fandoniè, fanfaluch, fanfaron, fard, farseur, friciolista, fodrighet (sfacciatello), fripon, gabadìo, gabamond, gablaire, ganasson, ganico (subornatore), gramigna, grivoè (lett. cacciatore di grive), lengassù, marcacasse o marcador, pofardiri (spaccone), sofistich, spacheur o spacamond, sapienton, saputoPressoché illimitata la serie dei nomi affibbiati al prossimo per dirgli più o meno amabilmente che lo si considera più o meno affetto da stupidità: dall’ancora usatissimo balengo (rilanciato dai monologhi  televisivi di Luciana Littizzetto) ai vari badòla e gadòla, fino all’ineffabie e intraducibile tabaleuri, passando per i vari babacio, babeo, badalich o badaloch, bagian, bagio, bagiòt, balan, balandran, barbagioan e barbagiaco, biciolan, blanbech, blictri (val un blictri, cioè non vale nulla), bonòm, bonomass, bonomeri, borson, buvatass, ciolandran, ciolandari, coto (da Cottolengo!), cristianeri e cristiandòr, fabiòch, faseu e fasolon; da fòl tutta la serie di folaton, folandran, folitro, fòlfolitro, fòlfotù, gabia e gabian, gadan, garnacc, garòfo, garola, gasepio, gheusaja, gianbraghetta, gianfarin-a, gnòch, gnorant, gòf, gofaton, gogo, gonzo, grand e gròss – ciola e gòf, gherboja o garaboja (quello che nascondeva i soldi nelle tasche degli altri), incantà o ancantà, lanlacio, lasagnon, lifròch o lifrocon, loch, marmòta e marmoton, marson, masnà e masnojon, massuch, matigonfi, mòis, panada, panbianch, panpalun-a, paquet, pataloch, pifer, pirlon, pistafum, pruss cheucc, quader, salam, sansossì (senza “questo”, cioè senza cervello, oppure senza preoccupazioni, cioè – alla francese – souci), s-ciapa, s-ciapin, sebbi (mastello, cioè pieno di vuoto), stassi, tabaloch, tamnandan, tarabacola, targnach, tolipan, topin, vòrien (dal francese, che non vale nulla)Per finire con gli attributi poco onorevoli alla testa: testa d’arabich (dura come l’alambicco), testa d’arciciòch, testa ’d còi, testa ’d rava, testa quadra, testa verda, testass, teston. Credo che basti. Di qui in avanti fate voi!

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

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Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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