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Quando Michele Ferrero fu mandato a conquistare Asti

Nel Dopoguerra rappresentante dell’azienda di famiglia “Per timidezza comperavo prima biove di pane”
Il discorso che Michele Ferrero, l’industriale dolciario albese scomparso nel febbraio scorso a 89 anni, fece a una riunione natalizia del 2013 a dirigenti e quadri della sua azienda.

Questo testo riporta il discorso che Michele Ferrero, l’industriale dolciario albese scomparso nel febbraio scorso a 89 anni fece a una riunione natalizia del 2013 a dirigenti e quadri della sua azienda. È stato pubblicato nel gennaio 2014 sulla rivista Filodiretto, edita dalla fondazione Ferrero e destinata ai dipendenti del gruppo dolciario. Astigiani lo ripubblica volentieri come suggestiva testimonianza diretta e come omaggio a Michele Ferrero che non dimenticò il suo storico legame con Asti e i suoi esordi commerciali oltre il Tanaro. 

di Michele Ferrero

Erano gli anni della seconda guerra mondiale. La mia famiglia viveva a Torino, vicino alla fabbrica della Fiat che produceva strumenti bellici, e la città era bombardata ogni giorno: ricordo ancora molto bene le sirene dell’allarme e la corsa verso i rifugi sotterranei! I miei genitori erano un po’ indecisi sul da farsi finché mio padre pensò di lasciare Torino e venire ad Alba, un paese più tranquillo, dove acquistò un portico all’ interno di un vecchio cortile, un locale di 20-30 metri quadrati che chiamò Cioccolateria Ferrero. Era un piccolo laboratorio con tre operai in tutto. Papà desiderava che ci andassi anch’io e mi chiese di dar loro una mano. In quel momento lo zucchero era carissimo e si poteva trovare solo alla borsa nera, con la cioccolata contingentata e soggetta a onerosi dazi. Erano però disponibili sia le nocciole sia il melasso, un sottoprodotto derivato dalla lavorazione della birra che conteneva ancora il sette per cento di zuccheri. Un’idea geniale venne allora in mente a papà: acquistò una centrifuga per panni, fece dei buchi – solo lui sa come fece a pensarci! – e ingegnosamente riuscì a tirare fuori dal melasso uno sciroppo concentrato e ricco di zuccheri da utilizzare nell’impasto di nocciole. Questo prodotto profumava di buono, e la fragranza di nocciole seduceva l’olfatto della gente di Langa, da lungo tempo privata di tutto. La proposta si rivelò un successo popolare e lo zio Giovanni, abile commerciante, ne vendette moltissimo. Finita la guerra, nel 1946, papà Pietro rimarcava di frequente la mia presenza solo occasionale in laboratorio. Mi diceva «Ma tu dove vai tutto il giorno? Che me ne faccio di te? Stai sempre a bighellonare… non perdi una partita di football, vai a giocare a biliardo, poi vai al cinema… sembra proprio che questa fabbrichetta non sia il tuo lavoro, non ci sei mai… Comunque ti concedo ancora un’ultima chance…siccome il nostro prodotto va bene, ti nomino rappresentante unico per la città di Asti!» Dire Asti a quei tempi era come dire, al giorno d’oggi, che l’azienda deve conquistare un nuovo continente. Lo abbracciai per la fiducia che aveva riposto in me. Ero appena stato nominato rappresentante unico della Ferrero per la città di Asti.

Michele Ferrero fu mandato dal padre a vendere nell’Astigiano la crema Gianduja proposta in barattolo di legno

 

Gli chiesi: “Ma cosa mi dai, papà?” “Questa automobile, una Topolino. È piccola però, visto che molto probabilmente ne avrai bisogno (allora le strade erano terribili e le gomme si bucavano spesso!), ti carico sei pneumatici vulcanizzati, tre per andare e tre per tornare, più trenta chili di pasta Gianduja”. Partii tutto pieno di speranza e con un biglietto da visita con la scritta: ”Michele Ferrero – rappresentante unico”. Ero proprio io! Purtroppo mano a mano che mi avvicinavo ad Asti perdevo un po’ di coraggio perché ero davvero molto, molto timido. Appena arrivato, intorno alle otto, vidi una panetteria aperta. Tre scalini mi dividevano dalla porta di ingresso e, preso dall’agitazione, inciampai nei primi due. Il signore che mi trovai di fronte era il panettiere in persona, che molto probabilmente aveva lavorato tutta la notte. Aveva una foltissima barba ancora infarinata e occhi seri e terribili per l’incerta giornata che lo attendeva. «Cosa vuole, bel fanciot?» mi domandò. Non fui capace di dire altro che un «mah...» «Mi dica, mi dica…» insistette lui. Nell’emozione del momento non riuscii a farmi coraggio e dissi semplicemente: «Ecco…mi dia due biove!» Uscito dal negozio mi ripetevo “Non devo arrendermi”. E sforzandomi di vincere la mia infinita timidezza cercai un altro negozio. In breve trovai un’altra panetteria: “Oh, diamine!” Di nuovo un uomo, anche questo con una barba che incuteva timore e degli occhi neri che ti fissavano.

«Cosa vuole?»

«Ma..ehm… ehm, ecco…mi dia due biove!» Finalmente, al terzo tentativo, mi imbattei in una signora che sicuramente – da brava mamma – ebbe compassione di un povero figlioletto timido. Questa volta, con più coraggio, mi avvicinai e le dissi: «Gentil signora, guardi, son qui…». E le feci vedere subito il biglietto da visita della Ferrero di Alba.

«Ma dov’è questa fabbrica?», rispose.

«Non sapevo che ad Alba ci fosse una cioccolateria. Conosco Tobler, Lindt e i famosi Venchi Unica, Alemagna, Motta …»

Ed io: «Guardi, abbiamo fatto un prodotto molto buono, che in Langa è stato molto apprezzato. Se le posso far vedere…» Avanzai per esibirle la mia scatoletta di legno, che se ben ricordate era molto semplice. L’olio era uscito e il legno era diventato tutto nero! «Ma bel fanciot, cosa vuole che ci faccia con questo, io?» Disse guardando il prodotto con aria perplessa. «Guardi, signora, se me lo consente glielo lascio in prova… oggi pomeriggio ripasserò». Andai a mangiare le mie biove e mi dissetai con l’acqua del sindaco delle verdi fontanelle comunali lungo un viale. Verso l’una tornai in negozio: non potevo più aspettare. Dall’esterno, attraverso la vetrina, vidi che non era rimasto niente. Aveva forse venduto tutto?

Un camion della Ferrero in piazza Lugano ad Asti negli anni ’50

 

«Signora, non vedo nulla, non mi dica che ha venduto tutto!»

«Sa perché da fuori non lo vedeva? Perché si è afflosciato!»

 Mi sentii gelare il sangue.

«Oh, no. Allora… Signora, senta, mi voglia scusare, me lo riprendo…» dissi sommessamente.

«Ma no, bel fanciot! Sa cosa è successo? Sono arrivate le mie clienti, hanno sentito il profumo e una fetta dopo l’altra l’ho venduto tutto! Bel rancio ! Si segni che vorrei comprare 10 chili di questo prodotto!» In preda all’entusiasmo tornai subito a casa da mio padre e colmo di felicità gli dissi:«Papà, abbiamo vinto!» Fu così che, quasi dal nulla, nacque la Ferrero.

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

La Redazione di Astigiani
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