Chi ha partecipato almeno una volta alla Fiera del Rapulè lo sa: Calosso ha tanti cuori quanti sono i suoi crotin, le cantine scavate nel tufo sotto le case, luoghi antichi di cultura del vino e della convivialità, dove già dal Medioevo si conservavano le derrate alimentari e in cui le tracce del passato sono tanto forti e persistenti.
Cà Rapulin, Gioia Barbero, il crotin del Teatro, il crotin Montafia, il crotin Zia Tina: una ventina in tutto, almeno una dozzina visitabili, alcuni collegati gli uni agli altri, a formare un reticolo labirintico sotto il paese. L’ex chiesetta evangelica di Calosso La pro loco, guidata da Mauro Ferro, e l’associazione Amici di Calosso, presieduta da Adriano Da Re, hanno accolto l’dea. Il coordinamento è stato affidato a Salvatore Leto, già direttore del Teatro Alfieri di Asti e da anni calossese d’adozione.
Presto, anche un altro cuore tornerà a battere. Un cuore che non si insinua tra cunicoli nella terra ma svetta in superficie e tende a quel cielo vasto in cui le nuvole di Monferrato giocano a rincorrersi e confondersi con quelle di Langa. Fu un luogo di fede e di preghiera, testimonianza di convivenza e integrazione, l’ex chiesetta evangelica da tempo in disuso che, dagli ultimi anni dell’Ottocento, ospitò i riti e le riunioni della comunità metodista locale.

A lungo l’edificio è rimasto là, con il suo portone a due ante in legno sbarrato sulla centrale via Regina Margherita. Il gradino di entrata sconnesso, ma una piccola croce in ferro sulla sommità del frontone che resiste, nobile e dignitosa, al trascorrere del tempo e alle vicende degli uomini. Sarà stato forse guardando quella croce che alla giunta del sindaco Giuseppe Ugonia, nella passata amministrazione, è venuta l’idea di questo progetto di recupero e valorizzazione della preziosa cultura del paese di Calosso, che dal 2014 ha iscritto circa il 90% del suo territorio nella core zone del Patrimonio Unesco (Componente 5-Canelli e l’Asti Spumante).
Il fulcro di “Identità Future” – questo il nome del progetto – sarà proprio l’edificio di culto della chiesa evangelica prospiciente la piazza principale del paese, ma “Identità Future” ha un respiro molto più ampio: «Non si tratta infatti di un mero recupero edilizio – spiega l’attuale sindaco di Calosso, Pierfrancesco Migliardi –. L’intenzione è quella di costituirsi come solida e critica testimonianza di un passato di solidarietà e di cultura del rispetto tra comunità vicine».
La presenza attiva di una comunità evangelica, nata sotto il segno della solidarietà e dell’accoglienza a Calosso, data attorno agli ultimi decenni dell’Ottocento, quando in seguito a una forte grandinata i metodisti di Mombercelli prestarono un significativo aiuto ai calossesi colpiti.

Alcune famiglie rimasero talmente stupite da questa generosità e fraternità cristiana che abbracciarono il protestantesimo: già nei registri del 1894 sono annotati i nomi di venti credenti, come nucleo originario, e quello dei loro genitori, in prevalenza evangelici, il che fa pensare a una più antica adesione di alcuni calossesi al protestantesimo. Terminati i lavori di ristrutturazione, che hanno preso il via il 12 febbraio 2020, l’edificio di culto sarà quanto prima sede di un allestimento permanente, con immagini e filmati che valorizzeranno tradizioni orali e materiali.
Un luogo per ritrovare le radici che guarda alle nuove generazioni
Un museo che diventerà «un luogo di bellezza, di narrazione, di tradizione, di ritrovate radici, di memorie». Sono stati girati filmati (a cura di Enrico Ercole e Piercarlo Grimaldi, riprese e montaggio realizzati da Andrea Icardi, musiche di Giorgio Conte) che di volta in volta mostreranno a turisti o studiosi, il paese di Calosso, le tradizioni e la cultura vitivinicola che lo caratterizzano, a cominciare dal quel vitigno Gamba di pernice da cui pochi producono ora una Doc con il nome del paese.
Ci saranno approfondimenti sui temi del vino e della vendemmia, le stagioni della vigna, l’usanza del rapulé, i momenti e gli oggetti della tradizione. Le affettuose testimonianze degli anziani calossesi, raccolte in questi video, parlano alle generazioni presenti e future consegnando loro una chiave speciale che permette di leggere messaggi che oggi non sapremmo più interpretare. Un esempio di testimonianza orale: «Nei funerali c’era un linguaggio delle campane.
Se era una donna suonava due volte, se era un uomo suonava tre volte. Se erano ricchi suonava più forte, se erano poveri suonava una campanella. Quando arrivava il temporale si suonava la campana più forte che si aveva, con il battente più duro, e qualcuno diceva che era per annunciare il maltempo a chi era nei campi; secondo altri era anche un modo per allontanare il temporale».
Il museo sarà un luogo dinamico, sui cui schermi la narrazione filmica si articolerà e si arricchirà col tempo, offrendo al visitatore gli strumenti per leggere e capire le tradizioni e le memorie del passato e individuare le tracce dei percorsi futuri non soltanto di Calosso, ma più in generale dei paesi e dei territori delle colline del Monferrato e delle Langhe.
“Identità future” esempio di ricerca che può svilupparsi
«Il museo più piccolo del mondo, o addirittura il museo che non c’è –, commenta Piercarlo Grimaldi –. È a questi luoghi piccoli e belli che vogliamo indirizzare chi vuole rimettersi in cammino alla ricerca del tempo perduto, alla scoperta di valori che non possono essere racchiusi in un museo».
Il nucleo teorico del progetto “Identità Future” si trova spiegato in un documento del dicembre 2018, firmato da Piercarlo Grimaldi (antropologo, presidente di Astigiani) ed Enrico Ercole (sociologo, Università del Piemonte orientale). Eccone alcuni stralci. «Calosso è una comunità dell’area collinare del basso Piemonte che, diversamente da altri centri rurali, ha mantenuto una vivacità culturale, economica e sociale. Questa vivacità si esprime anche attraverso la capacità progettuale che si propone di recuperare alla comunità la Chiesa Evangelica […]. Il recupero assume un senso specifico e di interesse non solo limitato alla comunità calossese […].
L’insieme delle comunità sulla scala territoriale più ampia delle colline di prima Langa, era legata da valori, forme e pratiche espressive di una cultura fondata sull’oralità, sulla trasmissione, di generazione in generazione, dei saperi attraverso il gesto e la parola: storie, canzoni, formularità, proverbi. Ogni comunità viveva nel rapporto faticoso e duro con la terra, di cui sono testimonianza gli attrezzi, le tecniche, i calendari materiali e immateriali che scandivano il tempo del lavoro agricolo e della cerimonialità, della festa, del rito.
In sintesi, un patrimonio di complessi narrativi che costituivano la memoria storica e mitica del paese, del territorio. In tempi successivi a queste testimonianze d’impianto essenzialmente orale la scrittura integra il sapere della tradizione completando e trasformando i contenuti, ad esempio i bollettini parrocchiali, i fogli locali, le corrispondenze con i parenti lontani, le fotografie conservate dalle famiglie oppure raccolte negli archivi degli studi fotografici dell’epoca, i filmati realizzati con le prime cineprese».
per saperne di più
Libertà della Parola. Storia delle chiese cristiane dei Fratelli (1886-1946), a cura di D. Maselli, Torino, Claudiana 1978












































