Ottavio Coffano ci accoglie nella sua casa di via Cavour. Alle pareti quadri suoi e di altri amici artisti, scaffali colmi di libri e un angolo dedicato all’arte africana: maschere in legno e statuette.
Ci racconti la tua storia partendo dai ricordi di gioventù?

Sono nato a due passi da Asti, a Variglie. Quando avevo sugli undici anni siamo venuti ad abitare in città. Mio padre Candido Luigi aveva una piccola azienda enologica che rivendeva mosti.
Da ragazzino mi portava in giro con lui prima della vendemmia a valutare l’uva nelle vigne che comperava in anticipo. Se tempestava, ci perdeva perché l’uva l’aveva già valutata, se la vendemmia andava bene ci guadagnava. Era una scommessa sul futuro, un sistema di allora quando non c’erano assicurazioni. Mi diceva sempre, ovviamente in piemontese: «Guarda Ottavio, andiamo nella stalla. Tu stai attento, quando faccio cifre, parlo di soldi. Quando vedi che figlio e padre si guardano e fanno cenno con la testa dammi un colpo con il braccio. Vuol dire che sono arrivato alla cifra che loro accettano».
Mio padre aveva fatto la quinta elementare. Parlava quasi solo in dialetto mentre mia madre Maria era toscana e parlava in italiano. Io mi vergognavo un po’ di mio papà che parlava solo piemontese. E ora con il passare degli anni mi viene sempre più naturale parlare come lui e sono orgoglioso di veder riaffiorare dentro di me la parlata di mio padre, della mia terra.
Spiegaci la parentela con Bruno Gambarotta.
Il papà di Bruno Gambarotta e mia mamma erano fratelli di origine toscana e con substrato culturale solidamente anarchico. Mio padre, da buon contadino, non voleva neanche sentir parlare di politica.
Mia madre aveva un negozio di commestibile a Variglie, quelli che sono poi stati cannibalizzati dai supermercati, ma in gioventù aveva frequentato la Camera del lavoro di Asti prima che la bruciassero i fascisti. Lei era una segretaria del sindacato e nell’incendio è riuscita a salvare l’elenco degli iscritti, saltando da una finestra alle due di notte. E questo suo impegno io l’ho vissuto ed è entrato a fare parte della mia vita. Mia mamma è stata amica di personaggi importanti come Terracini.
Le sue amicizie “difficili” le aveva mantenute anche durante il fascismo. In casa abbiamo sempre conservato e nascosto la bandiera anarchica. Ora non la trovo più. Avevo un fratello che è morto da bambino e tre sorelle più grandi che si sono sposate e ognuna ha preso un po’ di corredo e io non riesco più a trovare quella bandiera anarchica che era nascosta tra le lenzuola. La ricordo bene, era nera e la nonna della mamma aveva ricamato il teschio e la scritta: Né Dio né padroni.
Parliamo del tuo percorso artistico.
A quattordici anni avevo deciso che volevo fare il pittore. Ho frequentato il liceo artistico a Torino perché ad Asti non c’era ancora. Avevo già allora il desiderio di andare all’Accademia delle Belle Arti: chi mi appoggiò in questa scelta osteggiata da mio padre fu mio cugino
Bruno Gambarotta che aveva qualche anno più di me. Fu lui a raccontargli la “palla” che era una scuola da periti bozzettisti per disegnare le pubblicità. Quando ho detto a mio padre cosa volevo fare nella vita, eravamo a pranzo, prendevamo il caffè, mia madre era lì che lavava i piatti e io gli ho raccontato che volevo andare all’Accademia delle Belle Arti perché volevo fare il pittore. Mi ha lasciato parlare fino alla fine, si è acceso un toscano e ha detto: «Maria ven ‘n po ‘n sa». Mia madre arriva e dice: «Cosa c’è?». Lui fa: «Guarda che to fieu è fol». Non una parola in più, ma accettò.

Con l’Accademia si apre un mondo, incontri Emanuele Luzzati che sarà il tuo mentore.
Io sono riuscito a far l’Accademia aiutandomi con il lavoro. Allora si lavorava da ragazzi, andavamo a vendemmiare, io andavo a montare il banco in piazza ai fratelli Guarene, al mattino alle cinque. Insomma, guadagnando qualcosa sono riuscito a studiare. Ho studiato scenografia e non pittura perché a mio padre la parola scenografia sembrava un po’ più una cosa seria.
La fortuna mi ha aiutato. Quando facevo l’ultimo anno dell’Accademia, Emanuele Luzzati, grande scenografo, grande artista, venne in Accademia per trovare un giovane assistente: «Meglio se del quarto anno, così ha già un po’ d’esperienza» per aiutarlo negli allestimenti di Cesare e Cleopatra. Sono stato scelto perché ero l’unico allievo maschio del quarto anno e ho cominciato a lavorare con Lele per i primi quindici anni della mia vita artistica.
Con lui ho girato il mondo, siamo andati in America, in Germania, dappertutto. In più, siccome aveva tanto lavoro, quello che non poteva fare lo passava a me e io ho cominciato così e ho continuato a fare lo scenografo facendo della pittura la mia seconda attività. Nel 1985 ho superato il concorso nazionale a cattedra e sono risultato, lo dico con una certa vanità, primo in Italia.
La cattedra libera era quella di Brera a Milano. Quattro o cinque anni e sono riuscito a farmi ritrasferire a Torino. E poi la mia vita è continuata così, serenamente, con mia moglie Gabriella e nostro figlio Marco, che ora fa l’avvocato.
Da professore all’Accademia hai avuto anche modo di vivere da vicino gli anni di piombo.
L’Accademia era spesso occupata dagli studenti. Si discuteva molto. Alcuni di loro sono andati in clandestinità nelle file della lotta armata. Non sono mancati i momenti di tensione.
Sono state stagioni difficili, ma anche entusiasmanti. Io sono sempre stato appassionato di politica, fin da ragazzo, ma la vivevo dal di fuori, senza impegnarmi direttamente. Per anni ho votato socialista, poi nel 1994 mi sono lasciato convincere da Berlusconi con la nascente Forza Italia. In questi anni ho visto tutto il declino della politica sia nazionale che locale come la intendo io e adesso mi sfrucuglia l’idea, a quasi ottant’anni, di presentarmi alle prossime elezioni comunali.
Non mi piace la politica che governa la città e le sue istituzioni. Non tollero il conformismo e l’accondiscendenza. La libertà di pensiero e di critica viene prima di tutto. Cerco un vento di speranza per questa città che amo, sfortunata e impoverita nel corpo e nell’anima.

È una dichiarazione di nuovo impegno politico?
La politica si è sempre intrecciata nella mia vita. Io sono del 1943 come Giorgio Galvagno con il quale mi sono confrontato per anni, e Gianni Goria, altro caro amico, ahimè morto troppo giovane.
Ho passato la mia gioventù a discutere con loro di politica e di società. L’unico incarico che ho avuto è stata la presidenza della Biblioteca Astense, un impegno che mi ha divertito tanto, anche grazie alla sintonia con le direttrici Mimma Bogetti e Donatella Gnetti che sono le vere artefici del lavoro culturale svolto dall’Astense.
Annoto però che non è sulla presidenza della Biblioteca che si fanno le battaglie. Nessuno dei politici locali ha lottato per un posto alla Biblioteca mentre c’è una continua battaglia all’ultimo sangue per la Fondazione, per le banche, per il potere che dispensa potere e gettoni.
Torniamo agli anni giovanili.
Sono stati anni bellissimi, meravigliosi, avevamo due luoghi di appuntamento. Uno all’Osteria del popolo tra piazza Alfieri e via Garibaldi, dove c’era un’edicola. Ci radunavamo noi giovani e il pensiero dominante era quello di Gian Luigi Bravo. Con noi Gian Monaca, Ruella, un mucchio di gente con cui si passava la notte.
Ricordo anche un becchino che arrivava con alcuni amici il sabato e la domenica elegantissimo, con i capelli impomatati di brillantina. Era bravissimo a cantare e le serate si concludevano con le canzoni popolari: voci che ti prendevano il cuore. Gian Luigi le sapeva tutte le canzoni, le insegnava anche a noi e dava il tempo: Maria Giouana, le canzoni a sfondo politico, le canzoni anarchiche, partigiane: Tutti mi dicon Mario ma son Marino Ho combattuto tanto ‘n sel punt ed Tane per liberare Asti dai repubblicani… Quando l’oste ci buttava fuori anche in mezzo alla neve, continuavamo a discutere dell’esistenza di Dio, ma soprattutto di politica e ovviamente di belle ragazze, tema che non mancava mai. Erano notti affascinanti e formative, indimenticabili.
L’altro punto d’incontro per l’aperitivo era il bar Lupi di corso Dante, dalle parti di Paolo e Giorgio Conte, anche loro amici cari con i quali ci ritrovavamo. Loro hanno fatto di quegli anni di felicità lo scopo di una straordinaria vita cantata che la giovane America ci suggeriva.

Pavese scrive: “Il Po mi scusava da mare”. Cos’era per te il Tanaro della gioventù?
Il Tanaro è stato il nostro mare. Eravamo tanti, andavamo da Gina, dall’altra parte del fiume. Passavamo prima da Canonica, ci facevamo regalare un copertone da camion usato, ci attaccavamo in quattro o cinque e ci lasciavamo trasportare dalla corrente a volte fino a Quarto.
Poi si tornava indietro a piedi lasciando che il copertone andasse verso il mare. Una volta, purtroppo, ho visto morire un ragazzo che non sapeva nuotare e nessuno di noi è stato in grado di aiutarlo. Il Tanaro è sempre stato pericoloso, ma era anche un posto meraviglioso perché il lunedì d’estate era un appuntamento fisso: i giovani astigiani dai diciotto in su andavano a Tanaro, e sai perché? Perché al lunes travaiu nen le pentnojre, le pettinatrici andavano tutte a Tanaro, e se volevi conoscere qualche ragazza andavi anche tu: era il giorno delle pettinatrici.
In questi anni si è discusso dell’arazzeria Scassa e del mancato museo. Tu che l’hai conosciuto bene puoi spiegarci la sua avventura creativa?
Un’altra grande amicizia è stata quella con Ugo Scassa, un geometra di Asti che ha saputo riprendere una tradizione scomparsa nel mondo e l’ha riattivata in questa nostra città facendone una cosa unica.
Ugo in gioventù ebbe la tubercolosi, gli tolgono un polmone, gli proibiscono di andare a respirare la polvere sui cantieri (il padre era un impresario edile). Apre allora una galleria d’arte in centro a Torino, il “Prisma”. Conosce artisti e casualmente una signora di Chieri che in gioventù aveva lavorato ai Musei Vaticani dove c’era una scuola di restauro degli arazzi. Aveva un telaio in casa e lui incuriosito la convinse a riprendere. Così mise su un’arazzeria in un magazzinotto, un mezzo sotterraneo in corso Torino e iniziano a far gli arazzi.
Vicino a un piccolo bar dove, in quegli anni, trovavi tutti gli industriali di Asti, i Griffa, gli Ercole, i Visconti, i Maina, che si mescolavano con gli artisti e gli intellettuali in un modo che oggi non è neanche più pensabile. Forse perché non ci sono più né gli uni né gli altri e anche perché non c’è più un luogo “artistico” dove incontrarsi in questa città. Tra l’altro la vicenda di Ugo Scassa è finita tristemente senza il museo delle sue opere che lui aveva tanto voluto, dopo che la Provincia ha speso un mucchio di soldi pubblici per predisporlo alla Certosa. E senza vedere allestiti gli spazi alla ex biblioteca.
Su questi temi è nota la tua polemica pubblica.
La prima mostra l’ho fatta nel ridotto del teatro Alfieri, avevo diciotto anni. Il comune aveva tre o quattro posti dove i giovani potevano esporre liberamente: l’atrio e il ridotto del Teatro Alfieri, la Chiesa del Battistero dove ho fatto parecchie mostre, la chiesa della Trinità, la Sala della Provincia. C’erano tre o quattro gallerie private a partire dalla “Giostra”.
Oggi un giovane artista, magari uno studente dell’Accademia, se vuol farsi conoscere, se vuol cominciare a guadagnar qualcosa, dove trova un posto dove esporre, un posto che non costi e se va bene vendere qualcosa? Fino a qualche anno fa Asti aveva 13 spazi museali, oggi sono unificati e ridotti a sette. La pinacoteca di Palazzo Mazzetti ospita quasi sempre mostre comprate a caro prezzo a scatola chiusa da circuiti esterni, magari anche già viste in altre città. Penso che così non si faccia crescere il tessuto culturale di una città. L’ho detto e scritto e sono stato “messo al bando”. A volte mi sembra di essere un grillo parlante.

Nei tuoi desideri c’è anche quello di scrivere un libro su una storia molto particolare.
Mi piacerebbe raccontare – o che qualcuno raccontasse – la storia di un amico di mia madre quando era alla Camera del lavoro. Faceva il parrucchiere, era un comunista, duro e puro. Fu condannato al confino perché gli trovarono dei volantini antifascisti stampati in Francia.
Dopo l’8 settembre fu liberato e venne paracadutato dagli americani nell’entroterra ligure per organizzare le formazioni partigiane. Fu poi eletto senatore per il Pci a Genova e fece parte del Comitato centrale, ma poi venne espulso e passò nei socialdemocratici. Lui era venuto a portare un libro a mia madre con la quale era sempre rimasto in contatto, un libro che aveva scritto per spiegare il suo gesto.
Anni dopo, quando feci amicizia con Davide Lajolo, una sera, mentre preparavo due documentari sulla guerra partigiana nell’Astigiano per la Rai, mi raccontò che avevano saputo dal controspionaggio russo che nel Comitato centrale c’era chi trasmetteva tutto alla Cia.
Abbiamo lasciato per ultimo il ricordo di tua moglie Gabriella.
Ho conosciuto mia moglie quando avevo 15 anni. La vedevo passare e come tanti della mia età eravamo innamorati di lei perché era una ragazza bellissima. Abbiamo cominciato a fare delle cose insieme a teatro e poi ci siamo sposati che avevo ventott’anni, il 2 giugno in Cattedrale, con pranzo al Salera e Ugo Scassa a farmi da testimone.
Lei recitava con la compagnia di Dario Fo e Franca Rame. Ricordo quella volta che sul manifesto il suo nome appariva accanto a quello di Mariangela Melato nel ruolo di “prima e seconda puttana” e io andai a “censurarlo” quando la compagnia venne ad Asti, per evitare imbarazzi. La nascita di Marco nel 1978 ha cambiato la sua vita. Ha smesso di fare l’attrice, ma ha saputo poi trovare spazio nelle radio e nella tv locale. La nostra è stata una lunga, ininterrotta vita d’amore.
Ora la malinconia dei giorni senza di lei mi ferisce e vivo il lutto di un abbandono che non ho ancora superato. Gabriella è mancata, sarà un anno a febbraio ma è ancora con me tutti i giorni.



La sua malattia ti ha lasciato un ricordo artistico particolarmente struggente.
Mia moglie ha avuto per sette anni l’Alzheimer e i medici, in particolare il dottor Francesconi, mi dicevano che dovevo farla camminare, portarla in giro, mantenerla attiva. Io la portavo fuori tutti i giorni e così abbiamo girato tutti i paesi delle Langhe e del Monferrato.
Per sette anni, tutti i pomeriggi prendevo la macchina e andavo in un paese. Camminavamo per un’ora o due poi si tornava a casa. Nei giorni in cui pioveva restavamo in auto, mettevamo un Cd con le nostre vecchie canzoni francesi di Aznavour e Yves Montand e io dipingevo un acquerello del paesaggio che stavamo ammirando.
Quando è mancata Gabriella ho dovuto risistemare la casa. Nel riordino ho trovato una cartellina su cui lei aveva scritto “Accuerelli dei giorni di pioggia”. Sono disegni dal cielo grigio, ma che raccontano di quei nostri pomeriggi. Una sorpresa che mi ha commosso, un suo gesto d’amore: la malattia non aveva vinto la sua straordinaria capacità poetica d’interpretare il mondo.
Gabriella ti aveva messo insieme il materiale per una mostra e il titolo non può che essere quello che lei ha scritto, errore compreso.
Ho cercato di trovare uno spazio per fare una mostra che dedicherei a lei. Li vorrei mettere in vendita questi acquerelli e usare l’incasso per un’opera di bene e solidarietà a nome suo, per ricordarla. Ma non riesco a trovare un posto per fare la mostra.
Sembra strano ma è così. Mi hanno chiuso tutte le porte in faccia, forse perché ho urtato qualche sensibilità a causa dell’abitudine di dire quello che penso. Una libertà di pensiero a cui non voglio rinunciare.
Una battaglia di amore e di bellezza cui vogliamo associarci come Astigiani perché la mostra “Accuarelli dei giorni di pioggia” sia allestita. Una mostra a cui collaboreremo con tutta la nostra sostantiva idealità. E un contributo alla bellezza viene dall’intrecciata vita di Gabriella e Ottavio quando gli acquerelli dei giorni di pioggia diventano “accuarelli”.











































