sabato 3 Dicembre, 2022
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Quando la campanella suonava il 1° ottobre

Nei ricordi di molti quello della scuola è un periodo felice e spensierato. Rimangono vivi nella memoria i nomi di maestri molto amati, ma anche le pluriclassi affollate e le condizioni spesso precarie degli edifici che i Comuni gestivano con difficoltà per carenza di fondi. Nel 1911 le scuole diventano statali, ma i docenti (che sono in grande maggioranza donne) restano sottopagati, gli stabili vecchi e inadeguati e l’assenteismo degli alunni piuttosto alto sopratutto durante la vendemmia quando nelle vigne servivano braccia. La riforma Gentile del 1923 pone le basi della scuola fascista e con l’istituzione della provincia, nel 1935, Asti acquisisce il Provveditorato. Con la riforma della scuola media unica, nel 1962, è abolito l’avviamento. il primo ottobre era la data di avvio di tutte le lezioni.

I nomi di maestre e maestri restano nella memoria di generazioni di allievi

 

Per tutti l’inizio delle scuola era il 1° ottobre. I bidelli, dopo aver riempito i calamai sistemati nei banchi di legno da due posti, suonavano le campanelle.

Le mamme e qualche papà accompagnavano i figli, ma sovente solo nei primi giorni e nelle prime classi; una volta impratichiti li mandavano a scuola da soli, magari in gruppi e tutti rigorosamente a piedi. All’uscita poteva capitare che i bambini  fossero “abbordati” dai venditori di figurine che regalavano gli album e i primi pacchetti (calciatori, animali, conquiste spaziali): per continuare la raccolta bisognava andare a comperare a 20 o 30 lire le bustine dai tabaccai e nelle edicole. E nell’intervallo, non ancora dominato da snack e merendine c’era il rito del “celo, celo manca” con rapidi scambi di “figu”. Ecco la fotografia un po’ sbiadita, ma viva nella memoria di molti, dell’inizio degli anni scolastici nella seconda metà del Novecento. 

Se qualcuno, già un po’ avanti con gli anni, ha seguito le discussioni di questi ultimi tempi su certi aspetti della scuola primaria – è meglio una sola maestra per classe oppure due? È bene ritornare al grembiule di un tempo? E che spazio dedicare alle nuove tecnologie e alle lingue straniere?  – deve essere rimasto non poco interdetto: questi problemi sono ben diversi da quelli che incontravano gli alunni della scuola elementare anche soltanto di qualche decennio fa. 

Allora non si poneva la questione del numero degli insegnanti: era già tanto averne una, di maestra o di maestro, e quell’unico insegnante, soprattutto nelle scuole delle frazioni o dei comuni minori, molto spesso doveva farsi carico di più di un anno di corso, a volte addirittura di tutte le cinque classi della scuola elementare con la formula delle pluriclassi, ancora presente in qualche realtà di paese. Il grembiule lo portavano tutti: nero per i maschi e bianco per le bambine, con il collettino bianco rigido e il fiocco azzurro o rosa (in genere sgargiante e ben stirato per qualcuno, floscio e mal ridotto per i più).

La scuola elementare è, con il servizio militare, la maggior fonte di ricordi. E spesso sono ricordi belli, ricchi di allegria. A volte tornano anche alla mente i nomi di certi docenti mitici: come non ricordare i maestri Bruno (tanti anni alla Dante e poi alla Baracca), Lorenzo Guastelli (alla scuola di San Pietro, come Luigi Lavagno), Doglione, Collaneri, Emilia Prete, la maestra Manzone, moglie del celebre pittore, la maestra Bergamasco, Maria Gamba (docente alla scuola dell’Opera Pia Caissotti), Giuseppe Bologna (poi professore e preside) di Costigliole e ancora il maestro Ciprotti e la maestra Perdomo.

Per le generazioni precedenti, Amelia Mondo, Rodolfo Bazzano, Elvina Orecchia; maestri che hanno insegnato a migliaia di astigiani; Primo Maioglio, che è stato anche per moltissimi anni direttore de La Nuova Provincia, o Clotilde Santanera, che sulle sue esperienze di insegnante ha scritto un libro, Cara vecchia scuola). Nel secondo Dopoguerra si ricorda la figura dell’ispettore  scolastico Giovanni Giraudi, che divenne anche sindaco di Asti e al quale si deve la ripresa del Palio nel 1967. 

Un libro usato durante il fascismo
Una vecchia pagella
Il maestro Riccardo Cantino tra gli alunni seduti ai banchi di legno

Le scuole a lungo furono comunali e il fascismo ne fece un caposaldo del regime: quasi tutti gli insegnanti si iscrissero al partito

Ci sono memorie di maestri che in tutta la loro carriera non hanno mai perso un giorno di servizio, a costo di scarpinare per ore nella neve o pedalare sulle salite delle colline astigiane per raggiungere la loro scuoletta di paese.

Dal periodo immediatamente precedente l’unità d’Italia in poi le riforme nel campo dell’istruzione primaria sono state numerose: la legge Boncompagni del 1848, la Casati del 1859, la legge Coppino del 1877, la Daneo-Credari del 1911, sino alla riforma Gentile del 1923, rimasta in vigore sino ad anni recenti. L’ultima “rivoluzione” è del 1962 con l’introduzione della scuola media unica e obbligatoria con la sparizione “dell’avviamento” che doveva far entrare nel mondo del lavoro.

La media unica fu una novità di grande rilievo, che causò non solo la fine del dualismo tra la vecchia media, che introduceva alle scuole superiori, e l’avviamento per chi voleva al più presto trovare un’occupazione, ma portò anche all’eliminazione del “terribile” esame di ammissione alla scuola media, vero incubo per tutti gli studenti.

Tornando alla riforma Gentile, per Mussolini, da poco al potere, quella gentiliana era la «più fascista delle riforme». Il 5 dicembre 1925 al primo congresso nazionale delle Corporazioni il Duce disse: «Il Governo esige che la scuola si ispiri alle idealità del Fascismo, esige che la scuola non sia non dico ostile, ma nemmeno estranea al Fascismo, agnostica di fronte al Fascismo; esige che tutta la scuola, in tutti i suoi gradi ed i suoi insegnamenti, educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla rivoluzione fascista».

E infatti la scuola subì in quegli anni un graduale quanto radicale processo di fascistizzazione, a partire dal 1928, quando fu imposto il testo unico di Stato per la scuola elementare, ennesimo indice di quel connubio tra formazione scolastica e indottrinamento ideologico già in corso dal 1926, quando tutti i maschi dai 6 ai 21 anni furono irreggimentati nei vari gradi dell’Ordine nazionale Balilla e le ragazze diventarono “Giovani Italiane”.

I programmi, dettati dal pedagogista Lombardo Radice nel 1923, via via divennero sempre più fascisti. Tra le materie assunse sempre più peso l’educazione fisica che allora tutti chiamavano ginnastica, mentre si inventò una nuova disciplina, “cultura fascista”, con argomenti come la figura di Mussolini, la struttura gerarchica e corporativa dello stato, diritti e doveri dei Balilla, la razza, la guerra, l’autarchia, le celebrazioni commemorative del fascismo.

Ma in realtà le condizioni delle scuole, intese proprio nel senso degli edifici scolastici, non sembravano riflettere questi roboanti intenti, anzi erano tutte piuttosto carenti di servizi, anche  a livello minimo, e anche in una regione quale il Piemonte, che registrava il minor tasso di analfabetismo tra la popolazione: 17,7% contro il 78,7% della Calabria. 

Certo non si era più nelle condizioni del 1855, descritte da Il Cittadino in un polemico articolo apparso il 3 ottobre di quell’anno, a pochi anni dal compimento dell’unità d’Italia: «La scuola astigiana versa in grave disordine: mancano i registri e persino l’elenco degli alunni. Per l’orario vale il capriccio del maestro, che spesso anticipa o ritarda l’ora e cambia ad arbitrio il giorno di vacanza. Tra i 100 maestri della provincia, quasi nessuno ha la “permissione locale”, che ogni anno dovrebbe procacciarsi. Pochi danno gli esami per provare l’attitudine degli alunni, molti non fanno nemmeno l’esame finale. Fatti desolanti che attestano una negligenza che oltrepassa ogni limite. Di contro il Consiglio Scolastico Provinciale tiene pochissime adunanze». 

A quei tempi andare a scuola era un privilegio per pochi e tutte le scuole astigiane (elementari, ginnasio, liceo, scuole tecniche, scuola superiore femminile, serali) erano concentrate in un’unica sede, il Palazzo del Collegio.

Fu così sino al 1884, quando il sindaco Cosma Badino avviò un piano per la costruzione di nuovi edifici scolastici in città (con sei o più aule) e nelle frazioni (un’aula, due aule e abitazione per il maestro). Sorsero così, grazie a un mutuo, la scuola di San Pietro che sarà poi intitolata dopo la Prima guerra mondiale a Francesco Baracca, (il progetto è del 1889) e di San Quirico (progetto del 1893) e otto scuole di campagna, tra cui Valmanera, Portacomaro Stazione, Pontesuero, Montemarzo, Revignano, Valgera. In città l’edificio della Dante Alighieri risale al 1906, e degli stessi anni sono le scuole di Ponte Tanaro e Porta Alessandria, l’odierna Pascoli.

1956: l’alunna Carla Maria Amerio di Asti in quarta elementare alla Torretta, gessetto in mano alla lavagna, con la maestra Arri. Fotografia fornita da Stefano Masino

Nelle scuole rurali c’era l’assenteismo agricolo

Era altissimo il tasso di assenteismo scolastico, che raggiungeva il picco in primavera e in autunno, quando i ragazzi dovevano rimanere a casa per aiutare i genitori nei lavori dei campi.

La frequenza scolastica era spesso osteggiata dalle famiglie, che vedevano nel maestro che le richiamava ai loro doveri quasi un nemico che sottraeva loro i ragazzi nel momento di maggior bisogno, con il rischio di minacciare il già precario equilibrio familiare.

In una relazione del 1901 del direttore delle scuole elementari cittadine Dionigi Ceresa leggiamo: «La frequenza nelle scuole rurali diventa disastrosa dalla fine di aprile, quando la scolaresca si è ridotta ai minimi termini; si contano 3 alunni a Mombarone, 4 o 5 a Sant’Anna, 2 a San Rocco, 2 a Valfea».

Dura la vita del maestro: ci voleva una grande passione e anche una certa dose di coraggio per iniziare questa professione “celebrata” nel libro Cuore di De Amicis con le celebri figure del maestro Perboni con la sua classe di 54 allievi e della maestrina dalla penna rossa. Scarse gratificazioni sociali, lunghi trasferimenti quotidiani, retribuzione modesta. Fare il maestro elementare voleva dire essere pagati poco: nel primo dopoguerra un maestro aveva uno stipendio pari a quello di un operaio, e inferiore a quello di un dipendente pubblico. Ciò non era certo compensato dal fatto che con il 1911 la scuola elementare fosse passata sotto lo Stato, e quindi anche i docenti fossero diventati impiegati statali.

Tuttavia questo portò almeno un po’ di ordine anche dal punto di vista retributivo, mentre in passato ogni comune era libero di pagare i suoi docenti come voleva. Al momento dell’unità d’Italia i docenti dell’Astigiano erano 208, di cui 132 sacerdoti (lo stato non voleva urtarsi ulteriormente con la Chiesa, a cui aveva sottratto il settore dell’istruzione, e acconsentiva che i docenti fossero in maggioranza religiosi); questi ultimi erano dotati di uno stipendio superiore ai loro colleghi laici, perché oltre che a insegnare erano impegnati nelle attività liturgiche. Un esempio: a Refrancore un maestro laico percepiva circa 500 lire annue, a Castello d’Annone un maestro ecclesiastico era pagato 900 lire. E a fine secolo un maestro di Asti guadagnava 800 lire l’anno (ma le maestre solo 700), nelle frazioni 650. Un direttore didattico arrivava a 1200 lire annue.

Dovevano pertanto giungere graditi i piccoli regali che le famiglie degli alunni offrivano agli insegnanti: la mezza dozzina di uova regalata alla maestra – un «abuso» contro cui tuonava già Il Cittadino nell’Ottocento – è rimasta una consuetudine sino a tempi non lontani da noi. 

La maestra Cornelia Novarese nel 1942 con gli scolari di Valdeserro di Montafia. Ha insegnato per 40 anni
Gli alunni della seconda elementare della scuola Dante nell’anno scolastico ‘55-’56. Nella prima fila in basso, da sinistra, si riconoscono Borio, Foppolo e Camillo Olivero. In seconda fila il secondo da sinistra è Giancarlo Sattanino (che ha fornito la foto), il quarto Cavallo e il sesto Giorgio Artoni. Nella terza fila, da sinistra, Mauro Avedano e Piero Caracciolo; il quarto è Claudio Ratti e il quinto Ezio Bruno

Nel 1919 fece scalpore lo sciopero delle cattedre: dieci denunciati

Ma gli stipendi rimanevano bassi. Il 25 marzo 1919 i docenti della provincia di Alessandria, di cui Asti faceva parte, scesero in sciopero e questo costò una denuncia a dieci insegnanti.

Ad Asti si tenne un’assemblea dei maestri nella scuola di San Quirico e qui venne redatto un manifesto per far conoscere le condizioni di disagio economico e quindi anche sociale in cui versava la categoria. Lo stipendio iniziale, sostenevano i maestri, doveva essere portato ad almeno 3650 lire l’anno, quando a quel tempo un docente di scuola rurale poteva anche non andare oltre le 500 lire annue.

La Gazzetta d’Asti reagì con indignazione al fatto che anche gli educatori potessero scendere in sciopero. A quanto riportato dal periodico socialista Galletto, al Politeama si tenne in quella occasione un comizio con rappresentanti delle associazioni di categoria: il Sindacato magistrale, socialista, l’Unione magistrale nazionale, apolitica ma in realtà vicina alla sinistra, e la Niccolò Tommaseo, cattolica. Finalmente le cose sembrarono migliorare quando, nel 1923, lo stato bandì il primo concorso magistrale del dopoguerra, a cui parteciparono 740 maestri della provincia di Alessandria.

1921 l’ispettrice segnala aule fredde e gravi rischi per la salute di alunni e maestre

L’altro grave problema per i maestri era rappresentato dal fatto che dopo il diploma (che un tempo veniva detto la «patente») i primi 15 anni di carriera andavano trascorsi nelle scuole suburbane, poi soltanto per anzianità si poteva essere trasferiti in città.

Insegnare in un paese o in una frazione comportava altri problemi: i docenti erano, almeno ufficialmente, tenuti a risiedere nel luogo dove svolgevano la loro professione, ma non tutte le scuole avevano l’alloggio per il maestro, e quindi era necessario pagare un affitto. In realtà molti viaggiavano, con evidenti disagi e ulteriori spese.

La situazione non migliora dopo la Grande Guerra: le aule sono spesso inadeguate. Si legge in una relazione del 1921 redatta dall’ispettrice Edvige Rampini: «Richiamo l’attenzione dell’on. Municipio sui locali di corso Savona, umidi, disturbati,  minacciati dai bacilli della tubercolosi che serpeggia ed ha fatto vittime nel caseggiato dove le stesse latrine debbono servire non solo a scolari maschi e femmine ed a maestre, ma agli stessi inquilini, numerosi, che ne rendono vana la pulizia. La pulizia nelle scuole rurali è in genere assai trascurata. Nei locali di Bramairate, Bricco Fassio, Stazione di San Damiano, Caniglie, Trincere i locali sono impossibili. A Poggio la scuola è fredda, malsana perché ha tutte le finestre a mezzanotte. A San Rocco non mancano soltanto i banchi ma anche l’inchiostro per scrivere».

La maestra Maria Conone Nosenzo nell’anno scolastico 1953-’54 tra gli alunni, con grembiule nero e fiocco, della terza elementare della scuola di Pontesuero, Foto fornita da Angela Bortot.
Nella foto di Maura Dezani, le alunne in grembiule bianco della quinta elementare della scuola Dante Alighieri, dell’anno scolastico 1967-’68. Sul retro si legge la firma della maestra Teresa Cattaneo con quelle delle alunne Demetria Obermitto, Fiorenza Bellone, Nadia Nivolo, Marina Guantini, Giovanna Rivetti, Licia Neretti, Susanna Arrighi, Egle Alcide, Luisa Lanfrancone, Rita Poggio, Maura Grasso, Bruna Paola Ferraris, Maruia Dell’Agli, Chiara Dusio, Silvia Gai, Isabella Macagno, Chiaretta Nosengo, Tiziana Ferrero, Cristina Sartor, Lavinia Saracco, Valeria Gaudio, Bruna M. Ferraris, Elisabetta Alieri, Daniela Molino, Elena Barisone e Marisa Conti

Asti nel 1924 aveva 105 classi di elementari: il caso dei pluriripetenti

Le aule scolastiche sono fredde: molti si ricordano ancora di quanto andavano a scuola portando con sé un pezzo di legno, da mettere nella stufa. Per chi dai paesi doveva fare lunghe camminate per arrivare a scuola c’era l’abitudine di mettere in tasca ai bambini pietre lisce scaldate sulla stufa di casa che rilasciavano calore durante il tragitto.

Già il 22 febbraio 1861 Il Cittadino scriveva: «Un altro abuso è quello di obbligare i ragazzi a recare la legna per riscaldarsi nella cruda stagione. Ci pensino i comuni a distruggere questi vecchi abusi».

Torniamo al Novecento. Tre anni dopo la relazione dell’ispettrice Rampini (e quindi nel 1924, quando stava entrando in vigore la riforma Gentile, a due anni dalla presa di potere da parte di Mussolini), il direttore del circolo didattico di Asti, E. Verona, invia al Regio Ispettore Scolastico una relazione che fotografa la situazione della scuola elementare nel comune di Asti: vi sono dieci locali scolastici nel capoluogo e 24 nelle frazioni, con un totale di 105 insegnanti. In tutto, quindi, 34 scuole, di cui 18 recenti, 8 ritenute adatte, 5 disadatte, 3 disadatte e insufficienti, per un totale di 105 aule. Verona dava quindi un giudizio tutto sommato non negativo sulla qualità media delle scuole tanto dal punto di vista logistico quanto dell’insegnamento, pur senza nascondere le carenze già evidenziate in precedenza dall’ispettrice Rampini.

C’erano sette scuole private Clava, Michelerio, Caisotti, Tellini, Buon Pastore, Nazareth e Orfanotrofio

Dalla già citata relazione del direttore didattico Verona apprendiamo altre cose: gli alunni delle scuole elementari statali e delle sette private (tre maschili: Clava, Michelerio e Caissotti; e quattro femminili: Tellini, Buon Pastore, Nazareth e Orfanotrofio femminile) erano 3266, mentre altri 31 bambini non risultavano iscritti, afferma Verona, «per deficienza intellettuale di scolari i quali, dopo aver ripetuto fino a tre anni la medesima classe, vengono ammessi al lavoro pur non avendo frequentato tutto il corso elementare».

Dei 105 insegnanti elementari delle scuole di Asti soltanto dieci erano maschi. Tutti dovevano svolgere anche l’insegnamento religioso (soltanto uno si dichiarò non idoneo, e venne sostituito).

Grembiule nero e fiocco per la seconda elementare della scuola Baracca nel 1957 con il maestro Ciprotti
Gli alunni della quinta elementare della scuola Baracca del 1961 con le maglie blu. Nella foto di Ernestino Secco sono ritratti con il maestro Ciprotti

Nel 1935 con la Provincia arriva anche il Provveditore agli Studi. Su 868 insegnanti elementari, le maestre sono 792

Nel 1935 Asti divenne capoluogo di provincia e di conseguenza fu costituito un Provveditorato agli Studi. Il primo provveditore, giunto ad Asti nell’estate di quell’anno, fu un romano, Giuseppe Stroppa, già segretario del ministro dell’Educazione Nazionale, De Vecchi. Ma presto Stroppa fu sostituito da un astigiano, Carlo Bologna, che resse il Provveditorato per molti anni, anche dopo la Liberazione, tranne che per un breve periodo di epurazione (Bologna era stato anche segretario politico del fascio di Asti) dopo la quale era stato reinsediato nel suo incarico.

All’indomani del 25 aprile 1945, fu designato come Provveditore il professor Francesco Bellero “Gris”, comandante partigiano autonomo. In quel 1935 in cui Asti divenne provincia, gli insegnanti elementari erano 868, di cui 792 femmine (cosa che non piaceva al ministro Bottai, che in modo lapalissiano definì le donne “incapaci di ideali virili”); gli alunni, tra scuole pubbliche e private, erano circa 25.000. C’era anche una rigida distinzione tra i sessi: le classi erano maschili o femminili, quasi mai miste, e queste erano viste quasi come classi di serie B.

La situazione logistica delle scuole si mantenne sempre grave anche negli anni di guerra (negli ultimi tempi era stato costruito un solo edificio scolastico nuovo, a Costigliole, inaugurato nel 1936, dove vennero trasferite le aule sino ad allora ospitate nel castello), ma nonostante tutto la scuola funzionò senza interruzioni nonostante il conflitto in corso fino al 23 dicembre 1944.

Dopo le vacanze natalizie, vista la mancanza di riscaldamento e l’evolversi della guerra, le scuole rimasero aperte a singhiozzo fino al 25 aprile. Negli anni del fascismo, le lezioni (lo apprendiamo dalla tesi di laurea di Antonella Mondo Storia della scuola elementare statale di Asti (1929-45) discussa nell’anno accademico 1991-92 a Torino) andavano dalle 8.45 alle 12.30, il martedì e il giovedì anche al pomeriggio, dalle 14,30 alle 16,30. Il corso elementare era di cinque anni, con esami dopo la seconda (in anni più vicini a noi dopo la terza) e la quinta.

Il libro di testo era uguale per tutte le scuole, ed era quasi obbligatoria la lettura del giornalino Il balilla, anche se poi i bambini preferivano leggere Il Vittorioso o L’avventuroso. Accanto ai ritratti del re, della regina e del duce, ogni scuola possedeva un apparecchio radio, per ascoltare i discorsi di Mussolini, che poi venivano stampati in opuscoli e distribuiti agli alunni. Una curiosità: la scuola Arnaldo Mussolini di corso Dante possedeva anche un piccolo museo coloniale.

Nella foto di Rita De Alexandris, la maestra Teresita Bosia le alunne della seconda elementare della scuola Baracca nell’anno 1953-’54

In festa anche il 4 novembre e il 24 maggio

Durante il fascismo i maestri dovevano sapersi porre non soltanto come formatori culturali, ma anche politici, in grado di creare nelle scuole quel clima fascista a cui le gerarchie tenevano moltissimo. Il corpo docente doveva presentarsi come garante dei valori della tradizione della continuità: il tutto ruotava attorno a tre elementi chiave: la monarchia, il regime, la famiglia e, dopo i Patti Lateranensi del ’29, la Chiesa. 

Il direttore didattico, che compiva frequenti visite nelle singole classi, doveva compilare ogni anno un rapporto informativo su ogni singolo insegnante, attribuendogli un giudizio sintetico (dal non sufficiente al valente), prendendo in esame cultura, carattere e disciplina sul lavoro, capacità didattiche, ma anche, e forse più ancora, la sua posizione nei confronti del regime.

Alle richieste del regime gli insegnanti risposero in massa: l’iscrizione al Partito nazionale fascista fu totale in città, e molto alta anche in provincia. Fu pari al 100% tra le donne, con qualche resistenza invece da parte maschile. Del resto il regime imponeva i suoi mezzi di propaganda: nel 1926 divenne obbligatoria l’iscrizione dei maestri all’Afs (Associazione Fascista Scuola), al 1927 risale la dispensa dal servizio per chi  dimostrava freddezza nei confronti del regime e del suo capo. Ma in genere l’adesione dei maestri al fascismo era abbastanza convinta, sia perché qualcuno intravvedeva in ciò la possibilità di una carriera più rapida, sia perché molti maestri facevano parte del ceto medio, che apprezzava l’ordine e la disciplina che il regime auspicava. Una disciplina che i maestri non mancano di applicare nelle loro classi, anche attraverso punizioni corporali, come le già ricordate bacchettate sulle dita o il restare a lungo in ginocchio.

Era, quella di quegli anni, una scuola che esaltava la romanità in tutte le sue forme; si celebravano personaggi esemplari, storici o leggendari che fossero, si portavano ad esempio le frasi del duce, si celebravano in forma solenne tutte le ricorrenze. E le ricorrenze erano tante: oltre alle festività di carattere religioso, non si andava a scuola il 24 maggio e il 4 novembre, date di inizio e di fine della prima guerra mondiale, il 23 marzo, data della fondazione dei fasci di combattimento, e il 28 ottobre, data della marcia su Roma. Per l’apertura dell’anno scolastico il vescovo celebrava una messa in cattedrale, seguita da una sfilata per le vie cittadine con i bambini in divisa da balilla.

Da Carlo Raviola una fotografia della primavera 1950 scattata fuori dalla scuola San Carlo (allora Ettore Laiolo). Sono ritratti gli alunni dell’anno scolastico 1949-’50 delle classi prima e seconda elementare. Nella fila in alto, da sinistra, si riconoscono Piera Mamino, Natalina Micca, Anna Bera, Daria Dellavalle, Adelio Maschio, Flavio Pescarmona, Marco Bianco, Giovanni Giordano e Carlo Raviola. Al centro, da sinistra, ci sono Natalina Forno, Letizia, Bruna Maschio, Franca Morra, Anna Maria Porcellana, Bruno Benenti, Ettore Bosio, Elio Saracco e Sergio. In basso, sempre da sinistra, Guglielmina Omedè, Imelda Capello, Giovanna Corino, Angela Borio, Franco, Gianfranco Fassone, Renato Gianotti ed Ezio

C’erano poi altre ricorrenze, in cui la scuola rimaneva aperta ma i festeggiamenti avvenivano in altre forme: la giornata del Balilla (il 5 dicembre), il genetliaco della regina Elena (7 gennaio), la commemorazione della morte di Vittorio Emanuele II (9 gennaio), l’istituzione della milizia (1° febbraio), i Patti Lateranensi (11 febbraio), il natale di Roma (21 aprile), la proclamazione dell’impero (9 giugno). Ad Asti si celebrava anche il 16 gennaio, anniversario della nascita di Vittorio Alfieri.

Spesso queste giornate venivano caratterizzate da gare sportive, saggi ginnici e concerti di canto corale; i vincitori venivano solennemente proclamati dal balcone del Municipio, in piazza San Secondo, con la partecipazione di tutte le autorità. Erano certo momenti di festa, ma a molti suonavano come delle imposizioni, che nella parossistica ricerca del consenso finivano per togliere spontaneità alle manifestazioni.

In una foto di Angela Bortot gli alunni della seconda elementare di Pontesuero nell’anno 1966-’67

C’era in autunno anche la Festa degli alberi, rimasta anche negli anni successivi alla fine della guerra; e molti ricordano ancora la piccola cerimonia, al cospetto di qualche autorità locale, nel corso della quale veniva messa a dimora una pianticella, magari nel cortile della scuola o in qualche giardino.

Lina Borgo l’educatrice socialista che inventò gli asili nido

Tra i personaggi che hanno caratterizzato la storia della scuola astigiana un posto di primissimo piano spetta alla figura di Lina Guenna, ricordata solitamente come Lina Borgo, dal cognome del marito, Enrico Borgo, sposato nel 1899, dal quale ebbe sei figli, e di cui rimase vedova nel 1910. Una vita intensa e difficile, la sua, in cui i positivi risultati in campo sociale e politico, sullo sfondo delle grandi vicende internazionali di quegli anni, non riuscirono a cancellare le traversie personali che la portarono ad affrontare momenti di estrema difficoltà soprattutto in campo economico.

Lina Guenna nacque a Novi Ligure nel 1869. Il padre, Giuseppe, era un musicista molto apprezzato e fu direttore sino alla morte della banda musicale della sua città. Ma la sua passione per la musica lo portò a trascurare l’attività su cui si reggeva l’economia familiare, il commercio di granaglie. Ne seguì un tracollo finanziario che dopo la sua morte, avvenuta nel 1882 per un attacco di polmonite, costrinse i figli, rimasti privi di ogni sostentamento, a doversi presto cercare un’occupazione.

A soli 13 anni Lina trovò lavoro come inserviente in un asilo infantile laico. Per lei fu l’ingresso, seppur non certo come avrebbe desiderato, nel mondo della scuola, che fu il suo mondo per tutta la vita. Pur continuando a lavorare, si iscrisse alla scuola superiore magistrale di Alessandria, dove si diplomò con il massimo dei voti.

Lina Borgo con i bambini dell’asilo nido inaugurato nel 1929

Lavorò con il premio Nobel Moneta

Nel 1901 entrò a far parte dei docenti dell’Università Popolare di Alessandria, città in cui svolse un’intensa attività culturale e giornalistica (fu anche caporedattrice del periodico socialista locale Il fuoco).

Dopo la morte prematura del marito nel 1910, dovuta alle conseguenze di una banale operazione chirurgica, Lina si trasferì ad Asti con i suoi sei figli, accettando l’invito degli operai della Vetreria e della Way-Assauto di dirigere l’asilo per i figli degli operai da loro fondato, intitolato al socialista spagnolo Francesco Ferrer; quello stesso asilo che oggi porta il nome di Lina Borgo, in una parte della città, accanto alle due fabbriche che oggi non ci sono più (la Vetreria ha cambiato sede, le vicende della Way-Assauto sono ben note), dove la Borgo più tardi, nel 1925, contribuì a far erigere un quartiere di edilizia popolare per gli operai.

L’asilo Ferrer divenne ente morale nel 1914 e assunse la denominazione di «Educatorio Infantile». Lina Borgo creò anche un ricreatorio femminile, in anni in cui l’educazione delle giovani era ancora un argomento poco accettato e a cui si guardava con una certa diffidenza. 

Il socialismo influenzò fortemente la sua visione educativa: ispirandosi alle teorie del pedagogista tedesco Friedrich Fröbel, Lina Borgo ideò un metodo didattico in cui l’aspirazione al pacifismo – altro tema allora assai poco diffuso – era una delle componenti fondamentali. Per questi motivi entrò in contatto con illustri esponenti del pacifismo internazionale, come Teodoro Moneta, docente e giornalista, premio Nobel per la pace – unico italiano ad aver ottenuto questo riconoscimento – nel 1907. 

Con Moneta Lina Borgo collaborò in occasione dell’Esposizione Universale di Milano del 1906, nel corso della quale tenne un discorso sulla pace e sulla necessità di un’unione europea. In campo più strettamente pedagogico, uno dei suoi concetti fondamentali era che gli alunni delle sue scuole dovevano essere educati a mettere in primo piano i valori di libertà, giustizia ed eguaglianza per mezzo anche di strumenti quali il canto, la musica, la danza, la poesia e soprattutto il teatro, inteso come somma di arti diverse, in modo da giungere all’apprendimento attraverso il gioco e il divertimento.

Vivo interesse suscitò Ramo d’ulivo, uno spettacolo teatrale da lei allestito ad Asti nel 1913, interpretato dalle stesse alunne del Ricreatorio, volto a dimostrare la necessità dell’unione europea in un periodo in cui questo tema era ancora l’utopia di pochissimi. Ma soprattutto per lei il mondo della scuola doveva dedicare particolare attenzione ai ceti sociali più umili, e proporsi il fine di affrancare le famiglie più povere, quelle degli operai e dei contadini, dalla miseria e dallo sfruttamento. Questa era per lei la funzione della scuola: sopperire al fatto che le famiglie povere, per motivi di lavoro e per carenze economiche e culturali, avevano poco tempo da dedicare all’educazione e al riscatto sociale dei figli.

Nel 1914 Lina Borgo fondò il primo asilo nido d’Italia. Con l’avvento della prima guerra mondiale, aprì anche un doposcuola per venire incontro alle necessità delle madri che erano state chiamate a lavorare nelle fabbriche astigiane in sostituzione dei mariti al fronte. In seguito fondò e diresse il primo dopolavoro che aveva la finalità di accogliere, la sera, i giovani operai del quartiere. Lina Borgo morì nel 1932. 

Nel 2009 Agnese Argenta, Graziella Gaballo, Laurana Lajolo e Luciana Ziruolo hanno pubblicato sulla sua opera un libro, dal titolo Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa laica, edito da  Isral, Alessandria.   

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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