mercoledì 7 Dicembre, 2022
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NOVECENTO

L’Astigiano è terra alpina. L’adunata nel centenario della Grande Guerra

Sono moltissimi i fattori che fanno dell’Adunata nazionale alpina del 13-15 maggio di asti un’occasione di riflessione storica. Al di là dei momenti di festa e di incontro delle penne nere, l’Adunata vuole ripercorrere con le mostre, gli spettacoli, le cerimonie ufficiali, il centenario della Grande Guerra, non dimenticando tutti gli altri conflitti che hanno insanguinato il novecento. Astigiani offre in queste pagine più di uno spunto. Dal ricordo vivissimo dell’Adunata del 1995 a pochi mesi dall’alluvione del 1994, in cui gli alpini furono in prima linea per aiutare a uscire dal fango, alla partenza delle tradotte della divisone tridentina dalla stazione di Asti nel 1942, destinazione Russia, un tragico viaggio per molti senza ritorno. E poi ci sono le testimonianze, le foto e la storia di un film, girato nel 1917, dal regista astigiano Giovanni Pastrone che racconta l’epopea alpina.

 

Decine di migliaia di Alpini nel maggio del 1995 sfilarono tra gli applausi pochi mesi dopo l’alluvione

 

Ad Asti gli alpini sono di casa.  Non ci sono mai state caserme alpine, ma sono migliaia i giovani monferrini, delle varie leve, che hanno vissuto il periodo militare con le penne nere.  Si sono create amicizie che durano tutta la vita. Nei paesi le sezioni degli alpini organizzano i volontari dando vita alla rete della Protezione civile.   Un legame intenso che si è risaldato nel 1995, da quando l’Ana (Associazione nazionale alpini) è ufficialmente cittadina onoraria della città di Alfieri. La cittadinanza onoraria fu assegnata alle penne nere per il loro impegno a favore delle popolazioni piemontesi colpite dall’alluvione del novembre 1994. Nel 1995, pochi mesi dopo, a maggio, gli alpini vissero proprio ad Asti la loro adunata numero 68. Ora ci torneranno per l’edizione 89 dell’Adunata nazionale dal 13 al 15 maggio. Sono passati vent’anni. In vent’anni cresce una generazione. Nella vita di una città sono un soffio che può essere memoria ancora viva o ricordo già sbiadito. Il mondo in questi vent’anni è molto cambiato e non sempre in meglio. Due soli esempi: pochissimi allora, anche tra gli alpini, avevano in tasca un telefonino. I primi “cellulari portatili” erano pesanti come mezzo mattone e destavano più ironia che curiosità. Internet non si sapeva che cosa fosse e per avere una foto o una diapositiva bisognava portare il rullino delle pellicole a sviluppare. Cose del secolo scorso.  Oggi si possono avere informazioni in tempo reale sull’Adunata scaricando un app sul cellulare. In quel maggio del 1995 Asti accolse le penne nere per dire loro grazie: un grazie che campeggiava sui manifesti fatti affiggere dal Comune e nel cuore dei tanti che in città come in tutto il Sud Piemonte erano stati travolti il 5 e 6 novembre del 1994 dal dramma dell’alluvione  del Tanaro e dei suoi affluenti. Decine di vittime, distruzioni per miliardi di lire, ponti divelti, paesi isolati. Gli alpini furono i primi ad arrivare. I primi a spalare il fango tra la gente e con la gente. Già nelle prime ore di quella tragica domenica, con la grande piazza Campo del Palio trasformata in un lago di fango, solcato dai gommoni, erano arrivati i primi reparti operativi inviati dai comandi della brigata Taurinense. E poi nel giro di pochi giorni ecco altre migliaia di penne nere nelle loro tute arancioni: i volontari dell’Ana, con i nuclei di protezione civile, attrezzati di cucine da campo, tende, potabilizzatori, generatori elettrici. In quei giorni di ansia, rabbia e dolore, sapere di avere accanto gli alpini e la loro umanità fu di conforto a decine di migliaia di alluvionati.  Negli archivi fotografici dei giornali ci sono decine di fotografie in bianco e nero che testimoniano di quel lavoro, di quelle facce sporche di fango, ma sorridenti, che parevano non patire il freddo e la fatica. Sul manifesto ufficiale di quella adunata del 1995 accanto al campanile della Cattedrale e al momento della corsa del Palio c’era un borgo devastato dall’alluvione.  Tre immagini che circondavano un cappello alpino. 

La cittadinanza  di Asti conferita nel 1995 all’Ana nazionale

 

Le aveva richieste il presidente della sezione di Asti  Oscar Gastaudo, che “fortissimamente volle” portare l’adunata nazionale nella sua terra. E l’Astigiano fu contagiato dalla febbre alpina. L’Associazione dei vignaioli piemontesi dedicò una bottiglia speciale di Barbera alle penne nere con la scritta “grazie” in etichetta.  La Stampa editò cartoline e offrì con il quotidiano una spilletta in metallo che andò a fregiare decine di migliaia di cappelli alpini. Nei centri alluvionati da Canelli a Rocchetta Tanaro gli alpini furono accolti, ricevuti, “coccolati”. E furono gli stessi alpini di quel novembre d’acqua ad aprire con le loro pale la sfilata dell’adunata nel sole di maggio del 1995. E l’applauso che accompagnò le penne nere per tutta la lunghezza del percorso fu immenso, caloroso, solidale.  La sera prima la città si era stretta attorno agli alpini in una fiaccolata che era simbolicamente partita dal ponte del Tanaro. L’allora sindaco Alberto Bianchino ricevette il giorno prima in municipio i vertici dell’Ana,  guidati dal presidente  Leonardo Caprioli, per consegnare loro la cittadinanza onoraria di Asti. “Siete stati i primi ad arrivare subito dopo l’alluvione e gli ultimi ad andare via” ricordò il primo cittadino.  E gli alpini risposero consegnando alle famiglie di  26 alluvionati la somma di 166 milioni raccolti in una sottoscrizione nazionale alpina e altri 150 milioni furono destinati dall’Ana  a istituzioni benefiche astigiane.  Quel ricordo, quell’abbraccio, quella generosità non possono essere dimenticati. Le memoria dell’alluvione è ancora viva. Dopo anni di polemiche e lungaggini burocratiche, ora gli argini sono più sicuri, è cresciuta la coscienza ambientale e si è organizzato un coordinamento provinciale di Protezione civile che ancora una volta vede gli alpini in prima fila con una settantina di volontari Ana. È da queste considerazioni che la sezione Ana di Asti, presieduta da Adriano Blengio, alpino di Monastero Bormida, ha chiesto e ottenuto di riavere ad Asti, dopo oltre vent’anni, l’Adunata nazionale. Si è messa in moto da mesi una macchina organizzativa complessa per arrivare ad accogliere oltre 400 mila persone. Un evento popolare, ricco di significati storici nel centenario della Grande Guerra. Vi parteciperà per la prima volta una delegazione della Croce Nera, l’organizzazione austriaca che si occupa dei caduti austro-ungarici. Gli ex nemici di allora si ritrovano oggi.  Alcuni caduti austriaci sono sepolti al cimitero di Frinco, dove c’era un campo di raccolta dei prigionieri. Saranno ricordati insieme, accumunati dalla voglia di pace.  

Partì da Asti nel 1942 la Divisione Tridentina che riuscì ad aprire un varco a Nikolajewka

Mariolina Cattaneo

La storica immagine della partenza della Divisione Tridentina dalla Stazione di Asti il 18 luglio 1942 con il generale Luigi Reverberi. Alle sue spalle, il cappellano don Carlo Gnocchi che fonderà dopo la guerra opere di carità ed è stato riconosciuto Beato nel 2009

Gli alpini dovevano combattere sul Caucaso. Finirono nella steppa davanti al Don

 

C’era il sole quella mattina del 18 luglio 1942. La tradotta era pronta al primo binario della stazione di Asti. La Divisione Alpina Tridentina era schierata pronta ad un viaggio che l’avrebbe portata a combattere in Russia. C’è una foto che mostra il generale Reverberi sorridente al finestrino del vagone. Alle sue spalle don Carlo Gnocchi, il cappellano militare che, dopo la guerra, fonderà opere di carità, soprattutto a favore dei ciechi (avrà un grande seguito, scompare  nel 1956 e la Chiesa lo ha riconosciuto Beato nel 2009). La divisione Tridentina inquadrava soprattutto lombardi, veneti e trentini, ma non mancavano i piemontesi. Era stata costituita nel 1935, affidata al generale Gabriele Nasci. Partecipò alla guerra in Africa orientale. Nel giugno 1940 allo scoppio del conflitto con la Francia la Tridentina, al comando del generale Ugo Sansovito, era stata impegnata sul fronte occidentale accanto alla Taurinense. Concluse le operazioni in Francia,  era stata inviata sul fronte greco-albanese. Le perdite furono ingenti: il solo battaglione Edolo, al comando del colonnello Rivoir, fu ridotto a cento uomini. Nel frattempo aveva preso il comando della Divisione il generale Luigi Reverberi decorato nella Grande Guerra, conosciuto come “General Gasosa” per il suo carattere nervoso ed esuberante. Alla fine delle operazioni contro i greci nell’aprile 1941, i reparti rientrarono in Italia per essere inquadrati nell’Armir il Corpo d’Armata Alpino destinato ad appoggiare l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. Per rimpiazzare caduti e feriti e risistemare equipaggiamento e reparti, la Divisione viene sistemata in caserme e campi piemontesi nella zona tra Torino, Rivoli e Asti. La stazione di Asti viene scelta per la composizione e la partenza della prima tradotta che porterà uomini e mezzi in Russia. Nel luglio 1942 la Tridentina parte per prima verso Est con il 5º Alpini e i suoi battaglioni Edolo, Morbegno e Tirano, con il Vestone, il Verona e il Val Chiese del 6º, con il 2º reggimento artiglieria alpina e i suoi gruppi Bergamo, Vicenza e Valcamonica e con il II Battaglione Misto Genio. Il treno si ferma nelle principali stazioni e carica i reparti. Alla truppa è stata data una breve licenza. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la stampa astigiana diede poco rilievo alla partenza da Asti di quelle penne nere. La Gazzetta d’Asti non ne parla affatto, la Provincia di Asti (questo il nome assunto dalla antica testata de Il Cittadino) nel numero del 25 luglio 1942 dedica all’avvenimento un breve e generico articolo in fondo alla seconda pagina. Il titolo, a tre colonne, dice «L’affettuoso saluto augurale delle Camicie Nere e della popolazione astigiana alle gloriose “Fiamme Verdi”». Nel testo si legge dell’affetto degli astigiani per questi soldati «che già in Albania diedero ottima prova del loro valore». Si parla anche di iniziative, senza specificare quali, per assistere moralmente e materialmente gli alpini durante la loro permanenza ad Asti, mentre al momento della partenza per la loro zona di impiego (ma l’articolista si guarda bene dal citare la Russia visto che la destinazione è considerata un segreto militare) si sono svolte manifestazioni «di affetto e di riconoscenza che trovano alimento nel cuore generoso e nei sentimenti patriottici della gente alfieriana». Alla partenza degli alpini presenziarono le locali organizzazioni fasciste, le associazioni combattentistiche, reparti delle forze armate e le autorità cittadine, tra le quali il podestà, il prefetto, il preside della Provincia. Ai militari furono offerti fiori e pacchi dono «a cui – si legge – gli alpini hanno risposto col grido Vinceremo e con alte acclamazioni al Duce» Cominciava così la loro tragica vicenda in terra russa.

 

Gennaio 1943: la lunga marcia delle truppe dell’Asse in rotta nella steppa russa

 

La divisione era definita “autotrasportabile”, ma di mezzi ce n’erano pochi  a differenza dei tedeschi e gli alpini sono costretti a farsi a piedi le centinaia di chilometri di avvicinamento al fronte. In un primo momento le truppe alpine parevano destinate ad andare combattere sulle montagne del Caucaso, ma proprio la lentezza nell’avvicinarsi al fronte, induce il comando tedesco a farle schierare lungo il Don, nella steppa, senza neppure una collina. Una linea di fronte lunga centina di chilometri, fragile e lontana dai centro di rifornimento. Il sole accompagna le nove, dieci ore di marcia quotidiane verso l’ansa del grande fiume. Un caldo prepotente avvolgeva la colonna; gli alpini avanzano nella steppa polverosa su un sentiero largo qualche metro, tra campi di girasole. Agglomerati di case dal tetto di paglia punteggiano la steppa monotona; attorno alle isbe capitava di vedere vecchi, donne o bimbi rimasti lì come abbandonati. Gli alpini fraternizzano, nonostante il divieto dei tedeschi e dei fascisti più fanatici. La vera tragedia della Tridentina inizia a metà dicembre del 1942 quando i russi sfondano il fronte del Don e accerchiano l’intero Corpo d’armata alpino, che è costretto al ripiegamento. Per aprirsi la strada verso la salvezza deve combattere: a Opty, Postojali, Nowa Karkowa, Ladomirowka, Malakajewe, Nikitowka, Nikolajewka. L’epica ritirata nella steppa gelata – che ebbe per protagonista il generale Reverberi,  e per “testimoni” scrittori come Nuto Revelli e Mario Rigoni Stern – iniziò il 14 gennaio e si concluse ai primi di febbraio. Degli uomini che costituivano la Divisione alla partenza dall’Italia, solo un terzo rimpatriò. All’8 settembre 1943 i superstiti erano in Alto Adige: molti finirono nei campi di concentramento tedeschi, altri invece riuscirono a tornare a casa, molti parteciparono alla lotta di Liberazione. Bruno Reverberi, il figlio del generale che è scomparso nel 1954, racconta come il padre non parlasse mai della guerra. «Mai nulla. Solo ad un raduno, ricordando il 26 gennaio 1943 chiuse proprio con quelle parole… ora come allora, Tridentina avanti! Era la prima volta che glielo sentivo dire…». In quel lontano 26 gennaio 1943, “Tridentina avanti!” fu il grido che scaldò l’animo degli alpini, ormai sfiniti, disperati. Essi con sforzo coraggioso, allungarono idealmente la loro mano verso tutto ciò che nei loro pensieri si condensava in una sola parola: casa. E furono fuori dalla sacca. Il figlio cita i ricordi del padre generale e quella partenza della tradotta da Asti nell’estate del 1942. “Dal Piemonte fino al confine orientale, ad ogni stazione, i suoi alpini erano lì in attesa. Non uno si rifiutò di salire su quel treno, non uno». Anche gli alpini, soprattutto i più giovani era galvanizzati dalla propaganda. Il generale conservò fino all’ultimo la Bibbia che gli era stata donata da don Gnocchi dopo la Guerra. Erano insieme sorridenti dal finestrino di quel treno il 18 luglio 1942, in partenza dalla stazione di Asti. Un viaggio destinato a finire in tragedia.     

Ha collaborato Aldo Gamba.

 

Le Schede

 

TRA QUEGLI ALPINI MANDATI ALLO SBARAGLIO IN RUSSIA C’ERA ANCHE MIO PADRE

Roberto Venturini

Tra gli alpini della Divisine Tridentina  che quella mattina del 18 luglio 1942 partirono dalla stazione di Asti, destinazione Russia c’era anche Sergio Venturini, un giovane del 5° Reggimento, Battaglione Tirano. Era nato a Padova da una famiglia astigiana nel 1920. Venturini è citato da Nuto Revelli, nel suo La guerra dei poveri, ricordando che fu lui a  riportare in Italia la bandiera del Battaglione Tirano finita abbandonata nella neve. A guerra finita Venturini, avvocato, lavorò come dirigente dei Cittadini dell’Ordine , istituto di vigilanza privata e si impegnò nella associazione combattenti e reduci dalla Russia e riorganizzò la sezione Ana di Asti restandovi come presidente per 26 anni fino alla morte nel 1984. È stato anche consigliere comunale di Asti e sindaco di Colcavagno. Ecco la testimonianza del figlio Roberto

Le carcasse dei muli aiutarono i militari in ritirata a vincere la fame. Il rifugio nelle isbe dei contadini

 

“La Campagna di Russia, il Don, la battaglia di NIkolajewka noi in casa  l’abbiamo sempre sentite e vissute con immagini crude, a volte terribili, ma anche molto umane. Credo che tutti, per i più svariati motivi, vorremmo vivere la vita  due volte per apprezzare la seconda volta  ciò che non si è riusciti a capire la prima e io vorrei poter tornare indietro per fare tesoro  in pieno  di ciò che, da ascoltatore poco interessato per età  e immaturo per capire, sentivo da mio padre. Già, da quel ragazzo, nato nel 1920, che a 22 anni viene arruolato nei battaglioni universitari della Scuola Militare Alpina di Aosta, la SMALP (definiti poi i “Ragazzi di Aosta del ’41”) e mandato sul fronte Russo a 23 anni, come sottotenente, dopo un addestramento  “ essenziale”. E proprio tra quei ragazzi, visto che li ho citati, credo sia d’obbligo ricordare che vi furono 11 medaglie d’oro al valor militare, 83 medaglie d’argento, 88 di bronzo e 38 Croci di guerra. E una di quelle medaglie d’argento era di mio padre. I ricordi affiorano  veloci e si affollano nella mente quei mille e mille episodi che compongono ora il mosaico della memoria. E come se li sentissi ancora dalla sua voce, come sento anche le domande ingenue, ma legittime che facevamo noi : «Ma che cosa è il Don? E la steppa russa? Ma perché gli Alpini furono mandati proprio lì a combattere?» Allora, seduti  intorno al tavolo dove mangiavamo, nella nostra casa del Fortino, con mio fratello Mauro e nostra madre Rina, ci spiegava di questa immensa pianura russa, la steppa, dove non c’era neanche una collina e dove scorreva il fiume Don, che tanta parte ebbe nella storia di quelle battaglie. Ci spiegava delle altre armate, non solo dei tedeschi (dei quali non aveva un buon ricordo) ma anche della inconsistente armata rumeno-ungherese che durò in combattimento quanto la neve al sole. Attraverso quei suoi ricordi immaginavo le povere  case dei contadini russi che si chiamavano “isbe” e imparai come si diceva “pane” in russo e tedesco. Dei giorni della ritirata ci raccontava che i “suoi” alpini si avvicinavano a quelle povere case per cercare rifugio dai -35 o -40 gradi che quella pianura desolata e terribile riservava loro di giorno e di notte e che, dove potevano stare 6-7 persone, si stipavano in 30-40 per dormire qualche ora e cercare di non morire congelati.«Certo, proprio la morte per congelamento è stata la falcidia quasi quanto le pallottole o le granate» ci diceva sempre e se «ti  prendeva il sonno  in marcia, dovevi resistere altrimenti se ti accasciavi per riposarti un attimo chiudevi gli occhi e non li aprivi più …!» Ci diceva queste cose con la voce di un narratore lucido, sincero, senza retorica o enfasi e si vedeva che nei suoi occhi correvano ancora nitide e terribili le immagini che ci raccontava e che stava rivedendo i volti dei tanti “suoi” alpini che non ha più rivisto. Ci raccontava spesso episodi legati anche alla fame. Gli “sconci” diceva (tra gli alpini della Tridentina i conduttori dei muli erano chiamati così, sconci, ma senza intenzioni di offendere o denigrare, ma per dire loro che erano più puliti i muli..) «non hanno mai sacrificato il loro mulo, anche se attanagliati da una fame terribile, perché c’era un legame inscindibile tra loro. Gli “sconci”, dicevano che dove va lui (il mulo) riesco ad andarci pure io. Ma durante la marcia, per stenti o perché uccisi da pallottole o granate, queste povere bestie  morivano e in un attimo venivano macellati spartendo fra tutti qualunque parte».Ora io ricordo che quando noi, a tavola, scartavamo qualcosa, “perché non ci piaceva” saltava sempre fuori la frase «dovreste provare una volta  la fame, non fareste tutte queste storie  e trovereste buoni e saporiti anche le orecchie e il naso di un mulo!!!» …e parlava per esperienza. Ci diceva che la  fiumana di persone che tentavano di raggiungere la salvezza dall’accerchiamento russo era immensa ed era formato principalmente da sbandati ungheresi, rumeni e tedeschi. Le uniche forze ancora combattenti, anche se stremate, equipaggiate con materiale totalmente inadatto alle temperature e alla potenza di fuoco dei russi, erano le Divisioni alpine  Alpine Tridentina e quel che restava della Julia e della Cuneense.  Nell’inverno del ‘43 i Russi, ben armati ed equipaggiati, abituati ai territori e alle temperature, avevano sbaragliato l’armata ungherese su un lato delle nostre Brigate, dall’altro lato i tedeschi erano arretrati, così gli italiani con i reparti di fanteria e il corpo d’armata alpino erano rimasti accerchiati in una sacca mortale e in questa sacca erano confluiti tutti gli sbandati in cerca di un varco nell’accerchiamento. La Julia, nel proteggere un fianco di questa massa di persone, aveva subìto pesantissime perdite così come anche la Cuneense e i fanti della Vicenza. 

 

Si commuoveva a raccontarci l’ultima carica della cavalleria

 

Ci raccontava anche di un episodio passato alla storia come l’ultima carica di cavalleria: «Era estate e noi del Tirano con altri reparti italiani eravamo trincerati come potevamo sulla riva del Don e, a un certo punto, sentimmo un rumore lontano, sordo e, visto che i russi tentavano in tutti i modi l’accerchiamento vi fu apprensione e allarme. In lontananza vedemmo la carica del nostro Savoia Cavalleria, uno squadrone, caricare alla sciabola contro tre battaglioni di russi, cinque volte più numerosi. Morirono cavalieri e cavalli. Durante quella carica vidi i miei alpini piangere…». A questo punto stringeva forte le mascelle e taceva preso dalla commozione, dalla riconoscenza, dall’ammirazione e… dalla rabbia. 

 

Gli alpini urinavano sulle mitragliatrici per scongelarle

 

Un racconto che mi faceva sorridere, dato che non ne capivo la tragicità dei fatti, riguardava gli armamenti in dotazione. «Noi a volte, per far scongelare le Breda (erano le nostre mitragliatrici inadeguate per  quelle temperature in quanto si congelavano) e per poter sparare, eravamo costretti a farci la pipì sopra!!» diceva per farci sorridere e aggiungeva «mano a mano che avanzavamo durante i combattimenti, catturavamo armi ai russi e ci dotammo dei Parabellum, fantastici mitragliatori in dotazione all’Armata Rossa, che potevano stare nel fango anche un giorno intero ma che , sparati due colpi per pulire la canna, erano perfetti!!» Mio padre venne promosso sul campo al grado di Tenente. Anche a questo proposito ci raccontava: «Dato che le truppe Alpine erano praticamente il cuneo combattente contro gli accerchiamenti, i russi presero a colpire con i tiratori gli Ufficiali così da far rimanere le truppe senza comando e senza guida. Quando capimmo tutti ci togliemmo le mostrine o qualunque cosa ci potesse far individuare dai loro cecchini». Quante volte abbiamo sentito il nome di Nicolajewka in casa, questo come comune denominatore nel mosaico di episodi che formavano i ricordi. «Eravamo affamati, assiderati, con quantità incredibili di feriti e congelati che mai avremmo lasciato, con armi quasi inesistenti contro le  Armate Russe dotate di artiglierie, carri armati e aviazione. Puntavamo a Nikolajewka in quanto, una volta raggiunta, avremmo bucato l’ultimo accerchiamento e saremmo riusciti ad arrivare verso la salvezza – ci raccontava – ma di fronte l’Armata Rossa aveva schierato una quantità enorme di uomini e mezzi rispetto alle nostre forze. Quel 26 gennaio 1943 i Russi si erano trincerati, protetti da un terrapieno della ferrovia che correva pressoché attorno all’abitato di questo paesino e che costituiva un’ottima protezione per loro. In un primo tempo si lanciarono all’assalto gli alpini superstiti del Verona, del Val Chiese, del Vestone, di un Battaglione misto della Tridentina. La ferrovia, dopo sanguinosi scontri, fu raggiunta, ma le perdite furono gravissime. Si continuò a combattere con accanimento: fu un susseguirsi di scontri e venne conquistata la stazione ferroviaria. La reazione russa fu rabbiosa e violentissima: fummo costretti a fermarci  e  a raggruppare i superstiti del mio battaglione, il Tirano con quelli dell’Edolo, del Morbegno  e altre forze di reparti della Julia e del  Battaglione L’Aquila. I russi ci colpivano anche con aerei che mitragliavano a bassa quota e la neve era rossa del sangue di centinaia di Alpini morti o feriti. Era quasi sera e sembrava che non ci fosse più speranza di rompere quel maledetto accerchiamento. C’erano centinaia di morti ovunque e, essendo verso sera, se fossimo rimasti in quelle posizioni il gelo ci avrebbe attanagliati. All’improvviso sentimmo urlare “Tridentina avanti !!” non con disperazione ma con impeto e  rabbia. Era lui, poco distante da noi, il nostro Generale, Reverberi ,su un semovente tedesco,che incitava gli Alpini a seguirlo. Nessuno sentì più stanchezza, dolori o paura e una valanga di Alpini travolse lo sbarramento russo. Per il sacrificio di quelle migliaia di Alpini potemmo tornare a casa».  Anche con una pallottola in un braccio e uno squarcio in una gamba dovuto a una scheggia di granata, aggiungo io. Mio padre citava spesso quanto scrisse lo stato maggiore russo nel bollettino di guerra n. 630 dell’8 febbraio 1943  a proposito degli italiani, per rendere idealmente l’onore delle armi a quei combattenti, a quelle migliaia di Alpini morti,  «solo il Corpo d’Armata Alpino deve ritenersi invitto in terra di Russia…». Sulla sua lapide abbiamo scritto “Eroico combattente, Uomo giusto, Padre esemplare”. Ciao papà.   

 

Le Schede

 

DIZIONARIO DEL GERGO ALPINO

Veci e Bociatra nonnismo e jeep a pelo

Mario Bosonetto

I mesi della naja punteggiati di parole fantasiose e ironiche

 

Adesso che la naja – intesa come servizio di leva obbligatorio – dal 2005 non esiste più, che l’arruolamento non avviene prevalentemente su base regionale come accadeva una volta e la globalizzazione si fa sentire anche nelle caserme e nelle furerie con il prevalere della lingua italiana e dei termini militari inglesi e americani, il  vecchio “gergo alpino” si sta rapidamente –ahimé – impoverendo e perdendo. Anche le basi semantiche su cui si fondava, in particolare le lingue-dialetti del Nord Italia, in tutte le loro, magari lontane, sfumature, hanno dovuto fare i conti con un “militare parlante” che in forte percentuale viene dalle regioni centro-meridionali e che se vuole “criptare” dialoghi in camerata ricorre più facilmente al campano di Nola, piuttosto che, come accadeva trent’anni fa all’Ossolano stretto. Il gergo alpino era una “koiné”, un “frullato integrato” di Piemontese, Valdostano, Lombardo, Veneto, Friulano, con qualche concessione al Ligure dell’entroterra. In caserma non lo si parla quasi più, fatta eccezione, forse, per la resistenza a chiamare “Stupida” il berretto senza penna che si usa in addestramento e che è comune agli altri Corpi, in particolare a quelli di Fanteria, unitariamente e ironicamente definita la “Buffa”. A beneficio degli alpini sfornati più di recente, per consentire loro un dialogo semplice ed icastico con le Penne Nere stagionate, può essere utile dunque, anche in vista dell’Adunata nazionale  di Asti, un ripasso del vocabolario essenziale del gergo alpino.

Vecio (o ansian o antic) Il vecchio, l’alpino in servizio di leva, giunto ormai vicino al termine della ferma che fu man mano ridotta dai due anni ai 18 mesi, e poi all’anno. Il vecio conta i giorni all’alba, cioè quanto manca al congedo. Adesso, in realtà, più che anelare al congedo si spera nel concorso che consenta di fare carriera. E così anche quelle belle, lunghissime penne che spuntavano sui capelli nell’ultimo giorno di servizio, che segnalavano poche ore “all’alba” e che venivano generalmente e magnanimamente  “ignorate” dai superiori, sono sparite. Per definizione, il vecio (o la vecchia) sa, la vecchia può, la vecchia è stanca (cioè riposa o, meglio, poltrisce). 

Bocia (o scheggia, o spina) È la recluta alpina, il giovane appena arrivato in caserma e almeno fino al giuramento. Bocia si resta ancora per qualche mese. Quando la chiamata alle armi era quadrimestrale, la scansione dell’anzianità alpina era più articolata: figli, padri, nonni. Tua nonna: non è il vecio generico, ma l’anziano della tua camerata. La camerata “dominata” da anziani particolarmente duri è un Bronx.

Le reclute costrette a fare “l’aquila” o il “juke box”

 

Drugiot Dal piemontese “drugia”, sterco di animale, in caserma il mulo. Il drugiot è colui che si occupa del mulo e quindi anche di pulirne lo strame, cioè il conducente. Il motto, veneto, dell’alpino che guida la jeep a pelo (il mulo, appunto) è all’insegna della prudenza: “Davanti ai muli, dedrio ai canoni, lontan dai paroni”, di facile comprensione, ove per paroni si legga gli ufficiali superiori. La cerimonia di iniziazione del conducente era definita “comunione”. Consisteva nell’ingollare una fetta rotonda e sottile di patata, intinta nell’orina del mulo. Il vecio “celebrante” recitava la formula: “T’ami la muntagna? Ciapa ‘sta particula e magna”.Qualche particolare in più sulla “Stupida”, o capel da stupid: il cappello con visiera e paraorecchie, che si usa durante i campi, di foggia norvegese; non contempla la penna ed è quindi considerato con disprezzo rispetto a quello della divisa tradizionale. 

Penna bianca Gli ufficiali superiori: maggiore, tenente colonnello (o con l’ombrello, se detto in confidenza) e colonnello comandante, fino a generale. L’alpino quando vede una penna bianca è sempre guardingo. Non mancano e non sono mancati i riti del nonnismo più o meno tollerati dalle gerarchie militari. Tra questi ricordiamo:

Fe”l cucù Suonare le ore per gli anziani. I bocia sono incaricati a turno di segnare ad ogni ora il passaggio del tempo, mimando un orologio a cucù.

juke-box Altro tributo al nonnismo: un bocia viene chiuso in un armadietto in camerata e gli anziani radunati di fronte “all’apparecchio” lo fanno cantare, a richiesta, le loro canzoni preferite. 

Ciula (o pincia) Teresa Fare piegamenti sulle braccia. Penitenza allegorica, assegnata per qualche “banfata”. Sugli scherzi goliardici del nonnismo si potrebbero scrivere enciclopedie.

‘L curt e l’lung Vale la pena ricordarlo perché viene eseguito con la picozza, ed è quindi tipicamente alpino: il bocia sta disteso supino e il vecio gli fa cadere sulle gambe il manico della picozza, annunciando una calata lunga (al fondo della branda) o corta (a metà). Il bocia deve con prontezza schivare il colpo. 

Fè l’aquila Uno scherzo più innocente fa mimare, a comando del vecio, lo svolazzare di un aquilotto. Anche se, purtroppo, c’è chi ha preteso che venisse eseguita sui davanzali delle finestre della camerata, anche a notevole altezza e dunque con notevoli rischi. E, a proposito del maestoso volatile di montagna, è in uso anche l’espressione je pasaje l’a quila, è passato qualcuno, probabilmente un anziano, che ha rubato al bocia un oggetto del suo corredo militare. Il “furto” si ripete per generazioni, per completare un corredo mancante al momento della consegna, prima del congedo. 

Nelle marce l’arrivo è sempre “a un quarto d’ora”

L’ balin Lo zaino. Frase idiomatica: “L’balin l’è pà paja”, è tutt’altro che leggero. 

’N quart d’ora La distanza che manca dalla cima o dalla meta in una marcia. È sempre un quarto d’ora, qualunque sia davvero il tragitto ancora da percorrere: la formula dovrebbe servire a rincuorare l’alpino. 

Hotel Bristol Eufemismo per indicare la camera di punzione. 

Cochis Il barbiere; il compito di “scalpare” le reclute lo ha fatto paragonare al mitico capo indiano.

Scherzi da campo Descritto in una canzone popolare anche un ardito “scherzo da campo”. Ambientato a Pampaluc, dove “l’uma fane su per giù d’andé ‘n galera”. Le latrine da campo venivano preparate semplicemente scavando profonde buche a terra, sulle quali venivano poste due assi, dove appoggiare i piedi e mettersi in posizione a uovo, circondati da un telo-tenda sistemato a scatola senza coperchio, per quel minimo di privacy. In vista dell’ispezione del generale Dalmazzo, alcuni buontemponi pensano si segare le assi su descritte, senza romperle del tutto, ma in modo tale che chi ci si appoggi senza saperlo precipiti nella buca, piena di scorie. Così la canzone: “Ehhhh per fé casché Dalmas l’han resiaje fin-a l’ass”. Ma ecco il colpo di scena. Nel servirsi della toilette il generale viene preceduto dal cappellano militare (il paroliere non dice chi fosse). Dunque: “Ehhhh per fé casché Dalmas l’han resiaje fin-a l’ass, cascaje ‘l preive, ohhh ohhhh ohhh”. Il cappellano chiede soccorsi e “canta”: “Mama mia vemme a pjè, mama mia vemme a pjé, sun sì ‘ntla meeerda, ohhh ohhh ohhh”. Eccetera. Infine la regola igienico sanitaria che da sola dovrebbe tenere l’alpino lontano dal tenente medico: Sempre ciuch e mai malave, sempre ubriaco, inteso come allegro e mai ammalato.   

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Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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