Piccoli libri possono nascondere grandi storie. Scandagliare il passato porta alla luce ricordi e fatti che parevano dimenticati e covavano invece sotto la cenere della memoria.
Dragone e la storia di Bionzo è stato scritto a quattro mani da Guido Boeri e Dante Chiola e intreccia la storia della borgata di Costigliole con l’azienda di macchine agricole “Dragone” che Boeri, alla soglia degli 86 anni, racconta con la vividezza e l’entusiasmo di un giovanotto.
Curiosa la nascita del nome dell’azienda, fondata nel 1971 e dedicata al bisnonno Domenico Boeri (1836-1897) che era un Dragone del Re, corpo scelto dell’esercito sabaudo. Da allora i Boeri di Bionzo furono detti i “figli del Dragone” e da lì ecco arrivare il nome dell’officina divenuta oggi una moderna azienda metalmeccanica, con stabilimento lungo la strada che collega il Boglietto con Castagnole Lanze.
Il grande Crocifisso ligneo oggetto della rivendicazione della biografia di don Alessandro Quaglia, architetto e progettista di chiese, di cui Caterina Calabrese aveva raccolto per Astigiani la testimonianza. Don Quaglia, scomparso il 25 luglio 2018, a 94 anni, ricordava che il grande Crocifisso era nella cappella del castello di Burio, trasformato durante la guerra in centro per il noviziato dei Padri Orionini.
Guido Boeri, che è stato sindaco di Costigliole dal 1995 al 1999, ha voluto al fianco a scrivere questa inedita storia di Bionzo il “suo” assessore alla Cultura, Dante Chiola che ha compiuto una ricerca a tutto campo sulle vicende e i personaggi che hanno punteggiato i decenni della borgata. Sono stati ritrovati documenti e raccolte foto che testimoniano la vita di questa comunità. Uno dei capitoli è dedicato alle vicende religiose di Bionzo e contiene uno spunto che racconta una storia molto particolare.
Ne è protagonista un grande Crocifisso in legno, d’epoca cinquecentesca, che da Bionzo è finito ad adornare la chiesa della Torretta ad Asti, Nostra Signora di Lourdes. Una vicenda che Astigiani ha già in parte narrato sul numero 25 del settembre 2018, quando ha pubblicato ampi brani Venne “recuperato” in extremis dallo stesso don Quaglia e da don Gino Bosticco, primo parroco alla Torretta, alla fine del 1964 nei giorni in cui il castello stava per essere venduto a privati che lo avrebbero trasformato poi in un centro culturale e artistico.
I due sacerdoti andarono a prelevare il Crocifisso, ma non si trovò un mezzo di trasporto idoneo e la scultura, del peso di oltre due quintali, venne parcheggiata in un vicino cascinale e da qui portata alla Torretta in tempo per l’inaugurazione della chiesa l’8 dicembre 1964, alla presenza del vescovo mons. Cannonero che vi celebrò la prima messa con l’altare rivolto ai fedeli secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II. Si deve quindi a don Quaglia il merito o la colpa, a seconda dei punti di vista, di quel trasloco rocambolesco che ha portato ad Asti lo storico Crocifisso.
Ecco come Boeri e Chiola arrivano a parlare del Crocifisso nel capitolo dedicato alla chiesa, raccontando nel loro libro le vicende di Bionzo. Molti di questi avvenimenti sono tramandati oralmente dai protagonisti e ben impressi nella memoria dei borghigiani ancora viventi. Nel 1901 viene benedetta la cappella di Santa Libera, voluta dalla famiglia Stella per le grazie ricevute.
La ciabatta scagliata contro la grandine da don Carlo Beccaris Le proteste del ’68 contadino partirono dalla Madonnina di Costigliole

Con la Parrocchia di Costigliole non ci sono più tensioni. L’accordo è raggiunto con la cessazione dei benefizi Viale/Boeri e la vendita dei terreni. I cappellani vengono nominati dal parroco. Nel 1932 si costruisce la nuova abitazione per il cappellano. L’impresario è Edoardo Genta e il costo finale è di 17.000 lire. I borghigiani iniziano ad autotassarsi per il passaggio da cappellania a parrocchia autonoma.
Entro il 1935 i borghigiani raggiungono la somma richiesta dalla Curia di 100.000 lire (sarà decisivo il contributo elargito da don Sebastiano Visconti, cappellano di Loreto e di Bionzo). Nello stesso anno, con Regio decreto Bionzo viene eletta a Parrocchia con il titolo di Arcipretura. Primo parroco sarà proprio don Visconti, nominato nel 1936 con ingresso ufficiale il 10 gennaio 1937.
Con don Visconti viene ripresa la tradizione di ricordare nelle preghiere con almeno una messa all’anno don Carlo Beccaris, cappellano a Bionzo nel 1826. È venerato dai borghigiani per le sue virtù e ne serbano grata memoriaper le sue intercessioni con le preghiere al fine di allontanare la grandine. Quando era già vecchio e cieco si faceva accompagnare sul sagrato della chiesa all’approssimarsi di un temporale e con le preghiere e il lancio di una sua ciabatta verso le nuvole temporalesche, la grandine non scendeva. Nel 1968, unico anno in cui quella messa non fu celebrata, scese su tutto il territorio provinciale una rovinosa grandinata, che diede poi vita alle proteste del Sessantotto contadino.
Si organizzarono proprio alla Madonnina di Costigliole le prime assemblee dei contadini che decisero di scendere in corteo ad Asti con i trattori in più occasioni con l’appoggio di tutte le forze politiche e sindacali fino a quando non ottennero un decreto legislativo che istituì il Fondo nazionale di solidarietà. All’inizio del Novecento erano due le principali preghiere utilizzate in occasione di temporali, tramandate da don Beccaris. La prima: “Pietosissimo Iddio che quando giustamente vi adirate per le nostre colpe, altrettanto degnamente ci riguardate appena ne facciamo penitenza, piegatevi adesso alle preghiere del vostro popolo che sinceramente compianto dei proprii falli ve ne domanda perdono.

Ed in vista della sua umiliazione e del suo ravvedimento degnatevi di preservarlo da tutti quei mali che gli minacciano le tempestose nuvole addensate sopra il suo capo, ridonando all’aria che lo circonda la sua primitiva serenità. Fate che convertasi in santa allegria la sua presente afflizione. Pater. Ave. Gloria.
A fulgore tempestate libera nos Domine”. La seconda: “O Signore, in nome di Cristo nostro Salvatore, fate che questa tempesta sia distolta da ogni bene e sia mandata sulle ghiaiaie e sui beni incolti. Vogliate esaudire le nostre preghiere, non fatelo per noi ma usate misericordia per l’innocenza. Pater. Ave. Gloria. A fulgore tempestate libera nos Domine”.
Subito dopo si recitavano litanie alla Madonna, pater ai Santi protettori, specialmente a San Barnaba, a Santa Irene protettori contro i fulmini, a Santa Genoeffa e a San Grato, intercessori della serenità, e all’Angelo Custode. Queste preghiere si dovevano recitare con profonda devozione e con animo sincero e credente.
Nel 1952 viene nominato parroco don Alessandro Paltro di Calosso. Con le sue doti musicali rinnova la cantoria, inserendovi molti giovani e dotandola di un nuovo organo. Negli anni 1953-55 si restaura radicalmente la Chiesa nel suo interno, così come la possiamo ammirare oggi. L’altare maggiore viene rivestito in marmo. Sotto il pavimento viene deposto, in una cassetta, l’ossuario di don Beccaris. Gli affreschi del presbiterio e del coro sono opera pregevole del pittore Francesco Mazzucchi sotto la direzione e sovrintendenza del cav. Frescaroli (bello l’affresco nell’abside raffigurante l’Ultima Cena). Le decorazioni si devono al pittore Giovanni Gatti.
Nel 1959 viene collocato l’orologio sulla torre del campanile. Da ogni angolo della borgata si può leggere l’ora, scandita dal suono delle campane.

Il parroco lo cedette a Burio nel 1942. Il piglio severo del Cristo metteva soggezione ai bimbi
Ed è a questo punto che l’attenzione degli autori si sposta sul Crocifisso. Va perduto purtroppo, nel 1964, in favore della chiesa N.S. di Lourdes di Asti, il grandioso Crocifisso, con scultura policroma in legno di fico, di epoca tra il Cinquecento e il Seicento, rappresentante un Cristo di 2 metri di altezza, posto su una croce in legno scuro. Don Visconti l’aveva donato nel ’42 alla cappella del castello di Burio perché a suo dire “… scomparendo dalla vista dei borghigiani, eliminava la pessima abitudine delle mamme del posto di portare i propri bambini capricciosi al cospetto del Crocifisso, perché il viso severo del Cristo li mettesse in soggezione”(Gazzetta d’Asti”, n. 40, 2008).
Quando il castello di Burio sta per essere venduto, dai Padri Orionisti a privati, il parroco don Visconti, il 6 settembre 1961, chiede alla Curia di scrivere al Superiore della Congregazione: “… siccome negli anni dell’ultima guerra la Parrocchia di Bionzo ha ceduto ai Rev.mi Padri un grande crocifisso ligneo, sarebbe desiderio del Rev. Parroco e dei borghigiani che tale Crocifisso ritornasse alla Chiesa di Bionzo, in caso di vendita del vostro stabile”.
Il ruolo di don Quaglia prete e architetto nel trasloco della scultura

Il 23 settembre 1961 risponde il Superiore: “… comunichiamo che il castello di Burio sta per essere venduto ed a giorni si dovrebbe fare l’atto notarile. Preghiamo quindi voler ritirare dal castello stesso il grande Crocifisso”. (Archivio Diocesano di Asti, fondo Amministrazione).
Proseguono a raccontare Chiola e Boeri: Questa lettera però si è fermata in Curia. Non sono stati informati né don Visconti né il nuovo parroco di Bionzo. Presunto responsabile di tale azione risulterebbe don Alessandro Quaglia, architetto e progettista di molte chiese, tra cui quelle del Boglietto e della Torretta di Asti. Ha voluto dotare quest’ultima di un crocifisso “importante”. Peccato che è di proprietà della parrocchia di Bionzo, che lo ha correttamente e tempestivamente rivendicato. Riusciranno ancora i borghigiani a far valere i propri diritti? Se sapranno ritrovare lo spirito caparbio, unitario e battagliero dei loro nonni e padri, certamente sì.
Ci troviamo di fronte a diritti legittimi. È auspicabile che l’attuale Direttivo della chiesa presenti l’istanza di restituzione del grande e prezioso Crocifisso nelle sedi opportune. Questo auspicano gli autori della storia della borgata di Bionzo. Leggendola, spunta anche una curiosa diversità di date. Il trasloco del Crocifisso avvenne nel 1961 o nel 1964? La questione è aperta.












































