L’erba alta causata dalla spending rewiew tende a mascherarne un tantino il profilo, ma la sostanza rimane, con quella moto rampante che sembra voler salire verso il cielo piuttosto che inseguire un terreno traguardo. Avere un monumento dedicato quando si è ancora in vita è cosa rara. È l’omaggio che la città di Asti ha voluto rendere a Giovanni Perosino, al centro della rotonda che apre (o chiude, a seconda da dove si proviene) il corso Casale. Un vero “uomo solo al comando” verrebbe da dire, anche se la maglia non è biancoceleste e il suo nome non è Fausto Coppi. Però, coincidenze della vita e della storia, Giovanni Perosino diventa campione d’Italia della classe 250 cc nel 1949, stesso anno in cui Coppi vince Giro e Tour, primo al mondo a compiere questa straordinaria impresa. Le somiglianze tra i due finiscono qui, ma non sono casuali perché il marchio del vincente è cosa rara e non ha valenze, ovviamente solo sportive.
E Perosino potrebbe essere un buon esempio dell’assunto per aver vinto da corridore motociclista e per essere stato per oltre mezzo secolo un personaggio di spicco della vita socio-economica della città, ma soprattutto un vincente nell’attività professionale, ricca di non comuni doti imprenditoriali e di una rara capacità di leggere le trasformazioni della società e dei gusti dei consumatori, di moto prima e di auto poi. Per mezzo secolo giusto, infatti, Giovanni Perosino è stato il concessionario Ford per Asti e provincia (e non solo), esempio vivente di quel singolare fenomeno di osmosi per cui l’uomo diventa sinonimo del marchio (per riferirsi alla Ford nell’Astigiano bastava dire Perosino). A 91 anni suonati, obbligato dai non pochi acciacchi della vecchiaia a veder scorrere la vita della città dalle finestre dello storico appartamento di corso Dante, si è “confessato” ad Astigiani.

Una lunga vita, sempre in mezzo ai motori.
«Direi di sì, a cominciare da quelli di aeroplano, quegli allora strani oggetti volanti che papà Giuseppe aveva lungamente “curato” durante il servizio militare come aviere nei primi Anni ’20. È di lì che è partito tutto perché quando è tornato alla vita civile e ha sposato mamma Tilde, ha deciso che la sua strada era quella di “curatore” di motori, in particolare quelli delle “due ruote”, di cui era diventato un esperto conoscitore. E così aprì un’officina in via XX Settembre ed è lì che, in pratica, sono nato io. Come avrei potuto scegliere altre strade? I miei mi hanno fatto studiare – cosa non proprio consueta a quei tempi – ma la scuola o la banca dove avrei potuto andare a lavorare non erano il mio sogno, anche perché papà mi aveva trasmesso la passione delle competizioni. Era coraggioso mio padre e non aveva mancato di correre un po’ dappertutto con le sue moto. Era stato uno dei protagonisti del mitico Circuito del Monferrato degli Anni ’30. Così anch’io sono arrivato alla meccanica e alle corse, ma ufficialmente sono entrato in ditta come impiegato amministrativo. Era il 1944. C’era la guerra, ma noi volevamo guardare avanti, credevamo nel futuro».


Tempi duri, c’era la Repubblica Sociale.
«Sì, tra tedeschi, brigate nere e partigiani non furono proprio tempi facili. La nostra officina fu sequestrata dai tedeschi per la riparazione e la manutenzione dei loro veicoli, i partigiani arrivavano di notte e volevano che invece manomettessimo gli automezzi dei nazifascisti. Giorni drammatici in cui rischiai anche la pelle. Per evitare la requisizione di mezzi e attrezzi, mio padre aveva nascosto in campagna otto motociclette, gomme, olio per motori e varia attrezzatura, ma una spiata di “ignoti” fece in modo che i fascisti ne venissero a conoscenza e li confiscassero. Mi opposi violentemente a questa decisione e il risultato fu che mi puntarono un mitra addosso e venni malmenato. Meno male che uno di loro era un amico di famiglia e mi rimandò sano e salvo a casa. Alla fine dovemmo chiedere ai tedeschi di intervenire e il materiale ci fu restituito, ma mio padre, per evitare altri rischi, vendette tutto e con il ricavato comprò una vigna».
Finita la guerra, le prime corse, la Guzzi, tante vittorie e finalmente il titolo italiano di categoria. Era il momento per diventare un professionista.
«Ero leggero, andavo forte e ottenevo anche buoni risultati. Il brivido provato su quei circuiti è indescrivibile: adrenalina a go-go ed esperienza da farsi gara dopo gara. Gareggiavamo con caschi che appaiono ridicoli rispetto a quelli odierni. Le moto erano “magre” e non si piegavano. Ogni curva era un rebus da risolvere per andare più forte degli altri e soprattutto per non cadere. Oggi in televisione vedo spettacolari capitomboli da cui i piloti escono quasi sempre più o meno incolumi. Ai miei tempi, se cadevi, il più delle volte c’era il rischio di non alzarsi più. Ma correre era una specie di inguaribile malattia e nel 1949 l’offerta del commendator Guzzi di entrare a far parte ufficialmente della sua scuderia fu davvero allettante. Ci pensai molto, non sapevo cosa rispondere. Ci sono volute la precisa consapevolezza, nell’ipotesi di proseguire l’attività agonistica, di dover abbandonare l’azienda e tutta la determinazione di mia moglie e l’imminente nascita di mia figlia Maurizia per farmi smettere. Mia moglie Carla mi disse che sarebbe stata d’accordo che continuassi a correre, solo a patto di… andar piano! Era meglio finirla lì. A dire il vero, a parte una sporadica presenza nel 1954 al circuito di San Secondo, una corsa la feci: era il 1950 e fu per portare, con un sidecar da casa sua alla mia, il ginecologo che doveva assistere alla nascita di mia figlia».

Negli anni in cui correvi, c’era anche un altro centauro astigiano molto forte: Chicchi Guglielminetti, scomparso qualche mese fa.
«Chicchi era uno spettacolo e per qualche anno abbiamo costituito un duo astigiano assai temuto su tutti i circuiti italiani. Fortissimo con la sua “500”, aveva una naturale predisposizione a correre in moto: capace, veloce e spregiudicato. Nelle sue prime apparizioni sovente sbagliava per eccesso di impeto, ma con il tempo aveva acquisito compostezza e capacità di riflettere. Anche la sua è stata, tutto sommato, una parabola agonistica abbastanza breve e probabilmente non ha raccolto per quanto avrebbe meritato, ma si è poi rifatto, diventando un piccolo genio dell’aerodinamica alla Ferrari».
Si chiude dunque la parentesi delle corse, ma le moto restano la tua passione e non solo
«Negli anni delle corse il legame con la Moto Guzzi di Mandello del Lario era diventato molto stretto e così sembrò naturale far diventare quel gioiello di precisione e di “saperi” che era la Rettifica Motor messa in piedi da mio padre, anche la concessionaria di uno dei marchi che hanno fatto la storia del motociclismo non solo in Italia. In quegli anni il Paese si stava riprendendo dai guai provocati dalla guerra e nelle famiglie cominciava a esserci qualche maggiore disponibilità economica. Magari non per comperare un’auto, ma una motocicletta sì. Ci eravamo trasferiti in corso Dante, in una sede spaziosa e luminosa, e anche questo ci fece gioco. Iniziammo a vendere i modelli più popolari del tempo: Falcone, Allodola, Airone, Gambalunga, perfino l’Alce e il Super Alce, i motocarri a tre ruote. Insomma, le cose andarono piuttosto bene».

Poi arrivò il “boom” delle auto e passò dalle due alle quattro ruote.
«Devo dire che fummo pronti a cogliere una bella occasione che ci era capitata proprio agli inizi degli Anni ’60. La Ford, una delle più note marche automobilistiche al mondo, stava tentando di penetrare nel mercato italiano dominato dai marchi nazionali (Fiat, Lancia, Alfa, Autobianchi) e cercava concessionari giovani e dinamici. Il presidente della Ford europea, Paradise, venne a trovarmi e mi propose di diventare il loro rappresentante nell’Astigiano. Accettai quasi subito e in breve tempo ebbi il mandato anche per il Casalese, l’Albese e l’Acquese. C’era tanto lavoro da fare, ma anche molto entusiasmo e, senza voler sembrare immodesto, il successo fu davvero grande anche perché la Ford portava in quel momento nel nostro paese un vento di novità in campo automobilistico».
Qualche esempio?
«Voglio dire che i suoi modelli – chi non ricorda l’Anglia, con quella sua carrozzeria fuori ordinanza, ma anche con prezzi e costi di assoluta convenienza? – univano una affidabilità altissima, fattore che diventò in seguito uno dei valori massimi del marchio, a una sorta di rottura delle abitudini automobilistiche un po’ sclerotizzate dal “passo Fiat” degli italiani. Era insomma una interessante novità che gli astigiani accolsero con grande favore. E non ci fu solo l’Anglia, ma anche Consul, Taunus, Capri, Corsair, Mustang, Cortina divennero dei veri e propri oggetti del desiderio per non parlare della Escort che fu uno dei più indovinati cavalli di battaglia della Ford e anche miei. In questo senso gli Anni ’60 furono indimenticabili e molto positivi sotto l’aspetto commerciale, tant’è che già nel 1968 Henry Ford II in persona mi consegnò la “Gold Medal Dealer” per i risultati raggiunti nella zona di mia competenza».


Ha citato la Escort. Questo richiama alla mente che la Perosino Ford è stata una delle aziende astigiane antesignana dell’uso massiccio della pubblicità e di tecniche di comunicazione che sarebbero diventate assai diffuse negli anni successivi. I primi passi del marketing.
«Beh, se la gente non sapeva che io vendevo le Ford con tutti gli annessi e connessi, come avrei fatto a mandare avanti l’azienda? Dunque fu chiaro che si doveva investire in comunicazione per far crescere la commercializzazione e così avvenne. Andavo su tutti i giornali e con notevole frequenza, il che portava a due risultati estremamente importanti: il costante ricordo ai lettori delle mie proposte e delle opportunità che la Perosino offriva e una sincera collaborazione con gli operatori dell’informazione, nel momento in cui si organizzavano iniziative promozionali e attività collaterali tra cui, per esempio, il Rallycross che vedeva per l’appunto protagoniste le Escort».
Il Rallycross. Quarant’anni fa o poco più, fu una sorta di rivoluzione nell’uso sportivo dell’auto.
«L’intento primario era ovviamente quello di far conoscere le Ford anche sotto il profilo sportivo, dando l’opportunità a chiunque di provarle su un campo di gara. Era il 1970 e c’erano in giro moltissimi giovani, ma non solo, desiderosi di provare il brivido della velocità e di misurarsi con le proprie capacità di guida. Il Rallycross permise a tanti astigiani di diventare piloti per un giorno e fu un successone, tant’è che qualcuno di quei ragazzi diventò successivamente un bravo pilota di corse su sterrati e di rally».

Non ci fu solo l’automobilismo tra le iniziative sportive della Perosino
«Si diceva prima del marketing. È ovvio che non potevano esserci confini alla comunicazione. E così la Perosino divenne sponsor per squadre e squadrette di varie discipline e, addirittura, nel 1972, mise in piedi una squadra “Pulcini” di calcio che partecipò a un campionato internazionale tra le concessionarie Ford. Vincere sempre non è possibile, ma non mi è mai piaciuto perdere e così vincemmo quel campionato. Ci fu anche una premiazione in grande stile al ristorante “La Grotta” a cui partecipò, come testimonial della manifestazione, il grande giocatore inglese Bobby Charlton, considerato uno dei dieci migliori calciatori del mondo “all time”. Fu un momento indimenticabile».
La vetrina di corso Dante abbinò per anni auto Ford e Moto Guzzi.
«Sono entrambi marchi importanti e prestigiosi che non tradivano. Ricordo ancora il successo della Fiesta e il mitico V7 bicilindrico che era diventata la moto anche dei poliziotti americani. Li vendevo con piacere e non solo per il guadagno».
Una vita non priva di soddisfazioni.
«Il mio lavoro è stato riconosciuto anche al di fuori della mia azienda. Ho avuto premi dalla Camera di Commercio, l’Ape d’Oro, sono Cavaliere della Repubblica e Cavaliere del Lavoro. Nel 1984 il presidente della Ford Italiana, Alain Delean, mi ha premiato come primo classificato nel “Press contest” Ford di quell’anno. Ho una moglie che mi vuole bene, una figlia devota che ha seguito felicemente le mie orme, un genero che stimo e un nipote che mi ha dato grandi soddisfazioni. Mi hanno già fatto perfino il monumento…».


La Ford Perosino ora non c’è più, ma la famiglia non ha lasciato il mondo delle auto.
«Tutto cambia e, come ho sempre fatto nella mia vita, bisogna sapersi adattare ai tempi. In azienda ho ancora il mio ufficio anche se, per motivi di salute, ci vado raramente. Ho vissuto a lungo e pienamente ed è giusto che il testimone passi ai miei “eredi”. Visti i miei 91 anni, c’è sempre di più qualcuno che mi chiede se ho paura di morire. Rispondo, rifacendomi a Indro Montanelli, “Se la morte tocca ad ognuno, come si può averne paura?”».
Le Schede












