Si sa, il cibo ha sempre viaggiato, insieme agli uomini, alle merci, al denaro, alle tecniche, alle idee. Ma qui vogliamo parlare di percorsi più brevi, quelli che sono avvenuti – e avvengono – “in prossimità” quando, per varie ragioni, l’uomo contemporaneo deve alimentarsi fuori dall’ambiente domestico. O lo vuole fare per diletto, senza doversi impegnare ai fornelli di casa. Si va al ristorante, alla tavola calda, in pizzeria? Problemi economici, assenza di strutture, motivazioni sanitarie (le abbiamo sperimentate, purtroppo!) o, semplicemente, attaccamento alle tradizioni possono spingere ad altre scelte.
La tradizione, ad esempio, impone che il Lunedì dell’Angelo si organizzi il “merendino” di Pasquetta. Se in molte altre regioni si è da tempo diffusa l’usanza del picnic (aziende, proloco, club, associazioni per il tempo libero fanno a gara nel proporre scampagnate con déjeuner sur l’herbe), da noi il rito del “merendino” ha una storia secolare e viaggia su sapori consolidati: le uova sode, le frittate, i prodotti vegetali di stagione (sarset, pisacan, rapanelli, cicorietta per gustose insalate), salame e formaggio, torta verde di riso, un cartoccio di cioccolato dell’uovo aperto il giorno prima. Poi sono venute le grigliate, con barbecue nel cortile di casa o nelle aree predisposte nei parchi o, ancora, improvvisate sulla spiaggia.
La fantasia culinaria si è scatenata e si sono raffinate le attrezzature da picnic, a sostituire i vecchi cavagnin. Contenitori, questi, che le contadine portavano nei campi e nelle vigne agli uomini impegnati nel lavoro: in estate la giornata lavorativa si prolungava fin dopo il tramonto e la cena era ancora lontana, per cui arrivavano le donne a rinfrancare corpo e spirito con la marenda, spesso avvolta nel semplice fassolet a quadri blu, mentre i bottiglioni di vino leggero stavano a rinfrescarsi nel pozzo o nel trö, il trogolo dove si preparava il verderame.

La consuetudine di portare il pranzo nella vigna durante la vendemmia non è affatto tramontata (vedi box) e sono in molti a ricordare il sapore intenso delle sardine sott’olio o quello agrodolce del Bôn aptit, dalla cui lattina si pescavano cipolline croccanti, una scaglia di tonno, un pezzo di bulé: madeleines di un picnic ai bordi della capezzagna per ragazzi degli Anni Cinquanta.
Il contenitore in cui far viaggiare il cibo da casa al luogo di lavoro è stato così diffuso nelle città industriali del Nord, da essere utilizzato come nomignolo per indicare gli stessi lavoratori: se in Lombardia erano gli schiscetta, a Torino erano i barachin, questo il nome, in particolare, dato agli operai della Fiat. Schiscetta e barachin – che i più colti chiamavano pietanziere o scaldavivande – sono stati un’icona del boom economico prima che si conquistassero le mense aziendali (Anni Settanta) … e pure nei primi anni delle mense, quando la pessima qualità della “sbobba Fiat” era argomento ricorrente sulle pagine delle testate sindacali.
Il fatto è che nel barachin – con uno spezzatino, un avanzo di pastasciutta al sugo, un po’di minestrone – l’operaio poteva ritrovare un richiamo di affettività casalinga e di calore famigliare accanto al freddo asettico della catena di montaggio. Fu poi la volta di impiegati e studenti, di bancari, infermieri e insegnanti: non c’è nessuno che una volta nella vita non abbia mangiato cibo fatto in casa sul posto di lavoro. Sono cambiati i contenitori: dal portavivande in metallo (alluminio, poi acciaio) ideato nei primi Anni Cinquanta, alle recenti lunchbox in polietilene a più scomparti.
Perché la schiscetta oggi è trendy, tanto che sono mediamente sette su dieci gli italiani che si portano il cibo da casa. Un vero business, che ha fatto nascere aziende e startup che consegnano pasti pronti in azienda, in ufficio e, naturalmente, a casa. Pizza, sushi, kebab, hamburger e tanto altro (anche pasti vegani o di cucina regionale) direttamente a domicilio in pochi minuti, prenotando tramite un’app dello smartphone.

Il food delivery, utilizzato per la pausa pranzo in virtù della sua comodità ed economicità (e quindi da molti preferito alla tavola fredda/calda del bar e alla trattoria), è diventato una specie di “parola d’ordine” nei lunghi giorni del lockdown per l’emergenza Covid. Si sono mobilitati anche i ristoranti stellati che hanno così trovato il modo di lavorare nel periodo di chiusura, proponendo i piatti tipici della loro cucina e provvedendo alla consegna a domicilio.
La qualità del cibo – sperimentata! – resta di buon livello (così come la cura dell’imballaggio: contenitori in fibra naturale, istruzioni per il riscaldamento e la presentazione del piatto), ma, come si sa, godere del calore, dell’accoglienza, della convivialità e del servizio nella sala di un ristorante è un’altra cosa.












































