sabato 3 Dicembre, 2022
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Annibale Vigna. Le larghe intese ad Asti hanno cent’anni

 

La storia del primo sindaco socialista della città eletto nel 1913 e l’accordo anti dazio che vide insieme ceti liberali e operai socialisti

Cent’anni fa, il 30 novembre 1913, l’amministrazione comunale di Asti vive un ribaltone politico. I liberali perdono le elezioni amministrative e la città ha, per la prima volta, un sindaco socialista, l’avvocato Annibale Vigna. Di lui ci restano un busto ai giardini pubblici e una via che gli è stata intitolata nel Dopoguerra, davanti alla scuola per l’infanzia Lina Borgo, vicino alla Vetreria, ora Enofila. Il suo primo ritratto è stato redatto dall’anonimo estensore della Prefettura di Alessandria per lo schedario del ministero dell’Interno, direzione generale della Pubblica Sicurezza, il 6 luglio 1900, che così lo descrive come esponente socialista:

«Vigna Annibale fu Bernardo e di Reina Adelaide, nato a Casteggio (Voghera) addì ventun marzo 1862, […] 

Statura m. 1,67, corporatura snella, capelli castano biondi, baffi biondi, occhi chiari, sembra miope. Gode di buona fama in paese, ma è ritenuto ambizioso. Piuttosto subdolo, scaltro né franco di carattere, ha discreta educazione, ingegno versatile, molta intelligenza ed estesa cultura…».

Ma come accade che questo socialista, originario di una delle province lombarde dette del Vecchio Piemonte, diventi il regista di un cambiamento epocale nella politica astigiana? Tutto inizia, come spesso ancor oggi accade, per una questione di tasse. Ai primi del 1913 il sindaco Giovanni Bocca è nei guai. Il bilancio comunale fa acqua da tutte le parti. Il governo stringe i cordoni della borsa per finanziare la guerra di Libia avviata nel 1911 e l’amministrazione cittadina ci mette del suo nello scavare voragini nelle casse comunali, investendo oltre misura nella ferrovia Asti-Chivasso e litigando con la Società Astese di Elettricità sui contratti stipulati per portare in città l’energia elettrica. Per sanare il bilancio, la giunta Bocca ai primi di gennaio innalza i dazi che gravavano sulle merci in entrata ad Asti. Era l’Iva dell’epoca per intenderci. In particolare si quadruplica l’imposta sul vino. apriti cielo! Vigna tuona contro gli iniqui balzelli dalle colonne del battagliero settimanale socialista locale Il Galletto, di cui è stato uno dei fondatori nel 1895. I negozianti cittadini sono inferociti. La giunta sottovaluta la protesta. Viene convocata al Politeama Armandi una pubblica assemblea. La sera del 6 febbraio la platea è gremita. Il segretario provinciale della Camera del Lavoro di Alessandria (allora Asti faceva parte della provincia alessandrina) porta la solidarietà degli operai. Annibale Vigna, che dal 1899 è in Consiglio Comunale come esponente della minoranza socialista, dimostra con un dettagliato intervento, conti alla mano, gli sprechi della giunta: «Il sindaco Bocca non deve far pagare ai cittadini i suoi errori!», arringa la platea, ottenendo applausi a scena aperta.  In una eccitata atmosfera di protesta contro le tasse nasce il Comitato esercenti, commercianti e professionisti. La neonata associazione cerca un dialogo con l’amministrazione comunale, che resta però ferma sulle sue posizioni e fa scattare gli aumenti delle imposte. I commercianti che non vogliono applicarli si ritrovano con le guardie civiche che “invadono” i loro negozi. Tra i bottegai circola una parola d’ordine insolita: «Serrata!».

 

La serrata dei negozianti e gli scioperi operai fanno cadere la giunta Bocca

 

Annibale Vigna

Il 5 marzo, mercoledì, giorno di mercato, con la città piena di gente arrivata da tutto il circondario, i negozi e gli esercizi pubblici abbassano compatti le serrande. Non era mai capitato. La sera stessa, nel salone della birreria Metzger in via Carducci, un’infuocata assemblea decide di proseguire il blocco anche nei due giorni successivi. La protesta ha successo. In un altro comizio sempre affollatissimo martedì 19 marzo al Politeama viene costituita la Federazione commerciale e industriale astigiana, che pochi giorni dopo invia un esposto al Prefetto di Alessandria, lamentando i soprusi del Comune nei confronti del libero commercio. Vigna intuisce che in questa protesta può aprirsi uno spazio politico e si adopera per avvicinare la sinistra astigiana ai commercianti. Proletariato e piccola borghesia sono due mondi molto distanti, ma accomunati nell’odio contro il dazio. L’avvocato conosce quegli ambienti. È un convinto riformista, pensa che la rivoluzione socialista sia possibile in un futuro molto lontano e che occorra fare subito riforme per migliorare le condizioni di vita delle masse. Non condivide le idee dei massimalisti come Enrico Ferri e Benito Mussolini (che era a quel tempo direttore de L’Avanti!). Ed è proprio l’ala massimalista del Psi astigiano, capitanata da Canuto Borelli e da Mario Piazza che lo accusa di aver approvato la guerra di Libia in un comizio a Viarigi, andando contro la linea ufficiale del partito che era anticolonialista. Vigna si difende con foga, sostenendo che le sue parole sono state travisate, ma non basta. Il 16 luglio la direzione nazionale lo espelle dal partito in cui milita da una ventina di anni e per il quale è già stato deputato dal 1900 al 1904 per il collegio di Vignale, che comprendeva anche Moncalvo e arrivava fino a Portacomaro.  A livello locale la “scomunica” non ha grandi effetti: la stragrande maggioranza del partito astigiano si schiera con lui e dà vita a una federazione autonoma socialista che durerà fino all’avvento del fascismo. Anche Il Galletto si schiera con Vigna su una posizione che oggi definiremmo socialdemocratica. Intanto la polemica contro il sindaco Bocca non si placa. Il 24 luglio 1913 inizia lo scontro finale. È proclamata nuovamente una serrata di tutte le attività commerciali cittadine e il giorno seguente si aggiunge lo sciopero generale. Dai rioni di San Rocco e da San Pietro i lavoratori delle fabbriche e delle filande giungono a dar man forte ai negozianti del centro. In prima file le donne. Tutti uniti contro le nuove gabelle. Asti è paralizzata. Si vive nel timore di scontri. La tensione sale alle stelle. I contingenti di forze dell’ordine arrivati da Torino agli ordini del delegato Tabusso fronteggiano a muso duro rudi manovali ed educati albergatori, scatenate operaie tessili e timide commesse. Ci sono tafferugli, scontri e qualche arresto. Lo stesso Vigna è minacciato dai poliziotti. Un sasso infrange la vetrina del negozio di stoffe del signor Benvenuto Orio che non aderisce alla serrata. Notizie dei disordini sono riportate anche dalla Gazzetta del Popolo e da altri giornali nazionali. Di fronte a questa sollevazione di massa la giunta comunale cede di schianto: il 30 luglio il sindaco Bocca e la sua maggioranza rassegnano le dimissioni e l’amministrazione cittadina passa nelle mani di un Commissario prefettizio.

Benito Mussolini, direttore del quotidiano socialista Avanti! dal 1912 al 1914 osteggiò le aperture “centriste” di Vigna.

A questo punto Vigna si trova di fronte al passaggio più difficile di tutta la sua carriera politica. Nell’autunno del ’13 infatti ci sono due appuntamenti cruciali: il 29 ottobre le elezioni politiche e il 30 novembre quelle amministrative per ridare un sindaco ad Asti. Nel primo caso si vota con il sistema uninominale secco per collegi: Vigna si presenta con il suo partito socialista autonomo nei collegi di Asti e di Vignale. Ad Asti deve vedersela con l’avvocato Edoardo Giovannelli, liberale ben visto anche dagli ambienti cattolici, politico di lungo corso, in Parlamento dal 1886, che si era tenuto prudentemente alla larga dalla polemica sul dazio che aveva travolto la giunta Bocca. Altro candidato del collegio è l’onorevole del Psi Oddino Morgari di Torino, che i suoi ex compagni di partito gli oppongono con toni polemici. Giovannelli vince (per l’ottava volta) con 5383 voti, Vigna ne ottiene 4941, stracciando però Morgari che ne raccoglie solo 169. L’avvocato astigiano si rifà nel collegio di Vignale, dove supera il liberale Carlo Ferrari per 6603 a 5860 e ridiventa deputato. Così racconta il ritorno ad Asti di Annibale Vigna il cronista del settimanale radicale Il Pensiero: «La notizia della vittoria riportata dall’on. Vigna a Vignale giunse in città verso le 21 di ieri. Dapprima erano voci vaghe ed incerte, poscia si ebbe telefonicamente la conferma […]. Più tardi si seppe che l’on. avrebbe fatto ritorno in città con l’automobile dell’ing. Festa e tosto si formarono in piazza Alfieri numerosi capannelli di persone in attesa del suo arrivo […] tardi, verso le 2,30, spuntarono nell’oscurità in fondo al Corso Alfieri i fanali dell’automobile. Tosto si elevarono nel silenzio della notte grida di “evviva Vigna” ed Egli dovette arrestarsi di fronte alla folla che aumentando continuamente gli si assiepava d’intorno. Cento mani si protesero e afferrato l’avv. Vigna lo alzarono recandolo in trionfo fino alla propria abitazione al canto dell’inno dei lavoratori». Nel mese successivo Vigna lavora a realizzare per le elezioni amministrative una strana alleanza, una specie governo delle larghe intese ante litteram, tra la vecchia anima mercantile della città e il neonato proletariato industriale. Viene fuori, non senza fatica, una lista denominata “Partito economico che raggruppa la Federazione commerciale e industriale che aveva organizzato le serrate e la Camera del Lavoro sindacale. Il punto di incontro di visioni politiche così distanti è l’abolizione della cinta daziaria cittadina. I liberali, tramortiti dai fatti di luglio e in piena crisi, non riescono neppure a formare uno schieramento alternativo e non si presentano alle elezioni. Il Cittadino, settimanale molto vicino all’ex sindaco Bocca, condanna senza appello la lista Vigna, composta, a suo dire, da 17 socialisti, 7 massoni e 8 bottegai, mentre la Gazzetta d’Asti, organo della Curia, parla di uno schieramento massonico-radicale-socialista, riferendosi al via libera che la loggia massonica di Asti, di cui Vigna faceva parte, aveva dato alla nascita del Partito economico. Entrambi i giornali invitano i propri lettori all’astensione.

Il libro dei sindaci con le pagine dedicate ad Annibale Vigna è custodito all’Archivio Storico comunale

Vince le elezioni coalizzando commercianti e socialisti con il consenso della massoneria

 

Così il 30 novembre 1913 Annibale Vigna, con soli 2382 voti su più di 9000 aventi diritto, diventa il primo sindaco socialista di Asti (sia pure eretico e a capo di una “strana” maggioranza). I cattolici e i liberali proclameranno la vittoria del partito delle astensioni, profetizzando la breve durata di questa giunta anomala. L’ex compagno di partito Canuto Borelli, pochi mesi dopo, parlerà già di «Vignismo vacillante». Il nuovo sindaco deve amministrare Asti durante gli anni tormentati della prima guerra mondiale: una città stremata, ridotta a ospedale di retrovia, piena di feriti e mutilati, l’elenco quotidiano dei caduti e il dovere di provvedere, con le povere risorse del Comune, alle necessità delle vedove, degli orfani, delle famiglie dei soldati richiamati al fronte. Nel dopoguerra Vigna, fedele al suo credo riformista, rifiuta il comunismo che diventerà partito nel 1921, ed è criticato dai compagni che vogliono “fare come in Russia”. D’altra parte si affermano nelle campagne astigiane i cattolici del Partito popolare con i fratelli Alessandro e Giacomo Scotti (futuri capi del Partito dei Contadini). Le battaglie di Vigna contro la tassa sul vino non sono sufficienti a consentigli la rielezione in Parlamento nelle elezioni del ’19. Alle amministrative del ’20 gli va ancora peggio: il Partito Popolare (progenitore della Dc) conquista il Comune di Asti e della sua lista solo lui rientra in Consiglio comunale. Arrivano i tempi tragici dell’avvento del fascismo e della violenza. Vigna aderisce nel ’22 al Partito Socialista Unitario (Psu) di Turati e Matteotti e mette a disposizione casa e studio per le riunioni di partito. Il 30 maggio 1923, proprio nella sua abitazione viene arrestato il vicesegretario del partito Emilio Zannerini, mentre gli altri partecipanti alla riunione sono aggrediti e bastonati dagli squadristi. Partecipa ancora alle elezioni del 6 aprile 1924 nelle liste del Psu e così motiva sul Galletto la sua accettazione della candidatura: «Ho accettato di combattere per compiere un atto di fede nell’avvenire del socialismo, che non è morto; se lo fosse sarebbe morta l’umanità, colla cui parte migliore il socialismo si confonde». Anche questa volta non è eletto, ma riesce ancora ad avere 3216 voti che, nel clima di brogli e intimidazioni imposte dal crescente fascismo, non sono pochi.

Nel 1946 Asti ha dedicato una via a Vigna e un busto ai giardini pubblici per superare “l’oblio a cui lo aveva condannato il fascismo”

Muore improvvisamente pochi giorni dopo, l’11 aprile 1924, a soli 62 anni, a causa di un attacco di appendicite. Nonostante la vittoria del fascismo i suoi funerali sono imponenti. Il sellaio Giuseppe Cerato, allora ragazzo, in una intervista rilasciata a Emanuele Bruzzone nel 1976 lo ricordò così: 

«Al funerale di Vigna c’erano decine di migliaia di persone e 200 poliziotti; dal Crematorio, perché l’hanno cremato, c’era gente fino a dove adesso c’è la Saclà, perché Vigna era un uomo stimato a quei tempi là era al potere anche lui, ma umile neh. Lo incontravi per strada, sotto i portici come noi adesso e andava un operaio per qualcosa e non gli prendeva mai una lira è stato un buon avvocato per la sua città».

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