giovedì 17 Settembre, 2026
HomeNumero 37Nelle piazze e sui palcoscenici arriva il magopovero
1971
Novecento

Nelle piazze e sui palcoscenici arriva il magopovero

Dura da 50 anni la storia del grupo teatrale
Provare a spiegare perché agli inizi degli anni settanta, in una città come Asti, sia nato e cresciuto un gruppo teatrale le cui radici producono ancora oggi frutti artistici e culturali, non è facile. Il collettivo Gramsci, divenuto dopo pochi anni teatro del Magopovero, evoluto poi nella casa degli Alfieri, è stato il frutto di un’alchimia speciale e per certi versi unica. Il nucleo centrale è costituito da un gruppo di amici, studenti e operai, dello stesso borgo San Pietro, che hanno trovato nel teatro il loro modo di far politica, di ritrovarsi e di sognare che il mondo si poteva cambiare. Attorno a quel primo gruppo si sono aggregati negli anni altri giovani astigiani e di altre città. Attorno a Luciano Nattino, leader naturale del gruppo, è cresciuta una generazione di futuri attori professionisti e altri per i quali il Magopovero è stata una straordinaria esperienza di formazione e di vita.

L’esordio il 29 giugno 1971 con “Off limits” contro la guerra in Vietnam

 

La prima volta che sono andato alla “Casa degli alfieri”, alla cascina Bertolina di Castagnole Monferrato – trovarla fu un’impresa – non lavoravo ancora con loro, gli “alfieri” (con la a minuscola, i portatori di insegne, coloro che si muovono trasversalmente sulla scacchiera e nella vita).

Andai per vedere alcuni loro spettacoli, in quella “casa per il teatro costruita sulla cima di una collina del Monferrato, tra vigne, boschi e infinito”. Ricordo un Concerto per tuoni, vento, pioggia, silenzi, cicale e pubblico con Antonio Catalano, e una mostra, in cui lo stesso Catalano, che tutti chiamano Tonino, affermava di essere nato qualche secolo addietro. Vedo anche un Viaggio alla scoperta di un pezzo di Terra (il racconto dell’origine del luogo) con Lorenza Zambon che, a un certo punto dello spettacolo, va dietro ad una siepe per… fare la pipì. Rimasi folgorato. Nei giorni successivi sono andato a vedere ad Asti Teatro il nuovo spettacolo di Luciano Nattino Ginestre a Portella: un palco dipinto di rosso, una grande narrazione corale con quattordici attori e cantanti, un “oratorio civile”, movimenti di scena a vista, accenni di costumi.

Primo Maggio 1974, in piazza Alfieri ad Asti. Si riconoscono da sinistra: Renzo Moretto, Lorenzo Nisoli, Renzo Fornaca, Giancarlo Ferraris, Luciano Nattino, Roberto Giannino, Graziella Borgogno. Nello stesso anno va in scena “Fiaba di Capitale Buonangelo e di Gramsci Diavolone”. Nella foto: Antonio Catalano, Armando Boano, Graziella Borgogno, Roberto Giannino. Sotto il cartoncino di presentazione del Teatro del Magopovero
Primo Maggio 1974, in piazza Alfieri ad Asti. Si riconoscono da sinistra: Renzo Moretto, Lorenzo Nisoli, Renzo Fornaca, Giancarlo Ferraris, Luciano Nattino, Roberto Giannino, Graziella Borgogno. Nello stesso anno va in scena “Fiaba di Capitale Buonangelo e di Gramsci Diavolone”. Nella foto: Antonio Catalano, Armando Boano, Graziella Borgogno, Roberto Giannino. Sotto il cartoncino di presentazione del Teatro del Magopovero

Luciano in consolle, a vista, a fianco del palco. Che si alzava e interveniva in alcuni momenti da narratore fuori campo. Ho pensato: il mio sogno è lavorare con loro. Alla fine dell’anno successivo ci sarei andato stabilmente, alla Bertolina, per collaborare prima con Lorenza e poi anche con Luciano, negli uffici, a teatro, fuori dai teatri. E conoscendo meglio Maurizio Agostinetto, che mi “provinò”.

È così che ho conosciuto la loro storia. Parliamo di una delle formazioni teatrali più importanti a livello nazionale, nata ad Asti da un primo nucleo nel 1971. Provo a raccontare la vicenda umana e artistica di un gruppo di ragazzi, di vent’anni o giù di lì, che trovarono nel teatro, nel creare teatro, il modo di stare insieme, di divertirsi, di fare politica attiva. Era la sera del 29 giugno 1971, Festival dell’Unità, ad Asti. Titolo dello spettacolo: Off limits. Fuori dai limiti, dalle regole, dai paletti. Testimonianze, cronache, notizie sulla guerra del Vietnam: sei o sette in scena, con un complessino rock.

La prima sede del Collettivo Gramsci fu in un alloggio con un grande balcone che dava su piazza San Secondo. E fece discutere in quel periodo, a ogni settembre, veder apparire su quella piazza lo striscione “Vietnam libero” che andava a contrapporsi alle bandiere del Palio, rinato pochi anni prima. Luciano Nattino, fresco di studi alla Bocconi di Milano, era il leader di quel gruppo di studenti e operai. «Puntavamo sulla magia del povero per scardinare le convenzioni del potere».

Con lui, da sempre, Antonio, famiglia di immigrati lucani, fisico esile, da marionetta snodata. Si erano conosciuti all’oratorio di San Pietro ad Asti tra il ’62 e il ’63 e lì, in quel teatrino di parrocchia, la prima pièce: La giara, di un certo Luigi Pirandello, trasformato in pezzo teatrale, letto e riscritto da autodidatta da Luciano.

 

Happening di strada e animazione nelle scuole

 

Si danno il nome di “Collettivo Gramsci” e con Luciano e Tonino ci sono suo fratello Matteo, Renzo Fornaca, Lorenzo Nisoli, Silvana Penna, Renzo Moretto, Roberto Giannino, Armando Boano, il batterista Luciano Poggio e qualcun altro. Gente che viene, gente che va. Nelle austere stanze della federazione del Pci di via Venti Settembre, si guarda con curiosità, e qualche sospetto, a questo gruppo non perfettamente allineato.

Nel 1972 ecco Il fascismo è una tigre di carta e Muori operaio, ma non fare rumore. L’8 marzo 1973, Festa della donna, portano in scena Prendete una donna e bruciatela come una strega. Un testo intenso sulla condizione femminile con Giulietta Miroglio (figlia di Valerio) e Graziella Borgogno, che con il fidanzato Giancarlo Ferraris arrivava da Canelli. Poesia, fiaba, grottesco, trucco, movimento. Quell’anno entra nel gruppo Maurizio Agostinetto, bravissimo a disegnare e serigrafare manifesti. Esordisce in scena anche Sergio Miravalle, non ancora certo di riuscire a fare il giornalista. Vivo in gabbia e mi nutro di incubi è sulla condizione carceraria. Spettacolo crudo, intenso, portato in scena anche a Milano, dove Dario Fo aveva la sua Palazzina Liberty.

Crescono le prime esperienze di animazione, happening di strada: nelle piazze, nelle scuole, nei quartieri. Si fa ricerca sulla lotta di Liberazione. In Fucilate banditi partigiani mettono in scena la cruda esecuzione di partigiani e la gente assiste incredula e intimorita.

 

Nel 1973 il cambio di nome fa nascere il Magopovero

Il cartoncino di presentazione del Teatro del Magopovero

 

Non importa se i tedeschi hanno elmetti di cartone e fucili di legno: fanno ancora paura. Se guardo le foto di quegli anni vedo nei volti poesia, meraviglia, ma anche determinazione, quasi ferocia. Vedo gente radunata attorno, bambini seduti a terra. Nelle didascalie si parla di carceri, manicomi (intensa la trasferta all’ospedale psichiatrico di Volterra), della condizione operaia, di antinucleare… C’è pure un Concerto per piano regolatore, al Teatro Alfieri, semi vuoto, con Valerio Miroglio e il suo sogno di ridisegnare il mondo.

Enzo Penna (Piuma), parte di quel Collettivo, che ho ritrovato recentemente ancora sui palchi come tecnico, scrisse di quel periodo e di quelle esperienze: «Ho imparato a socializzare, ad avere le mie idee e a rispettare quelle degli altri. Fu l’occasione per fare politica in modo intelligente e creativo, comunicando con la gente tramite il linguaggio del teatro e della musica».

Sfogliando le raccolte di foto e documenti custoditi e ordinati minuziosamente da Luciano, mi colpisce da sempre la foto dello spettacolo Un pezzo di legno morto bambino (1976) che penso sia il manifesto di quel decennio e che ho ritrovato anni fa nell’ufficio da dirigente del Teatro Alfieri di Gianluigi Porro. C’era anche lui in quella fiaba di Pinocchio che diventava un racconto sulla condizione degli handicappati. Nel 1973 il gruppo teatrale, che era diventato cooperativa, aveva preso il nome di Magopovero (in omaggio a Jerzy Grotowski).

Su un cartocino scrivono il loro biglietto da visita: «Al nostro teatro, vorremmo dare quel gusto fantastico di libertà e tutta la straordinarietà del travestimento del povero che fa scoppiare nella sua crudeltà, nella sua magia, tutte le convenzioni dei sistemi oppressivi costruiti dai padroni».

 

Nasce il gruppo che decide di vivere di teatro

Lo spettacolo Moby Dick ha le musiche di Paolo Conte

 

Ad Asti moltissimi dicono di essere stati parte del Collettivo o del Magopovero. Sul quaderno illustrato Un sogno collettivo, edito con una mostra nel 1994, c’è un elenco di una cinquantina di nomi con relative testimonianze: molti di loro hanno poi fatto altro, qualcuno non c’è più, tutti hanno contribuito a dare una frizzante vitalità politica e culturale alla città.

Da ricordare, tra i tanti episodi di quegli anni, la provocatoria distribuzione nelle edicole di un falso Astisabato, settimanale democristiano dell’epoca, che aveva accusato senza prove il Magopovero di aver ottenuto a prezzi di favore dalla giunta di centrosinistra l’affitto della sede alla ex Sis di via Palestro. Il blitz finisce sui giornali nazionali, in un infuocato dibattito sulla neonata Tele Asti.

Nel 1977, l’anno della nuova contestazione giovanile, si accendono le discussioni interne sul ruolo e sui compiti del Collettivo. Un gruppo più movimentista lascia la formazione, gli altri continuano. Nel ’78 il grande salto dal dilettantismo al professionismo, «una scelta a lungo meditata e tutt’altro che scontata». Viene addirittura messa ai voti per alzata di mano, nella piccola sede-negozio di via Pascoli.

Intervento di animazione teatrale in Campo del Palio nel 1977, con Antonio Catalano e Gianluigi Porro. Il manifesto di Un pezzo di legno morto bambino del 1976 e una scena dell’happening Fucilate banditi partigiani
Intervento di animazione teatrale in Campo del Palio nel 1977, con Antonio Catalano e Gianluigi Porro. Il manifesto di Un pezzo di legno morto bambino del 1976 e una scena dell’happening Fucilate banditi partigiani

Antonio, il primo a fare il grande passo, in realtà aveva già deciso prima «per fare dell’arte il suo lavoro futuro e non “timbrare il cartellino”». Realizza Spaventapasseri e lo propone in tutt’Italia. Poi arriverà Pietre che in Germania recensiranno come una performance sul post terremoto del 1980. Ma gli intenti erano altri.

Nel 1980 arriva Moby Dick tra Melville e Pavese, scritto da Nattino ed Elio Bellangero. Lo spettacolo ha le musiche originali di Paolo Conte, conosciuto per l’occasione e col quale i nostri collaboreranno per altri cinque lavori. Le scenografie sono di Ottavio Coffano. Ottiene un notevole successo in Italia e all’estero e verrà tenuto in repertorio per anni. Con On the road (1981), un lavoro sul mito americano e sul viaggio immaginario, arriva Lorenza Zambon, attrice proveniente da Padova, dalla scuola di teatro di Lorenzo Rizzato. Fin da quando ho conosciuto Lorenza, l’ho stimata per essere riuscita a entrare nel nucleo e divenirne da subito parte fondante e di sviluppo di un lungo percorso di ricerca e creazione, per carisma, per sguardo di “femmina”, per ibridazione (citando il suo percorso di attrice-giardiniera).

Sono gli anni di Galileo, un “maestro inverosimile”, e di Scaramouche, una pièce sul teatro di tutti i tempi. Per questo spettacolo il Magopovero collabora, oltre che con Paolo Conte per le musiche, con lo scenografo Eugenio Guglielminetti: anche lui donerà i progetti delle scene e dei costumi per altri tre lavori. «Era ora che collaborassimo insieme», disse subito. Scaramouche è anche uno dei miei personali crocevia. Nel 2007 Luciano decise di farne una nuova edizione con gli Acerbi.

 

La morte di Renzo e Luisa sul Rocciamelone cambiano i destini del gruppo

 

Uno spettacolo di Lorenza Zambon, l’attrice patavina si è integrata nel gruppo trovando poi un filone artistico sul tema teatro e natura

Devo ringraziare Antonio, Lorenza (che furono i protagonisti nel 1983) e Maurizio per averci lasciato fare, con tutto il nostro essere acerbi ed entusiasti. Lì, nel mio Arabesque Lafleur, spalla del capocomico e tuttofare nella compagnia, ho trovato la mia strada verso il professionismo, in scena e fuori. E lì ho trovato il senso del teatro fatto di prove e ripetizioni, «noi che viviamo mentre proviamo, questo spettacolo che è la nostra stessa vita».

Lo provo a raccontare ancora oggi, soprattutto quando incontro i più giovani, per spiegare il significato dell’incontro dal vivo, unico e irripetibile, con il pubblico. E che salva il teatro dall’estinzione. Il 1983 è l’anno di un crocevia della vita per il Magopovero: la morte di Renzo Fornaca (e la sua fidanzata Francesca) e Luisa Steffenino in una tragica disgrazia durante una gita sul Rocciamelone segna profondamente il gruppo.

Se rileggo oggi la pagina che Luciano ha scritto su di loro nella sua autobiografia – e che con Antonio e tutti gli altri di allora non ha smesso di ricordare – mi commuovo pur non avendoli conosciuti e non avendo vissuto quei fatti. «E tu ti accorgi che avevi ancora tante cose da dire a Renzo e Luisa. E quel trovarsi tutti insieme dietro alle loro bare. Così tristi, così soli, così adulti» scrisse Sergio Miravalle nella circostanza.

A Renzo e Luisa sarà dedicato per qualche anno un premio destinato alle compagnie amatoriali. In quel momento è iniziata una nuova fase della vita della compagnia. Il gruppo porta in scena vari spettacoli e recital tra i quali Bertoldo, Donna de’ Paradiso che vede la nascita in parallelo del Canzonierie Cecilia e del gruppo Musica Dulce. Recitano, cantano, suonano: Enrica Cerrato, Laura Nosenzo, Fiorella Riminato, Ornella Boido, Marina Gentile, Silvana Nosenzo, Rosalba Gentile. Restano in scena anche Tino Durando, Gianbeppe Rasero, Luigi Cilumbriello e molti altri.

Gli anni seguenti vedono l’affermarsi della formazione professionistica che ottiene anche il riconoscimento del Ministero e della Regione Piemonte. Un periodo fertile, con ottimi spettacoli: Conferenza Buffa, un assolo di Antonio che ogni tanto ripropone e trasforma con le storie di oggi; La Barca (con Lorenza e Alessandro Haber), Il valzer del caso, con gli spettatori seduti attorno a un grande tavolo rotondo, performance che ogni tanto ancora oggi riappare.

 

Alla cascina Bertolina di Castagnole Monferrato nasce la Casa degli alfieri

La cascina Bertolina di Castagnole Monferrato, trasformata, dopo un lungo restauro, nella Casa degli alfieri, con spazi residenziali, sala prove, teatro all’aperto

E poi Il vecchio e il mare, una importante rivisitazione del grande romanzo di Hemingway che tornerà negli anni in varie edizioni. Ma è anche il periodo di Van Gogh, spettacolo a cui tutti sono molto affezionati e che ricordano anche per l’originalissimo impianto scenico. È tra quelli che avrei sempre voluto vedere, un successo di critica e pubblico con due nuovi attori esterni, il compianto Giuliano Amatucci e Giancarlo Previati.

Il Festival Asti Teatro, di cui Luciano è sicuramente tra i primi promotori, con Laurana Lajolo, che lo ideò nel 1979, ha visto importanti debutti della compagnia; nel 1987 è terreno per realizzare al suo interno una sezione “off” che ottiene uno straordinario successo di pubblico, grazie anche alla qualità degli artisti invitati.

Ma nessuno è profeta in patria e soprattutto ad Asti. Così l’anno dopo il progetto è costretto a migrare in un castello di proprietà di architetti svizzeri: Castelburio, nel territorio di Costigliole d’Asti. Altro successo. Tanto successo che l’anno seguente (1989) la Commissione di Asti Teatro riorganizza una sezione “off” memorabile.

Sempre nel 1989 nasce Creature, un lavoro su San Francesco e il pane. Durante l’azione teatrale vengono cotti dei pani in un forno a legna, ogni volta allestito per l’occasione; pani che sono poi portati in scena ma non consumati: appesi in aria come tante stelle di un presepe.

Una grande soddisfazione è quella di presentare Creature a Pontedera di fronte a Grotowski, maestro della scena internazionale. Non manca l’impegno politico di Luciano, lui che quando scelse di abbandonare l’insegnamento per il Pci, versò al partito tutta la liquidazione e che si sospese dal lavoro di compagnia quando dopo l’elezione nel 1975 diventò assessore al Comune di Asti. Fantascienza, per i nostri giorni. E si arriva a un altro crocevia, in questo caso la concretizzazione di un sogno sempre coltivato.

Nell’estate ‘91 Gigi Cilumbriello e Maurizio vanno per primi a vedere il posto. È una collina isolata tra i comuni di Castagnole e Scurzolengo che ospita i ruderi di una villa-cascina del ‘700. È il luogo giusto per realizzare l’utopia/sogno di una casa/ teatro con abitazioni dei soci, uffici, sala prove, parco, foresteria, ecc… La proprietaria è anche il sindaco del paese: Lidia Bianco. Ama la musica e il teatro. L’affare si conclude. In quel periodo ricambiano anche nome, decidendo di diventare “Alfieri”. E dal 1994 gli Alfieri vivono, lavorano e accolgono tutti alla Casa degli alfieri, alla Bertolina.

Maurizio, che per realizzare quel luogo ne è divenuto per due anni capocantiere, dice: «Negli anni ‘90 non occorreva realizzare nuove cattedrali: occorreva, invece, capire che tipo di Dio, che tipo di fede potevano ospitare quelle cattedrali. Quindi occorreva, semmai, costruire dei “monasteri”, dei luoghi dove fosse possibile riflettere: un’idea di luogo, di “comunità” – e non di “comune” –, un “condominio” con sala teatrale».

Alla Bertolina nasce Maudie e Jane tratto dal Diario di Jane Somers di Doris Lessing, intuizione di Lorenza il portarlo in scena, con la scrittura e regia di Luciano. Due anime e due corpi, il primo di una quarantenne, il secondo di una settantenne – con una scena di nudo: Judith Malina, storica fondatrice del Living Theatre, uno dei punti di riferimento culturali e teatrali degli Alfieri, accetta la loro proposta con entusiasmo. Interpretando questo ruolo, Judith Malina vinse il Premio Ubu come migliore attrice, mentre la pièce fu insignita del Premio Giuseppe Fava per il miglior spettacolo di impegno civile nel 1995. Ne seguì una lunga tournée e la presenza al Festival di Santarcangelo, diretto allora da Leo De Berardinis.

Con Judith e quattro attori del Living Theatre, gli Alfieri lavorarono ancora per realizzare il Chisciotte, con regia della stessa Judith e prove a New York. Intanto la Casa ospita negli anni diversi amici artisti di varie discipline: teatranti, musicisti, danzatori, artisti visivi, maestri internazionali (tra cui Yoshi Oida, Enrique Pardo, Dominique Dupuy), performer che si percepivano in sintonia con il lavoro degli Alfieri.

 

Gli Universi Sensibili di Catalano e il Teatro Natura di Lorenza Zanbon

Maudie e Jane con Lorenza Zambon e Judith Malina, storica fondatrice del Living Theatre di New York. A lato Luciano Nattino con il gruppo del Teatro degli Acerbi che ha raccolto la sua eredità culturale
Maudie e Jane con Lorenza Zambon e Judith Malina, storica fondatrice del Living Theatre di New York. A lato Luciano Nattino con il gruppo del Teatro degli Acerbi che ha raccolto la sua eredità culturale

E si consolida la collaborazione con Marco Baliani. Chisciotte è però l’ultimo lavoro “di compagnia”. Il nuovo millennio porta a una nuova visione che vada oltre alla concezione di “gruppo artistico”. Forti del luogo che li unisce e li incrocia quotidianamente, la compagnia si trasforma in una sorta di “factory”, con ciascuno dei quattro soci che persegue un percorso personale, ma con uffici e amministrazione comuni (con le insostituibili Franca Veltro e Claudia Ponzone, ancora oggi parte del team). Nascono gli Universi sensibili di Antonio, il “teatro e natura” di Lorenza, l’Archivio della Teatralità Popolare di Luciano, con Maurizio che agisce trasversalmente sui progetti coltivando in particolare la fotografia e le arti visive. E arrivo io, alla fine dell’anno 2004.

Gli Alfieri, con gli Acerbi, mi hanno salvato la vita, mi hanno dato nuova linfa e sono diventati un po’ parte della mia famiglia allargata. Ho condiviso con loro la perdita dei miei genitori, le nuove rotte e i nuovi, tanti, incontri. Con Lorenza ho partecipato alla realizzazione del suo festival Naturalmente Arte in una ex discarica, ma anche in riva a un fiume, per poi tornare alla Bertolina con La casa in collina e percorrere nuove esperienze al Parco Nord di Milano “per giardinieri anonimi rivoluzionari”. Antonio è sempre più un artista totale, che ringiovanisce di giorno in giorno ed è sempre in giro per il mondo con il suo camper.

 

Il Teatro degli Acerbi e l’eredità artistica di Nattino

 

Scrive e narra di continuo, dipinge ovunque (nel vero senso della parola e senza limiti di grandezza), crea manufatti, mondi da visitare con l’uso fantastico di oggetti quotidiani o fuori uso. Maurizio continua silenziosamente a coltivare la sua passione per le cose che si vedono, tentando di fissare attraverso la fotografia le cose destinate a scomparire, con passione e compassione per esse.

C’è stato ancora un altro crocevia in questa storia, dolorosissimo. A Luciano nel 2012 è stata diagnosticata la Sla, “una brutta bestia”. Che beffa crudele del destino, togliere subito la parola e progressivamente il movimento a un artista che ha fatto dell’espressione la sua vita. Proprio in quell’estate eravamo con lui a Teheran in Iran per presentare un lavoro teatrale con gli amici del Faber Teater, in cui anche noi siamo andati “off limits”, oltre i confini della parola, della lingua, delle culture.

Luciano ha fatto teatro, la sua vita è stata teatro fino all’ultimo giorno, a novembre del 2017. Con tutti i mezzi e le forze e la volontà possibili, non ha rinunciato a scrivere e informarsi fino all’ultimo. Ha contributo a fondare e poi presiedere anche l’associazione Astigiani. Sono nati nella malattia nuovi lavori, tra cui Ofelia non deve morire, Dio e la manutenzione dell’Asina e Un regalo fuori orario, con la malattia che diventa protagonista e in cui è tornato il dialogo con l’oltre, da Magopovero.

L’ultimo dialogo al telefono con lui, tramite la sua amata Alba, è stato su come proseguire il suo Archivio della Teatralità Popolare. Un segno del destino? Oggi il suo Cuntè Munfrà continua a portare il teatro nei paesi del territorio e nei piccoli centri, lavori legati alle tradizioni popolari e al loro senso nella società odierna. La Passiùn di Gesü Crist a Castagnole Monferrato ha introdotto una nuova ritualità con un punto di vista laico ed è entrata nel calendario della Settimana Santa astigiana.

Patrizia Camatel ha raccolto il suo testimone nelle scritture, nelle drammaturgie, nella capacità di assorbire e cercare storie, fonti, spunti e rielaborarli, tessendo storie per la scena. E io entro sempre più nel profondo degli intenti, delle visioni e delle rotte di Luciano, per proiettare verso il futuro l’Archivio della Teatralità Polare. E l’ultimo crocevia: succedere a Maurizio nella presidenza di Casa degli alfieri. Ma questa è una storia tutta ancora da scrivere. E torniamo in quel teatrino di San Pietro, per presentare questo articolo e per ricordare, ma senza soffermarci, gli inizi insieme di Luciano e Antonio. Non basta un libro per raccontare questa storia. Tracce, scritti, emozioni, ne hanno lasciate e continueranno a farlo. E guardano sempre avanti e trasversalmente, “camminatori di domande”.

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Massimo Barbero
Latest posts by Massimo Barbero (see all)

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

3,917Mi PiaceLike
0FollowerFollow
0IscrittiSubscribe

GLI ULTIMI ARTICOLI CARICATI

IN EVIDENZA

Ricordi di un farmacista trombettista

A 85 anni compiuti vorrei aggiungere per Astigiani il mio tassello di ricordi a quelli che hanno contributo a raccontare la straordinaria storia di...

La chiesa degli Evangelici di Calosso diventerà una casa delle memorie

Chi ha partecipato almeno una volta alla Fiera del Rapulè lo sa: Calosso ha tanti cuori quanti sono i suoi crotin, le cantine scavate...

Bagna Cauda Day, il piacere della quarta dose

La fiammella sotto i fujot è tornata ad accendersi nei locali del Bagna Cauda Day. Vogliamo pensare che la nostra “quarta dose” sia riuscita...

Ottavio Coffano

Ottavio Coffano ci accoglie nella sua casa di via Cavour. Alle pareti quadri suoi e di altri amici artisti, scaffali colmi di libri e...

Il mistero del quarto Re Magio

Mio padre ne era certo: “Quattro sono i tre re magi”     Tutto è cominciato quando sentii da mio padre una sorta di cantilena che di...

L’ultima testimone dell’epopea di Augusto Monti

L’allieva di quarant’anni più giovane che si innamora del professore   La notizia ha avuto scarsa eco sui media, ma con la scomparsa lunedì 23 agosto...

Quel bimbo di nome Vittorio che diventerà poeta

“Nella città d’Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell’anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti”   La nostra storia inizia in...

Quei contadini astigiani in parlamento

Cento anni fa, il 20 settembre 1921, con una scissione dal Partito popolare venne fondato a Costigliole d’Asti il Partito dei Contadini d’Italia che,...

CONTRIBUISCI A QUESTO ARTICOLO

INVIA IL TUO CONTRIBUTO

Hai un contributo originale che potrebbe arricchire questo articolo? Invialo ora, saremo lieti di trovargli lo spazio che merita.

TAG CLOUD GLOBALE

TAG CLOUD GLOBALE
INVIA IL TUO CONTRIBUTO

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE