Il Chiossetto, un nido dimenticato di storia e letteratura
“I giorni del mondo” uscì 40 anni fa
Quarant’anni fa, nel 1981, usciva nelle librerie “I giorni del mondo”. Nell’avvincente romanzo storico di Guido Artom l’Asti napoleonica e risorgimentale fa da palcoscenico agli eventi che portarono all’unità d’Italia. La villa del chiossetto, poco fuori città, non distante dalla strada
che portava ad Alba, era l’antica dimora estiva degli Artom. Questa casa con il suo parco, oggi abbandonata e in attesa di restauri, è il fulcro intorno a cui il romanzo ruota. Curiosità inedite su come l’autore maturò l’idea del libro, che doveva avere un titolo diverso e si piazzò secondo al premio Strega, superato solo da Umberto Eco con “Il nome della rosa”. Uno scrittore che amava Asti e che asti dovrebbe riconoscere e ricordare tra i grandi che l’hanno saputa raccontare.
Il romanzo di Guido Artom secondo al premio Strega del 1981 battuto solo da Il nome della rosa di Umberto Eco
È il romanzo storico più intrigante e avvincente mai ambientato ad Asti. I giorni del mondo, l’opera di Guido Artom apparsa nel 1981 e che quindi quest’anno compie quarant’anni, sfiorò la vittoria al Premio Strega di quell’anno.
Si piazzò al secondo posto solo perché ebbe la ventura di duellare con un autore e un testo praticamente invincibili: Umberto Eco e Il nome della rosa, che quell’anno si aggiudicarono il prestigioso premio letterario.
Edito da Longanesi, I giorni del mondo è stato successivamente ristampato, nel 1992, da Morcelliana, con un’interessante prefazione e una breve appendice di Paolo De Benedetti: nella prima il libro viene analizzato con l’occhio dello storiografo ebraico, nell’appendice De Benedetti racconta invece l’antico ghetto di Asti come lo descrisse al cugino Artom in previsione della stesura del romanzo.
Il libro – cui Astigiani ha dedicato un ampio servizio a cura di Aldo Gamba sul n. 7 del marzo 2014 – narra del clima politico e culturale che portò all’Unità d’Italia, dall’epoca napoleonica al Regno sabaudo; lo fa attraverso le vicende ottocentesche della comunità ebraica astigiana, che ebbe negli ascendenti di Artom i suoi più illustri e intraprendenti protagonisti e raggiunse i vertici del nuovo Stato unitario con Isacco Artom, prozio di Guido, tra i più stretti collaboratori di Cavour, poi divenuto ambasciatore, segretario generale del Ministero degli Esteri e primo senatore del Regno d’Italia di religione ebraica.
Una delle stanze della villa del Chiossetto come appare oggi
Un testo che andrebbe adottato nelle scuole superiori, perlomeno in quelle piemontesi, perché unisce al rigore del racconto storico la piacevolezza della narrazione della vita quotidiana astigiana e subalpina a opera del grande romanziere, capace di districarsi da par suo tra passioni (politiche e amorose), amicizie, affari, vicende familiari, grandi gesta e piccole miserie.
Un esempio: se la storia ci racconta di Isacco Artom e Costantino Nigra che al fianco di Cavour tessono giorno dopo giorno la tela risorgimentale nei rispettivi ruoli (Artom più studioso, Nigra più votato alle pubbliche relazioni), il libro ci presenta i due giovanissimi amici, poco più che ventenni, che per la Pasqua del 1850 giungono in diligenza ad Asti da Torino, scendono in contrada Maestra (corso Alfieri) e si dirigono in contrada degli Israeliti (via Aliberti), dove la famiglia Artom soddisferà un grande desiderio del cattolico Costantino: prendere parte al Séder, la cena pasquale ebraica.
Il Risorgimento vissuto attraverso le vicende della comunità ebraica di Asti
La villa del Chiossetto residenza estiva di generazioni di Artom è al centro della trama
Sarà una bella festa; l’ospite resterà incantato da quella calda ospitalità in casa dell’amico e da quelle antichissime usanze in cui scorgerà tante affinità con i riti cattolici; i padroni di casa, dal canto loro, rimarranno attratti dalle belle maniere e dalla forte personalità di quell’elegante e aitante giovanotto, alto e biondo con gli occhi azzurri, figlio di un semplice “cavasangue” canavesano ma con tutta evidenza destinato a grandi cose.
Se Asti è indubbiamente l’epicentro dove tutto si svolge e intorno a cui tutto
ruota, c’è un luogo in cui il libro affonda le radici e in cui batte il cuore dell’autore: il Chiossetto, l’antica e grandiosa villa di campagna a Vallarone, sulla collina adiacente corso Alba, in cui svariate generazioni di Artom hanno trascorso le belle stagioni, occupandosi con i mezzadri dell’azienda agricola.
Artom nel romanzo ne descrive il giardino, animato dai giochi dei bambini, il viale di ippocastani, il panorama che si apre oltre il Tanaro verso le colline di San Marzanotto e Mongardino. Fu Raffaele Artom, bisnonno di Guido e protagonista del libro insieme al consuocero Zaccaria Ottolenghi, banchiere come lui, ad acquistare il Chiossetto a metà Ottocento, quando lo Statuto Albertino consentì finalmente agli ebrei di avere proprietà fuori dal ghetto.
Ma già il padre di Raffaele, Israele, l’aveva preso in affitto circa cinquant’anni
prima e da allora la famiglia non l’aveva più lasciato; si era anzi preoccupata di ingrandire la dimora, abbellirla, curarla, prendendosi cura delle coltivazioni
nei vasti appezzamenti circostanti che degradavano lungo la piana del Tanaro.
Il romanzo inizia lì, in quel parco, dove l’autore immagina di cadere in trance una sera al crepuscolo, dopo avere visionato vecchie carte di famiglia inviategli dal cugino Eugenio, già senatore liberale di Firenze e presidente di un’importante compagnia assicurativa.
L’ispirazione letteraria nasce e si sviluppa nell’antica casa di campagna oggi abbandonata
La pagina de Il Cittadino dell’estate 1979 con il racconto dell’incontro al Chiossetto tra Guido Artom e l’autore di questo articolo e la dedica autografa di Artom a Gigi Florio su una copia de I giorni del mondo appena uscito nelle librerieLa pagina de Il Cittadino dell’estate 1979 con il racconto dell’incontro al Chiossetto tra Guido Artom e l’autore di questo articolo e la dedica autografa di Artom a Gigi Florio su una copia de I giorni del mondo appena uscito nelle librerie
E termina lì, sempre in quel parco, dopo una notte in cui lo scrittore rivive le strabilianti vicende che narra, quando a risvegliarlo sarà una carezza della moglie Cristina, compagna di una vita: «Non udivo più la voce di Raffaele
ma il suo passo invisibile e silenzioso sembrava guidarmi verso il sentiero che conduce al boschetto, ormai vicino al mio piede. Ma dita si posarono leggere sulle mie palpebre, dita sottili, riconoscibili tra mille, in cui sapevo scoprire insieme carezze e parole, per tutta la vita strette alle mie, nel bene e nel male, nel riso e nelle lacrime. Gli occhi si aprirono al tocco di quelle mani e la luce del giorno mi investì».
Il libro è stato scritto prevalentemente lì, nell’antica casa di famiglia, e l’autore ha tenuto a sottolinearlo scrivendo ben chiaro, in chiusura del romanzo, Il Chiossetto (Asti), 1978-1980. Non “Asti, Il Chiossetto”, ma il contrario, perché per Guido Artom quella tenuta e quella casa rappresentavano molto più di un buen retiro, elegante e accogliente, in cui
trascorrere i periodi di riposo e respirare le stesse atmosfere delle generazioni andate.
Nel Chiossetto egli scorgeva il simbolo stesso del riscatto dell’ebraismo italiano, del suo agognato approdo all’emancipazione dopo secoli di discriminazioni, della compiuta integrazione della sua gente all’interno della
più vasta comunità nazionale: nata dalle lotte risorgimentali anche grazie all’impegno degli ebrei italiani e della sua stessa famiglia.
Ho avuto il privilegio di vivere un’immersione tra i personaggi e gli ambienti del romanzo quando questo era ancora in gestazione. Anch’io, nel mio piccolo, per qualche ora sono caduto in trance, sprofondato in quel piccolo
mondo antico, astigiano e piemontese, protagonista del libro.
È accaduto nel luglio del 1979, quando, venticinquenne, fui invitato un pomeriggio da Guido Artom al Chiossetto. Devo premettere che circa un anno prima mi era arrivata alla redazione de Il Cittadino – lo storico settimanale astigiano al cui rilancio ero impegnato con un gruppo di giovani amici – una lettera di Artom, che non conoscevo personalmente.
Quell’incontro con Artom che anticipa la nascita del romanzo
Da Milano, lo scrittore e giornalista, da sempre abbonato al giornale, si complimentava per il nuovo corso impresso all’antica testata e rivelava il secolare legame della sua famiglia con Il Cittadino.
Ne nacquero dapprima uno scambio epistolare, poi contatti telefonici, infine
la conoscenza diretta in alcuni incontri a Milano poi sfociata in amicizia. In uno di questi incontri – se ben ricordo nella sede de Il Giornale, dove conobbi
Indro Montanelli – Artom mi preannunciò un invito al Chiossetto.
L’occasione venne, appunto, nel luglio 1979. Arrivai alla villa verso le quattro di un pomeriggio afoso, reso però sopportabile dall’ombra generosa dei grandi alberi del parco. Il mio anfitrione – già autore di romanzi storici di successo quali Napoleone è morto in Russia, Cinque bombe per l’imperatore e I giudici scomparsi – non tardò a mettermi al corrente del progetto cui stava lavorando da qualche tempo, fino ad allora noto solo a pochi intimi: «Nella vita di uno scrittore – mi disse – ci dev’essere almeno un volume scritto per
sé. È quello che sto facendo ora con il libro che sto mettendo giù, legato a filo doppio alla memoria di tempi che non ho vissuto, ma che mi porto dentro nel sangue e questo Chiossetto resuscita».
Poi proseguì: «Sento che devo condurre a termine questo lavoro senza minimamente pensare al giudizio dei lettori. Se poi all’editore la cosa piacerà, si potrà anche pubblicare».
Stavamo chiacchierando in giardino, sotto il secolare cedro del Libano, albero
simbolico più volte citato nella Bibbia posto – se ben ricordo – davanti alla
casa. «Passeggiare tra i vecchi alberi di questo vecchissimo giardino – aggiunse – equivale per me a ciò che per lo storico di professione può essere la visita a un archivio o a una biblioteca».
La figura del prozio Isacco, il fidato segretario di Cavour
Il prozio e il padre dello scrittore. A sinistra Isacco Artom che ebbe un ruolo di primo piano nel Risorgimento come segretario di Cavour, poi diplomatico e primo senatore del Regno di origine ebraica. A destra Alessandro Artom, scienziato inventore del radiogoniometro. Asti gli ha dedicato l’Istituto tecnico industriale per peritiIl prozio e il padre dello scrittore. A sinistra Isacco Artom che ebbe un ruolo di primo piano nel Risorgimento come segretario di Cavour, poi diplomatico e primo senatore del Regno di origine ebraica. A destra Alessandro Artom, scienziato inventore del radiogoniometro. Asti gli ha dedicato l’Istituto tecnico industriale per periti
Trasferitici all’interno della villa, nelle stanze elegantemente affrescate a ogni piano, Artom attuò su di me la sua magìa, facendo sì che in quegli ambienti impregnati di storia e di storie si materializzassero, suo tramite, i personaggi che più di cent’anni prima proprio tra quelle mura avevano pensato in grande,
progettando l’Italia del futuro oltre che lo sviluppo della nostra Asti.
Iniziò parlandomi del prozio Isacco e del suo legame con il giornale per cui scrivevo. Poco dopo la sua nascita, a metà Ottocento, Il Cittadino ebbe infatti per “corrispondente dalla capitale”, cioè da Torino, il giovane Isacco Artom, all’epoca venticinquenne, il quale incominciava a far parlare di sé per la crescente considerazione in cui era tenuto dal presidente del Consiglio, il conte di Cavour.
«Il suo rapporto con Cavour – mi disse Artom – fu così intenso che sembra quasi di scorgervi la consapevolezza della brevità che lo avrebbe caratterizzato», a causa della prematura morte dello statista, a soli cinquant’anni.
L’Isacco che già vedevo muoversi in quelle stanze e abbracciare – ad ogni rientro dalla “capitale” – il padre Raffaele e la madre Benedetta, nato nel ghetto astigiano e costretto a fare gli studi superiori tra Milano e Pisa, perché in quegli anni il Regno sabaudo negava il liceo e l’università agli ebrei, è lo stesso che nel 1870 – come mi ricordò il bisnipote – trattò nientemeno che
con l’imperatore Francesco Giuseppe il non intervento dell’Austria in occasione della breccia di Porta Pia e che anni prima Cavour volle con sé persino la notte, quando il conte riposava per poche ore dietro un paravento,
così da trovare le sue inappuntabili note diplomatiche già pronte al risveglio.
Quanto il giovane astigiano fosse ascoltato da Cavour lo rivela un biglietto dell’allora primo ministro, mostratomi da Guido Artom che lo aveva a sua volta trovato in un testo dell’avvocato astigiano Luigi Baudoin: «Caro Artom, sono anch’io del suo parere. Fanti andrà al Ministero della Guerra e Cialdini
prenderà il comando dell’esercito in Emilia». Allora ad Asti si faceva la storia, e la storia passava dal Chiossetto.
«Questa casa – mi rivelò Guido Artom – specialmente in autunno, ospitava riunioni politiche della Destra storica cavouriana. Tra gli ospiti abituali c’era Emilio Visconti Venosta, coetaneo di Isacco, ex mazziniano passato al campo moderato, che sposò la nipote prediletta di Cavour e fu più volte ministro degli Esteri».
Quel gradino mandato al sindaco che non credeva alla nascita del Teatro Alfieri
La copertina della prima edizione de “I giorni del mondo” edita da Longanesi nel 1981
Quel giorno il mio ospite parlò soprattutto dei suoi antenati Artom e delle loro gesta: di Israele, il trisnonno, che aveva parlato agli astigiani davanti all’albero della libertà, in piazza San Secondo, al tempo dei giacobini; di Raffaele, il bisnonno, che mezzo secolo dopo, sempre nella piazza del Santo, aveva festeggiato con tanti concittadini la libertà arrivata con lo Statuto Albertino, riuscendo a malapena a sussurrare “viva l’Italia!”; di Isacco, figlio
di Raffaele, e dei suoi fratelli Israele, Alessandro e Dolce.
Quasi non fece cenno in quel nostro incontro all’altro protagonista del libro, Zaccaria Ottolenghi, pure lui suo trisnonno, che tanta parte ebbe nella costruzione del nostro Teatro Alfieri, tra il 1858 e il 1860, e ha legato il suo nome a uno dei più importanti palazzi della città, palazzo Ottolenghi.
Al punto che mi sono spesso chiesto se la storia della scommessa di Zaccaria col sindaco di Asti, il quale non credeva alla capacità del gruppo di borghesi messi insieme dal banchiere ebreo di costruire un nuovo sfavillante teatro e si disse pronto a mangiarne il primo scalino se ce l’avessero fatta, fosse vera o romanzata.
Scommessa che il sindaco – racconta il libro – perse, vedendosi recapitare da
Zaccaria, il giorno dell’inaugurazione, una lastra di pietra identica al primo scalino del teatro, con l’augurio di buon appetito.
Lasciai il Chiossetto che era ormai sera, consapevole del privilegio avuto:
conoscere quei luoghi della nostra storia con un cicerone di quel calibro.
Pochi giorni dopo sul Cittadino, in terza pagina, feci uscire a sei colonne il
resoconto del nostro colloquio. Titolo: Se quel Chiossetto potesse parlare….
Il cambio di titolo per “colpa” di Fruttero e Lucentini
Il 24 maggio 1981 l’anteprima in biblioteca “Un bagno di astigianità”
Zaccaria Ottolenghi, trisnonno di Artom. Banchiere e tra i promotori della costruzione del teatro Alfieri
Il pezzo piacque a Guido, che nel frattempo mi aveva chiesto di dargli del tu e mi dimostrò la sua soddisfazione riservandomi una confidenza speciale: il
suo libro si sarebbe intitolato A che punto è la notte.
Giuro che non lo rivelai a nessuno. Fatto sta che pochi mesi dopo, nell’autunno 1979, uscì il nuovo giallo di Fruttero e Lucentini intitolato proprio così: A che punto è la notte.
Guido allora dovette pensare a un altro titolo, e fu I giorni del mondo, tratto da un passo dell’Ecclesiastico, il libro dell’Antico Testamento scritto da un tal Gesù, figlio di Sirach, nel secondo secolo avanti Cristo: I giorni del mondo chi potrà contarli?.
Quando il volume uscì, nella primavera dell’81, Artom volle che l’anteprima
nazionale della presentazione (presentazione che l’editore organizzò a
Milano) avvenisse ad Asti, in Biblioteca, allora all’interno di Palazzo Alfieri; la
serata si tenne il 24 maggio, in un salone gremitissimo. Al termine lui era raggiante, davvero soddisfatto, e altrettanto felice del bagno di astigianità era la bella e solare Cristina, Tinì per gli amici, sua moglie, nobile di lignaggio e d’animo, intelligente e affabile, l’altra metà di quella coppia affiatatissima ed evergreen.
Un mese prima Guido mi aveva omaggiato una copia del romanzo fresca di stampa, con una dedica che non dimentico: “Il Chiossetto ha parlato…!”; si
era ricordato del mio articolo di due anni prima, quasi a volermi confermare che gli era davvero piaciuto.
Il libro ebbe grande successo editoriale e di critica e – come ho detto – il secondo posto allo “Strega”, subito dietro a Umberto Eco e prima di altri grandi nomi della letteratura italiana.
Montanelli venne ad Asti nel 1983 per ricordare l’amico Guido Artom
Guido Artom e la moglie incontrano Eduardo De Filippo
Purtroppo, Guido Artom se ne andò pochi mesi dopo, il 6 marzo dell’82.
A ricordarlo, l’anno seguente, venne ad Asti, in Biblioteca, Indro Montanelli,
tra i più grandi giornalisti italiani del Novecento, che condivise con lui una lunga amicizia: «Avevamo molto in comune Guido ed io – disse quel pomeriggio – le stesse opinioni e gli stessi interessi, soprattutto per la storia; Guido sapeva trattare la storia da par suo, senza cedimenti ideologici, da esperto ricercatore qual era».
Non mancò il riferimento al Chiossetto: «Me ne parlava spesso e mi ci aveva pure invitato; ho il rammarico di non averci trascorso qualche giorno a discutere con lui, che è stato uno dei punti di riferimento della mia vita».
La notizia della proclamazione dello Statuto, a Torino, da parte di Carlo Alberto, arrivò ad Asti la sera stessa, poche ore dopo, portata
da un astigiano che era saltato a cavallo e aveva galoppato fino alla sua città, fermandosi solo a cambiar cavalcatura a Villanova.
Raccontò la grande notizia al mastro di posta mentre sellava il cavallo fresco e dopo pochi minuti a ogni finestra del paese c’era
un lume per far festa.
A Baldichieri rallentò appena la corsa, gridando a gran voce al primo contadino incontrato che il re aveva concesso lo Statuto, e anche qui illuminarono le case, esposero bandiere. Via via che si avvicinava ad Asti, a ogni villaggio, senza interrompere il galoppo,
avvertiva chi vedeva sulla porta di casa.
Cosicché, quando giunse trafelato in città, aveva lasciato dietro di sé una scia di luci gioiose. Galoppò sull’acciottolato della Contrada Maestra, fino al municipio, quindi, forse appena un’ora dopo che i torinesi avevano salutato il re con una fiaccolata, illuminando a giorno piazza Castello, gli astigiani erano già corsi anche loro in piazza San Secondo, sotto il municipio, con le torce accese per
celebrare la prima notte di libertà.
Tra gli altri cittadini quella sera ad applaudire il sindaco, in mancanza del re, c’era Raffaele con i due figli maggiori, perché qualcuno aveva pensato ad allontanare i guardiani, a lasciar aperti i portoni del Ghetto, che non si chiusero mai più e finirono bruciati, come quando mezzo secolo prima erano arrivati i francesi.
Si trovò a braccetto con astigiani sconosciuti, a passeggiare, in quell’ora inconsueta per lui, su e giù per la Contrada Maestra, cantando e alzando gli occhi per vedere di nuovo, dopo tanti anni, brillare le stelle in un cielo non più limitato dalle muraglie che lo avevano soffocato fino ad allora.
Lo riconobbero, qualcuno lo sollevò sulle spalle, gli chiesero di parlare, come aveva fatto suo padre vicino all’albero della libertà, al tempo dei Giacobini. Ma Raffaele non fu capace di fare un discorso: guardava intorno a sé, con gli occhiali annebbiati di lacrime, la folla che lo acclamava, quasi vedesse in lui il simbolo della libertà arrivata per tutti e non seppe dire che “fratelli...” e dalla bocca gli uscì stentatamente un “viva l’Italia”, di cui quasi si vergognò, come di un grido retorico.
Si accorse che accanto a lui c’erano i due figli, Israele e Alessandro, che gli mandavano baci. Sentì che forse, in quello stesso momento, l’altro figlio lontano, Isacco, percorreva coi compagni i Lungarni di Pisa, lanciando a voce spiegata lo stesso “evviva” che la commozione soffocava nella gola del padre.
La mattina dopo, il primo pensiero di Raffaele fu di correre al Chiossetto. Attaccò il calesse e disse sorridendo a Benedetta che andava a prenderle le uova fresche. Su per la salita, lasciato lo stradone di Variglie, anche il cavallo sembrava trotterellare più allegro, fra i campi verdi del grano marzolino.
Guido Artom
Da I giorni del mondo, Longanesi, 1981,
pagg. 124-125
Guido Artom, classe 1906, nacque a Torino da illustre famiglia ebraica astigiana.
Suo padre Alessandro – cui Asti ha intitolato l’Istituto Tecnico Industriale di via Romita nonché una via del centro città, già assistente e collaboratore di Galileo Ferraris e Guglielmo Marconi, è stato l’inventore dell’antenna radio direzionale e del radiogoniometro, i cui diritti ha donato all’Italia; per meriti scientifici Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di barone.
Laureatosi in giurisprudenza, dal 1933 Guido Artom è stato per cinque anni direttore a Bruxelles dell’Istituto Italiano di Cultura, creato nell’ambito delle attività istituzionali del Ministero degli Esteri.
A seguito delle leggi razziali del 1938 dovette però lasciare ogni
incarico pubblico. Dopo l’8 settembre 1943 entrò in clandestinità.
Catturato dalle S.S., si salvò grazie alla perfetta conoscenza della lingua tedesca e a documenti falsi che gli attribuivano la cittadinanza austriaca.
Fu in contatto con emissari inglesi collegati alla Resistenza. Dopo la Liberazione ha fondato il mensile per ragazzi Junior e diretto L’Elefante, settimanale del quotidiano romano Il Tempo. Alla fine degli Anni Quaranta è stato tra i fondatori a Milano dell’edizione italiana della rivista statunitense Selezione del Reader’s Digest, di cui è stato direttore editoriale per oltre vent’anni.
In tale veste ha rappresentato gli editori italiani presso la Comunità Europea a Bruxelles. Appassionato di storia, specie di quella risorgimentale, ha curato l’edizione italiana delle memorie di Henry d’Ideville, ambasciatore di Francia alla corte sabauda, in tre volumi: Il Re, il Conte e la Rosina, I Piemontesi a Roma, Diario di un diplomatico romano.
Negli ultimi anni si è dedicato pienamente all’attività di storico e romanziere, scrivendo libri di notevole successo quali Napoleone è morto in Russia (1968), Cinque bombe per l’Imperatore (1974), I giudici scomparsi (1977), I giorni del mondo (1981), La duchessa di Berry guerrigliera del re (1982).
Sposato con Cristina Forges Davanzati, ha avuto tre figli: Elena,
che ha scelto di fare a tempo pieno la moglie e la madre, Sandra,
giornalista e scrittrice, Alessandro, avvocato.
Brillante, elegante, coltissimo, dal tratto aristocratico ma dai modi
semplici, ha viaggiato molto, specie tra Europa e Stati Uniti, e frequentato grandi intellettuali del suo tempo. È morto a Milano
nel 1982.
Riposa nel cimitero di Asti, non in quello ebraico di via Lamarmora, dove ci sono le tombe storiche degli Artom, ma in quello urbano di viale don Bianco.
Come detto, Asti ha dedicato a suo padre Alessandro una via e l’Istituto tecnico industriale, ma non ha ancora dedicato nulla allo scrittore.
Le fotografie scattate da Giulio Morra, in esclusiva per Astigiani, che
pubblichiamo in queste pagine, mostrano tracce della straordinaria bellezza passata e le condizioni desolanti in cui si trova oggi il Chiossetto.
La villa, non più abitata da oltre un ventennio, è stata oggetto negli anni di numerosi furti e vandalismi che l’hanno totalmente spogliata del mobilio d’epoca che ancora c’era; gli interni sono in stato di grande abbandono e solo alcuni degli eleganti affreschi che abbellivano ogni ambiente si sono conservati, più o meno integri.
Pure l’attiguo grande rustico in mattoni, disabitato dall’anno Duemila, quando andò in pensione l’ultimo mezzadro (dal nome altisonante di Pietro Micca, conosciuto però come Pierino), è in condizioni critiche. Restano i fienili vuoti e la grande stalla.
Anche il vasto parco avrebbe bisogno di cure per tornare ad essere quello che fu e che Guido Artom descrive nel romanzo con dovizia di particolari; rovi ed erbacce ne ostacolano l’accesso e molti dei grandiosi alberi che ombreggiavano il lungo viale d’accesso da corso Alba sembrano ormai scheletri, preda delle piante infestanti.
Dal muraglione del belvedere si scorge la Valle del Tanaro. Tutta la proprietà, passata alcuni anni fa dalla famiglia Artom a una società immobiliare, è attualmente in vendita; se ne occupa un’agenzia di Moncalvo, la “Case di collina”. Sarebbe una splendida location a due passi dalla città per un resort con ristorante e camere; oppure verrà lottizzata?
Negli Anni Novanta dello scorso secolo ampia parte dei terreni lungo il corso Alba – in precedenza agricoli – è stata oggetto di esproprio per la costruzione di numerose villette a schiera; altri terreni sono stati venduti all’inizio di questo secolo ad un’azienda agricola della zona.
Oggi attorno alla villa restano ancora 5 ettari di terreno in parte bosco e gerbido. L’intera proprietà venne acquistata nel 1848 dal banchiere Raffaele Beniamino Artom (bisnonno di Guido), il quale incaricò l’avvocato Carlo Leone Grandi di partecipare all’asta degli immobili costituenti l’eredità di Giuseppe Maria Bono, ultimo discendente
dell’omonima famiglia di commercianti e banchieri, scomparso l’anno
precedente: Raffaele se li aggiudicò tutti (Chiossetto compreso) al prezzo
di 55.540 lire, somma corrispondente a non meno di 10 milioni di
euro odierni. I Bono, originari del Lago Maggiore, si trasferirono ad Asti
all’inizio del diciottesimo secolo e nel 1755 acquistarono il Chiossetto
dal conte Carlo Giuseppe Antonio Gabutti di Bestagno, esponente della
famiglia all’epoca proprietaria di Palazzo Ottolenghi, acquistato a metà
Ottocento da Zaccaria Ottolenghi, altro bisnonno di Guido Artom.
Il Giornale d’Asti dell’abate Stefano Giuseppe Incisa dà notizia che nell’agosto
del 1789, mentre a Parigi infuriava la rivoluzione, Francesco Bernardino
Bono inaugurò solennemente al Chiossetto una cappella dedicata
alla Madonna del Buon Consiglio, con dipinti del rinomato pittore
Vincenzo Cavallero. Sulla facciata della cappella è tuttora presente la lapide in marmo posta quel giorno a ricordo dell’evento.
Passata agli Artom – che in precedenza già l’avevano affittata senza poterla acquistare a causa delle leggi che impedivano agli ebrei proprietà fuori dal ghetto – la villa è stata sopraelevata di un piano (il terzo con torretta) e ampliata su entrambi i lati, raggiungendo le imponenti dimensioni attuali.
A poca distanza, nell’attigua Valle San Pietro, altre facoltose famiglie ebraiche acquistarono importanti proprietà dopo il 1848: tra essi i Levi, poi Montalcini, tuttora proprietari della tenuta “Il Basinetto”, da
alcuni anni ristrutturata e trasformata in elegante location per convegni e feste nuziali.
Durante la Seconda Guerra Mondiale nella vicina villa Agnelli trovò rifugio, per qualche tempo, il futuro Premio Nobel Rita Levi Montalcini, spesso ospite proprio al Basinetto dove viveva sua sorella Anna, che aveva sposato Ulrico Montalcini.
Pur malandato com’è, il Chiossetto costituisce un autentico gioiello architettonico, oltre che un pezzo importante di storia astigiana. È triste vedere un simile patrimonio storico culturale così abbandonato e cadente.
Non risulta che sia neppure stato messo un vincolo architettonico,
storico e ambientale. Queste foto scuoteranno l’indifferenza?
Il portfolio completo delle immagini scattate al Chiossetto è sul sito
www.astigiani.it
La villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroLa villa del Chiosetto, sulla collina sopra corso Alba alle porte di Asti, come appare oggi, nelle foto di Giulio Morra. Il grande complesso, ceduto dagli Artom ad una società immobiliare, è in vendita e ha bisogno di urgenti restauri, sia nella parte abitativa che in quella agricola. C’è ancora la lapide citata dall’Incisa, la grande stalla, il viale d’ingresso, il parco e il bastione con il belvedere sulla valle del TanaroScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epocaScorci della villa del Chiossetto all’interno. Molte delle sale sono affrescate, ma negli anni preda di furti e di vandalismi. In alcuni punti il tetto è sfondato. Nel parco abbandonato resta la piattaforma dove sorgeva un grande gazebo in ferro battuto e sulle ringhiere dei balconi le tipiche “pigne” ornamentali dell’epoca
La copertina della prima edizione de “I giorni del mondo” edita da Longanesi nel 1981Una delle stanze della villa del Chiossetto come appare oggiGuido Artom con i fratelli maggiori in costume da Carnevale nel 1910.Il prozio e il padre dello scrittore. A sinistra Isacco Artom che ebbe un ruolo di primo piano nel Risorgimento come segretario di Cavour, poi diplomatico e primo senatore del Regno di origine ebraica. A destra Alessandro Artom, scienziato inventore del radiogoniometro. Asti gli ha dedicato l’Istituto tecnico industriale per peritiIl prozio e il padre dello scrittore. A sinistra Isacco Artom che ebbe un ruolo di primo piano nel Risorgimento come segretario di Cavour, poi diplomatico e primo senatore del Regno di origine ebraica. A destra Alessandro Artom, scienziato inventore del radiogoniometro. Asti gli ha dedicato l’Istituto tecnico industriale per peritiLa pagina de Il Cittadino dell’estate 1979 con il racconto dell’incontro al Chiossetto tra Guido Artom e l’autore di questo articolo e la dedica autografa di Artom a Gigi Florio su una copia de I giorni del mondo appena uscito nelle librerieLa pagina de Il Cittadino dell’estate 1979 con il racconto dell’incontro al Chiossetto tra Guido Artom e l’autore di questo articolo e la dedica autografa di Artom a Gigi Florio su una copia de I giorni del mondo appena uscito nelle librerieFesteggiamenti in piazza a Torino alla notizia della concessione dello Statuto nel 1848Zaccaria Ottolenghi, trisnonno di Artom. Banchiere e tra i promotori della costruzione del teatro AlfieriGuido Artom e la moglie incontrano Eduardo De FilippoLo scrittore nel suo studio. Sotto, le copertine del suo libro Napoleone è morto in Russia tradotto in inglese e russoLo scrittore nel suo studio. Sotto, le copertine del suo libro Napoleone è morto in Russia tradotto in inglese e russoL’ultimo mezzadro davanti all’ingresso del Chiossetto: Pietro Micca, detto Pierino, con la moglieMomenti della vita sociale e culturale di Artom. A sinistra con Alberto Mondadori, Valentino Bompiani Eugenio Montale e Nini Bompiani. Qui sopra con l’editore Valentino Bompiani e Indro Montanelli. A destra con la moglie Cristina Forges DavanzatiMomenti della vita sociale e culturale di Artom. A sinistra con Alberto Mondadori, Valentino Bompiani Eugenio Montale e Nini Bompiani. Qui sopra con l’editore Valentino Bompiani e Indro Montanelli. A destra con la moglie Cristina Forges DavanzatiMomenti della vita sociale e culturale di Artom. A sinistra con Alberto Mondadori, Valentino Bompiani Eugenio Montale e Nini Bompiani. Qui sopra con l’editore Valentino Bompiani e Indro Montanelli. A destra con la moglie Cristina Forges Davanzati
è nato ad Asti nel 1953. Fa l’avvocato da oltre trent’anni. è giornalista pubblicista, attività cui si è dedicato soprattutto negli anni giovanili. è stato assessore alla Cultura, sindaco di Asti e deputato al Parlamento europeo. È appassionato di motociclismo, sci e tennis, sport che pratica a livello dilettantistico. è sposato con Valeria ed è padre di Lorenzo e di Enea.
Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
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31 dicembre 2099. L’inviato di una televisione interstellare intervista uno degli ultimi “ragazzi del Covid”, nati all’inizio del secolo.
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