domenica 22 Marzo, 2026
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Cosi per sport

Vaccaro, Onesti, Nebiolo quegli astigiani alla guida dello sport italiano

Storie diverse con il comun denominatore della terra d’origine

Quale destino o congiunzione astrale hanno fatto dell’Astigiano il comun denominatore – per nascita e ascendenza – di tre straordinari dirigenti sportivi italiani del Novecento? Non è dato saperlo. Il fatto certo è che l’impetuoso sviluppo dello sport italiano nel secolo scorso ha avuto tra i fautori Giorgio Vaccaro, originario di San Marzanotto, Giulio Onesti, con radici a Incisa Scapaccino, e Primo Nebiolo, con famiglia di Scurzolengo.

Una coincidenza sorprendente se si tiene conto che il territorio astigiano non è quel che si dice uno scrigno dorato per lo sport di alto livello. Motivo sufficiente per conoscere meglio la storia di questi tre personaggi.

Giorgio Vaccaro da San Marzanotto a Roma Mondiali di calcio e Olimpiadi per dar gloria al regime

Giorgio Vaccaro (1892-1983)

San Marzanotto era ancora Comune quando Teresa Vallegiani, moglie di Vico Vaccaro, gentildonna della buona borghesia astigiana con abitazione in paese, diede alla luce, il 12 ottobre 1892, il primogenito Giorgio.

Non sarebbe rimasto a lungo a San Marzanotto il piccolo Vaccaro, benché la famiglia continuasse a soggiornarvi periodicamente, poiché il padre, insegnante di scuola media, fu trasferito a Roma e proprionella capitale si sviluppò la grande avventura di Giorgio.

Combattente con medaglia d’argento nella Prima guerra mondiale, aderì ben presto al Partito Nazionale Fascista, scalando rapidamente i gradi gerarchici della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale (Mvsn) di cui diventò Console generale e Luogotenente generale. Discreto praticante di ciclismo, scherma e pugilato, si occupò subito da dirigente del mondo dello sport, uno dei settori ritenuti strategici dal fascismo e dove a chi emergeva era garantita visibilità nazionale.

Dirigente della Lazio, già allora uno dei massimi centri di potere romani, dal 1926 fece parte del Consiglio della Federcalcio di cui fu presidente dal 1933 al 1942. Passò anche a presiedere nel ’28 la neocostituita Federazione del rugby. Pochi anni dopo, nel ’33, diventò Segretario generale del Coni e lo restò fino al 1939 quando venne designato a rappresentare l’Italia nel Comitato Olimpico Internazionale (Cio).

Un cursus honorum di altissimo profilo che lo vide, in veste di “primo organizzatore”, cogliere storiche affermazioni per atleti e squadre italiane alle Olimpiadi di Los Angeles (1932) e poi a Berlino (1936) e soprattutto i titoli Mondiali di calcio del 1934 e del 1938, cui si aggiunse quello olimpico del 1936, con la Nazionale guidata da un altro piemontese: Vittorio Pozzo.

Successi frutto di una politica sportiva che Vaccaro seppe gestire con notevoli capacità organizzative su più fronti. In quegli anni fu infatti avviata la costruzione di numerosi impianti in tutta Italia, vennero deliberati aiuti finanziari alle discipline olimpiche e si ridisegnò il sistema calcio, avviato a diventare professionistico.

Nel 1939, le cronache ricordano che Vaccaro tornò ad Asti per discutere con le autorità cittadine, podestà in testa, della sistemazione dell’allora nuovo stadio di via Petrarca (oggi “Censin Bosia”). Ma la sua attenzione era soprattutto su Roma, dove il regime voleva realizzare una “città sportiva” sul Tevere in previsione di una probabile edizione romana (1944) delle Olimpiadi.

La guerra cambiò drasticamente i piani e fece naufragare quei progetti. Con la caduta del fascismo il 25 Luglio 1943, Vaccaro non aderì alla Repubblica sociale italiana finendo comunque sotto processo durante le epurazioni.

Ne uscì prosciolto anche grazie – ecco gli incroci del destino – alla testimonianza di Giulio Onesti che generosamente dichiarò: «Il comportamento di Vaccaro è sempre andato contro qualsiasi interferenza politica nello sport». Uscì comunque dalla scena nazionale e vide le agognate Olimpiadi a Roma nel 1960 da spettatore. Morì a Roma il 23 settembre 1983. È sepolto nel cimitero di Finalborgo, in Liguria.

Giulio Onesti da Incisa rilancia lo sport nel Dopoguerra e si inventa il Totocalcio per finanziare il Coni

 

Giulio Onesti (1912-1981)

Successore di Vaccaro, al Coni e al Cio, Giulio Onesti era nato a Incisa Scapaccino il 4 gennaio 1912, figlio di Giuseppina Maria Coppa e di Lino, ingegnere “emigrato” nel 1917 a Roma con la famiglia. Ferito sul fronte jugoslavo nel 1941, tornò a Roma in convalescenza e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, trovò rifugio in Laterano, dove anni prima si era iscritto ai corsi dell’Università Pontificia.

Qui strinse amicizia con Pietro Nenni, anch’egli rifugiato in Laterano, e fu proprio il capo del Partito socialista che nel giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, lo indicò come l’uomo giusto per la reggenza del Coni e la liquidazione dell’ente ritenuto di stretta impronta fascista. Onesti cominciò a operare, sull’esempio di Enrico Mattei, con l’Agip, per conferire al Coni una veste del tutto rinnovata, conservandogli però il ruolo di unico punto di riferimento dello sport italiano e rendendolo il più possibile autonomo da qualsiasi ingerenza partitica.

Un faticoso lavoro di ricucitura che valse all’Italia la partecipazione, unica tra le nazioni uscite sconfitte dalla guerra, agli Europei di atletica di Oslo del 1946, e nel 1948 alle Olimpiadi invernali di St. Moritz e a quelle estive di Londra. Un successo reso possibile anche grazie a una sua intuizione: l’aver ottenuto sul finire del ’45, vista la soppressione di ogni contributo statale a favore del Coni, che l’ente fosse autorizzato all’esercizio di concorsi pronostici.

Nasceva così, gestito dalla Sisal, il Totocalcio, che avrebbe a lungo fornito un determinante sostegno all’intero sistema sportivo nazionale. Una “trovata” che gli valse la Presidenza effettiva del Coni, conservata fino al 1978, e la possibilità di procedere, in pressoché totale autonomia, all’opera di ammodernamentodel mondo dello sport.

Da una parte ottenne l’assegnazione dei Giochi Olimpici invernali del 1956 a Cortina d’Ampezzo e di quelli estivi del 1960 a Roma – un’edizione considerata l’ultima a “misura d’uomo” e la prima dell’era moderna – ma soprattutto promosse una lunga serie di realizzazioni di grande valore sportivo, agonistico e umano. Sintetizzando: l’approvazione della legge “50/50” per la ripartizione degli introiti del Totocalcio tra Coni e Stato, i Giochi della Gioventù, lo sport nella Scuola e nelle Forze Armate, l’Istituto di Medicina dello Sport, i Centri di preparazione olimpica, gli impianti sportivi (tra questi anche gli astigiani Palazzetto di via Gerbi e l’attiguo Campo scuola) e i Centri di avviamento allo sport. È morto l’11 dicembre 1981 a Roma.

Primo Nebiolo patron dell’atletica mondiale dal tamburello a Scurzolengo alle Universiadi

Primo Nebiolo (1923-1999)

Roma ’60, con lo straordinario oro del piemontese Livio Berruti sui 200 piani, aveva fatto scoprire agli italiani il fascino e la bellezza dell’atletica, ma a Torino c’era qualcuno che già da qualche anno se ne era reso pienamente conto: Primo Nebiolo, classe 1923, nato per la precisione il 14 luglio. Figlio di Secondo e Giuseppina Verrua, giunti da Scurzolengo a Torino per aprirvi una bottiglieria, il giovane Primo si era appassionato all’atletica e anche al tamburello quando tornava in vacanza a Scurzolengo.

Lo sport non gli impedì di proseguire negli studi, accelerati dopo la prematura scomparsa del padre con l’iscrizione a Giurisprudenza a soli 18 anni. Continuava comunque, a guerra già iniziata, a saltare in lungo al torinese Dlf, insieme a un certo Mike Bongiorno. Arruolato forzosamente nelle milizie della RSI nell’ottobre del ’43, riuscirà a scappare dalla caserma milanese per raggiungere Scurzolengo dove entrerà nella formazione partigiana guidata da Tek Tek (Luigi Acuto) e ci resterà fino alla Liberazione.

Tornato a Torino, riprese immediatamente contatto con gli ambienti universitari del capoluogo piemontese dando così inizio a una rapida carriera dirigenziale che lo vide eletto nel 1948, a soli 25 anni, presidente del riformato Cus Torino, trampolino di lancio nel mondo dell’organizzazione sportiva.

Sua fu infatti l’iniziativa di dar vita alla Fisu (Federazione Internazionale Sport Universitario), riuscendo nell’impresa di riunire gli enti di Paesi dell’Est e dell’Ovest, allora divisi dalla Cortina di ferro. Fu l’indispensabile premessa per l’organizzazione delle Universiadi, la cui prima edizione si svolse proprio a Torino nel 1959. Fu un successo straordinario che gli consentì, negli anni successivi, di entrare in contatto con uomini politici e dirigenti sportivi di tutto il mondo (da Gianni Agnelli a Paolo Giovanni II, da Henry Kissinger a Fidel Castro, da Bill Clinton a Nelson Mandela, per citarne solo alcuni). Diventato presidente della Fidal nel 1969, fu testimone e “padrino” delle grandi imprese di Sara Simeoni, Pietro Mennea, Alberto Cova e Gelindo Bordin.

Pose anche mano al superamento del concetto “amatoriale” di chi faceva atletica sostituendolo con quello del professionismo. Una vera rivoluzione copernicana che lo portò, grazie al carisma e alle indubbie capacità diplomatiche che ne favorirono l’elezione (1981) a presidente della Iaaf (l’organizzazione mondiale dell’atletica), ad organizzare i primi Campionati Mondiali della storia (Helsinki 1983), ripetuti con grande successo nel 1987 a Roma (dove furono protagonisti, in campo arbitrale, anche i giudici astigiani Gigi Bagnasco e Secondo Masoero).

Un grandissimo innovatore, dunque, le cui lungimiranti realizzazioni sono tuttora felicemente vitali (la Diamond League per tutte) a oltre vent’anni dalla morte, avvenuta a Roma il 7 novembre 1999. È sepolto nella tomba di famiglia a Scurzolengo.

l'autore dell'articolo

Paolo Monticone

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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