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Un barbiere e un cappellano cronisti non per caso

Michele Arri e Stefano Giuseppe Incisa raccontano l’eccezionale passaggio del 1805 ad Asti a due giorni di distanza di Papa Pio VII e di Napoleone

Capita molto raramente che le due massime figure di un determinato momento storico giungano in visita in una città a distanza di tempo ravvicinata; anzi, a un solo giorno l’uno dall’altro. Eppure è successo proprio ad Asti, nella primavera del 1805, quando in due giorni successivi vi fecero tappa, e vi pernottarono, papa Pio VII e Napoleone.
Ne abbiamo notizia, oltre che dalla storia ufficiale, dalle pagine di due cronisti locali, che furono entrambi testimoni oculari del duplice straordinario avvenimento.

Il primo, e meno noto, è Michele Arri, di professione barbiere. Nato ad Antignano nel 1769 e poi trasferitosi in città, Arri aveva una barberia nel borgo di Santa Maria Nuova «sulla strada detta dell’Ospedale». Dall’età di 36 anni tenne un diario che inizia quindi nel 1805 (proprio l’anno del passaggio per Asti del papa e di Napoleone) e prosegue fino alla morte del suo autore, nel 1849, con una interruzione tra il 1814 e il 1820. Il diario si trova ora nella Biblioteca del Seminario, dove fu probabilmente portato dal parroco di Santa Maria Nuova alla morte di Arri, e, come riferisce Giuseppe Crosa in Asti tra Sette e Ottocento (Se.Di.Co. Libraria ed.) e in un articolo su Il Platano (XIV), fu riscoperto non molti anni fa dall’allora direttore della Biblioteca, don Pietro Dacquino. Non è certo un’opera letteraria quella di Arri, che scrive in un linguaggio semplice e ingenuo, e spesso sgrammaticato (del resto a quel tempo era raro che un appartenente alle classi più umili sapesse leggere e scrivere), ma è importante perché è una testimonianza di prima mano che rispecchia il sentire del ceto più popolare della città.

Il secondo, ben più noto, è Stefano Giuseppe Incisa (1742-1819). Sacerdote, cappellano del Duomo, poi cerimoniere del Capitolo della Cattedrale, l’Incisa riportò nel suo Giornale di Asti tutti i fatti, piccoli e grandi, successi in città dal 1776 all’inizio del 1819. In tutto 46 volumi, uno per anno. Uomo mite e pacifico, Incisa non vedeva di buon occhio le novità politiche del tempo e nel volume del 1800 ricorda come all’arrivo ad Asti dei francesi vittoriosi a Marengo dovette fuggire per paura di rappresaglie da parte dei patrioti locali.
Il pontefice (Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti, benedettino, papa dal 1800 al 1823) era già passato da Asti pochi mesi prima, il 12 novembre 1804, nel suo viaggio di andata a Parigi, per assistere all’incoronazione di Napoleone a imperatore. Quella volta fu accolto dal vescovo e dalle autorità cittadine ad Annone, e ad Asti fu ospitato a palazzo Roero di Monteu, da dove ripartì nel primo pomeriggio, dopo aver mangiato, ci viene detto, due uova, una trota e insalata.

Questa volta papa Pio VII, di ritorno da Parigi, giunse ad Asti nel pomeriggio del 27 aprile. Fu accolto dalle autorità cittadine e dal popolo alla Porta Sant’Antonio (oggi porta Torino) e andò in Cattedrale: ad attenderlo il vescovo Gattinara, che era stato con lui in Francia, da dove era appena tornato. Dopo la Messa, Pio VII fu accompagnato in Vescovado e qui ricevette in udienza prima i funzionari della prefettura, poi il clero, i militari, le suore, le confraternite e gruppi di laici. Il giorno dopo ancora una funzione religiosa in Cattedrale, quindi ritorno in Vescovado, nuove udienze e partenza verso Alessandria. Il tutto senza particolari apparati, al fine di non creare casi diplomatici con Napoleone, atteso per il giorno successivo.

Papa Pio VII, al secolo Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti, fu in carica dal 1800 al 1823

Il ritratto di Pio VII è così tratteggiato dall’Incisa: «Ha 68 anni, statura mezzana, faccia tonda, colore alquanto oscuro, capigliatura alquanto riccia, occhi vivaci, tratto affabile e aria dolce, spirante santità». E Arri, nella sua prosa sgrammaticata: «Alli 27 aprile: di mattina bello sole e vi è gionto Sua Santità a 4 ore e mezzo dopo mesodì alogiato nel Vescovado di Sua Eccellenza Gattinara, è andato a piedi alla Cattedrale a dire messa…». Con lui, dice Arri, «circa venti cardinali con venti carosse o sia viture […] è partito alle ore 10 tre quarti». Intende del giorno dopo, il 28 di aprile.

Per inciso va ricordato che quel papa passerà da Asti altre due volte: l’11 giugno 1812, alle quattro del mattino, seguito da due sole carrozze, dopo che Napoleone aveva ordinato il trasferimento del pontefice, prigioniero, da Savona a Fontainebleau. E ancora il 19 maggio 1815, ormai caduto Napoleone, nel trasferimento da Torino (dove era stato durante i 100 giorni) a Roma. Fu in questa occasione che il Pontefice pernottò a palazzo Ottolenghi.
Partito il papa, fu la volta di Napoleone, che giunse in città il 29, nel suo viaggio alla volta di Milano, capitale del neonato Regno d’Italia (dal marzo la Repubblica Italiana era stata trasformata in Regno), per prendere parte alla cerimonia di incoronazione del figliastro Eugenio Beauharnais, ventiquattrenne, che Napoleone aveva nominato viceré.
Così scrive il barbiere Arri: «Alli 29 limperatore vi è gionto a ore 4 e dopo essere stato di riposo un’ora è gionto sopra un cavallo bianco piccolino, è partito dalla porta di San Pietro e andò al tanaro, poi alla Certosa poi intorno alla città e entrò per porta San Quirico vicino al quartiere delli Vaterani poi passò per la piazza darme e va in castello e va a casa in termine di tre quarti d’ora […] alli 30: l’imperatore restò in palazzo (Mazzetti, ndr) per ricevere tutti li corpi legislativi, tutti li meri (da Maires, sindaci, ndr) tutti li parrochi […] al primo di maggio: sole e vi è partito».

Napoleone ai sindaci: “Basta ruberie o vi taglio il collo”

Più dettagliatamente Incisa racconta che Napoleone giunse in città alle 15.30 e fu ospitato a Palazzo Mazzetti. Ma poco dopo uscì a cavallo per compiere un giro della città. «Voltò a dritta del palazzo – scrive il cronista in una prosa che ben rende l’attivismo dell’imperatore – fino alla contrada che tra il palazzo e S. Anastasio va in castello; qui, inteso che la fabbrica indicata era il Seminario, voltò a dritta per la contrada tra il Vescovado e le Orfane, si portò in contrada maestra e, voltando a sinistra, andò a gran passo, dritto dritto, alla porta di San Pietro, di dove uscito, andò al Tanaro indi ripiegò verso la Certosa, attraversando campi e prati, e infilata la strada vicino alle mura, andò per valle Brenta dietro al castello e girò fino alla porta S. Antonio e continuò a quella di S. Secondo, e proseguì a quella di S. Quirico; a briglia sciolta attraversò il borgo di S. Quirico, le piazze del vino e delle erbe, voltò per la destra alla piazza del Santo, poi per la contrada del Turinetto andò alla piazza del Quartier Nuovo, di qui alla piazza d’Armi, dove si fermò un momento a guardare, e veduto un soldato dei veterani gli domandò dove era stato ferito; indi ripigliò la sua corsa per la contrada maestra alla confraternita dell’Annunziata e voltando a destra andò al Castello dove fece tirare tre colpi di cannone. Intanto montò sul ramparo, discese veloce dal Castello, voltò alla destra fino alla chiesa della Maddalena, di qui per diritto discese alla contra della Piuma d’Oro, dove, voltando a dritta venne alla piazza del Duomo e avendo inteso che quella chiesa era la Cattedrale, passando davanti alla porta laterale, si levò il cappello, continuando subito il viaggio per la contrada che da detta piazza va al Carmine, e giunto in contrada maestra, vicino alla chiesa di Sant’Agnese, voltò a sinistra fino a Sant’Anastasio e, per la contrada Roero, fino a piazza San Martino, e giunto alla contrada detta della Lesa voltò a sinistra e a gran galoppo andò al palazzo del suo alloggio, di dove non uscì più fino alla partenza».

Il generale Napoleone Bonaparte in un ritratto di Edouard Detaille, passò da Asti diretto a Milano per l’incoronazione a viceré d’Italia di suo figliastro Eugenio Beauharnais

Più avanti l’Incisa riporta anche una parte del discorso che Napoleone rivolse ai sindaci: «Vi è una strada ampia e bella, ai cui lati vi sono fossi: chi cammina senza declinare né a destra né a sinistra va bene: ma se qualcuno mette fuori il braccio io glielo taglio […] So che in tempo di guerra vi furono grandi ruberie, che purtroppo in tale tempo sono inevitabili, ma se ora, in tempo di pace, ve ne saranno ancora, io vi taglio il collo!». L’Incisa, che lo vide da vicino, lo presenta così: «Io l’ho visto pochi passi lontano. Ha statura mezzana, faccia giallastra e abbronzata, occhi sempre in moto che non pare tranquillo, chioma cortissima che in fronte scende a ciuffo, aria così tetra e rabbuffata da incutere paura, cosicché se a me venisse di trovarmi solo, in una strada rimota ad ora pericolosa, mi farei il segno della croce e a Dio mi raccomanderei».

Asti accolse freddamente l’Imperatore, diretto a Milano

L’iconografia ci ha tramandato un’immagine austera di Napoleone, spesso con la mano aderente allo stomaco, si dice per i primi sintomi di quel male che nel 1821 l’avrebbe portato alla morte. Incisa ce lo descrive in modo molto meno solenne: «Parla male l’italiano benché corso, va ordinariamente vestito assai succinto con cappello di poco valore e calzoni molto alti, con le mani quasi sempre dentro di essi, sconciamente». Una curiosità: il sindaco del tempo, Raimondo Pelletta, aveva ordinato per l’illustre ospite un pranzo a base di pesce: due trote, quattro anguille, due luzzi del Tanaro. Ma evidentemente qualcuno aveva sbagliato i calcoli e quando Napoleone arrivò quei pesci erano già in cattivo stato di conservazione. Per recuperare le spese si fece una lotteria di 500 biglietti a 25 soldi ciascuno, con sette estrazioni.

L’incoronazione di Napoleone nel dipinto ad olio su tela realizzato tra il 1805 e il 1807 dal pittore Jacques-Louis David, conservato al Louvre di Parigi

Pare che, a differenza del Papa, Napoleone non sia stato accolto dalla popolazione astigiana con particolari segni di giubilo. Tra quanti accorsero a Bricco Fassio per il suo arrivo nessuno gridò «Viva l’imperatore» e quella galoppata folle per il centro città descritta dall’Incisa potrebbe essere stata un modo per sfogare il malumore del grande corso. E chi sa, commenta Crosa, che a ciò sia legata anche la soppressione, avvenuta il successivo 12 giugno, del dipartimento del Tanaro con la conseguente decadenza di Asti a capoluogo di circondario. Ma, come per il papa, questa non fu la sola visita di Napoleone ad Asti; vi tornò il 26 dicembre 1807, nuovamente nel corso di un viaggio a Milano. Con lui questa volta c’era anche Gioacchino Murat.

Le Schede


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