lunedì 5 Ottobre, 2026
HomeMemorie a tavolaSelvatiche e appetitose ecco le erbe di campo da raccogliere e cucinare
Memorie a Tavola

Selvatiche e appetitose ecco le erbe di campo da raccogliere e cucinare

Alla ricerca di sarsèt, pisacàn e non solo

Chissà se nel negozietto di madama Beligambi, tra ceste di cavoli e patate, sedani e indivie, si vendevano in questa stagione sarsèt e pisacàn, lavertìn e barbacuc… Chi era la Beligambi? Una donnina sempre vestita di nero con una gran corona di riccioli bianchi, stando ai ricordi di Gianfranco Monaca che, nel suo volume San Secondo dei mercanti, suppone che il soprannome le derivasse da trascorse avvenenze. 

Piazza delle erbe, oggi piazza Statuto, a metà Ottocento

 

Teneva bottega all’inizio di via Garetti, quasi di fronte al negozio che per decenni si chiamò Alle sette porte. In lei e nella sua mercanzia si materializzava la memoria del mercato delle erbe della vicina piazza Statuto, che cominciò a chiamarsi così a partire dalla delibera del Consiglio comunale del 1898.

Prima, come in molte città del nord Italia, era “Piazza delle erbe”: ampia e suddivisa in zone – ciascuna delle quali era adibita a un particolare tipo di merce – a fare quasi un tutt’uno con la piazza del Santo, anch’essa sede di mercato. Si deve fare uno sforzo di immaginazione e demolire con la mente il palazzone dell’Ina (edificato nel 1939 sul sedime del Canton del Santo, raso al suolo) per aprire la visuale sullo spazio articolato che per molto tempo comprese la Piazza delle erbe vera e propria, adibita al mercato delle ortaglie e del fieno, e a sud, verso via Cavour, un’altra piazza che via via prese denominazioni diverse: piazza dei porci, piazza delle uve e, nell’Ottocento, piazza del Moro, dall’albergo omonimo che vi si trovava.

Non occorre la fantasia, invece, per sgombrare la piazza da altri edifici: non esistono più sia l’isolotto di fabbricati sul lato ovest adibiti a botteghe sia il successivo mercato coperto in stile liberty edificato dal Comune nel 1904 e abbattuto agli inizi degli Anni Quaranta, forse anche per dare “ferro alla Patria” in vista della guerra.  

Ma torniamo agli erbaggi, e restringiamo il campo alle erbe spontanee di primavera. Sono tantissime, tant’è vero che nelle nostre campagne si usava dire Tuta r’erba c’ausa a testa r’è bun-a per fé ra mnestra. Ma si sa, le nostre progenitrici cercavano di utilizzare proprio tutto (bellissimo un altro proverbio: Tut ven a taj, fin-a r’ungi da plé r’aj) e più che altro avevano l’esperienza per riconoscere le erbe migliori tra i filari delle vigne, nei campi a riposo, nei prati, persino sul bordo dei fossi. 

E se oggi trascuriamo, per esempio, la piantaggine (lenga ’d can), la porcellana, la cicoria selvatica (quella che in stagione eleva dei bei fiori azzurri), la parietaria (s-ciapa pere) o la salvia dei prati (il busom, con le sue estive e vistose infiorescenze viola), tutte commestibili, acquistiamo volentieri i sarsèt (valerianella), i pisacàn (tarassaco), le rusèle (dette anche beledone, dünette, sùrcure: sono le giovani rosette basali del papavero comune) e, più avanti, le punte di ortica o un bel mazzo di germogli di luppolo, i prelibati lavertìn (lüvertìn, livertis, loartis, vertis…). Se li troviamo, ovviamente.

Vale la pena di fare un giro in piazza Catena, anche se meno ricca di banchi rispetto a qualche anno fa, per trovare qualche contadina che ancora li propone. Con alcune erbe – le prime due – faremo un’insalatina, magari mescolandovi qualche foglia di rucola selvatica, fettine di cipollotto novello e spicchi di uova sode, irrinunciabili; le altre erbe necessitano di cottura e sono speciali per una frittata, un risotto oppure, lessate e ripassate nel burro, per un semplice contorno.

L’alternativa, se non troviamo erbe selvatiche al mercato, è di andarle a cercare, magari in compagnia di una nonna che le conosce, prestando attenzione a certe specie meno conosciute ma altrettanto buone da aggiungere alla nostra insalata: la laciüva o laciüa (Lactuga serriola, dalle foglie lanceolate e leggermente dentellate), lo scarseu o lacèt (Sonchus arvensis, grespino: rosetta basale con foglie lievemente pungenti, comunissimo ovunque), il cujèt (detto anche s-ciupèt e sgrüzèt). Appartiene, quest’ultimo, alla famiglia delle Silene di cui spiccheremo l’apice, costituito da foglioline verde brillante; con una buona quantità, avremo un eccellente contorno stufando le cimette in poco olio e un goccio d’acqua. 

Se il raccolto di erbe è stato buono e vario, diamo retta al suggerimento dell’avvocato Goria: prepariamo un risotto verde, bagnando il riso con uno spesso brodo ricavato dalla cottura degli erbaggi, tritati, ripassati al burro con porro, aglietto, sedano e qualche erba aromatica. E perché non provare i friciulin?

 

La Scheda

GLI AUTORI DELL'ARTICOLO

Paola Gho e Giovanni Ruffa
Latest posts by Paola Gho e Giovanni Ruffa (see all)

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

3,917Mi PiaceLike
0FollowerFollow
0IscrittiSubscribe

GLI ULTIMI ARTICOLI CARICATI

IN EVIDENZA

La Collina di Spoon River – dicembre 2021

Piero Ghia 10 settembre 1947-17 settembre 2021 Ingegnere, animatore culturale   C’è ancora chi crede che un ingegnere sia solo un tecnico? Se mi avesse conosciuto cambierebbe...

Lettera a un amico che non vedo da 10 anni

Caro Punti, ricordo bene quel sabato pomeriggio di dieci anni fa quando ci hai lasciati. Tra i tuoi amici qualcuno sapeva che la tua salute stava...

Fidia Gambetti giornalista, poeta e fascista anomalo

Se non fosse per la citazione che ne fa Davide Lajolo ne Il voltagabbana, di Fidia Gambetti ad Asti non sarebbe rimasta memoria. Nato nel...

Freschi di stampa

Il pane e il sangue di Ezio Fattiboni, edizione araba Fenice, 2a edizione 2021, 366 pp., 20 euro In questo romanzo storico ambientato in terre...

Un drappo celato nella Repubblica Astese

È una storia tutta astigiana, ambientata tra presente e passato della città di Asti, quella raccontata da Stefano Borgo, commissario della Polizia Municipale, al...

Fenoglio e Revelli, così non li conoscevamo

Scorrevole e di facile lettura, il volume raccoglie aspetti meno conosciuti della vita di autori vissuti tra Langhe e Monferrato, come Beppe Fenoglio (grazie...

Una macabra vacanza a Rocca d’Arazzo

Il romanzo nasce da esperienze e studi dell’autrice, astigiana, conditi con una buona dose di fantasia. Il Commissario Aurelio Baldanzi viene sconvolto dall’improvvisa scomparsa di...

La bicicletta e la lotta, vita di Ermete mezzadro

Fortunato Tuttobene – ovvero Franco Testore, medico astigiano appassionato di musica e scrittura - racconta la vita del mezzadro Ermete dall’infanzia alla vecchiaia, ambientandola...

CONTRIBUISCI A QUESTO ARTICOLO

INVIA IL TUO CONTRIBUTO

Hai un contributo originale che potrebbe arricchire questo articolo? Invialo ora, saremo lieti di trovargli lo spazio che merita.

TAG CLOUD GLOBALE

TAG CLOUD GLOBALE
INVIA IL TUO CONTRIBUTO

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE