lunedì 24 Giugno, 2024
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Se ci penso

La sala operatoria era la seconda casa del professor “Sorriso”

Il primario che arrivava ogni giorno a piedi nel vecchio ospedale di Via Botallo.

C’era chi lo chiamava il professor Sorriso. Lo sentii per la prima volta da un ricoverato nella stanza grande, quella a 8 letti del vecchio ospedale di Asti, da troppo tempo lasciato alle erbacce, dopo secoli di onorata attività. Me lo ricordo bene quel signore, massiccio, quando con la sua bocca bisognosa di lavori dentistici che non poteva permettersi mi suggerì, mentre visitavo un vicino di letto con un dito gonfio: «Dottò, sarà una “gistra”. Prego?
Massì, una gistra, quella che drentro tiene il “pulso”».
E quando toccò a lui esser visitato ammiccò: «Io songo amico del professore Sorriso, che è mio cliente. Canosce?»

Lo rividi dopo qualche tempo, il paziente del letto 12, mentre armeggiava, al freddo, intorno a una rudimentale stufa e offriva caldarroste in cartocci di carta, a pochi metri dal portico di Moncalvo, la città natale del professor Sorisio. Mi servì senza guardarmi negli occhi, non so se per abitudine o per pudore, le spalle curve rivolte agli eleganti negozi della piazza.

Il “professore Sorriso” operava, anche nel senso letterale del termine, al reparto di chirurgia. Medico, e primario alla vecchia maniera, non c’era sera che non lasciasse la sua abitazione, nella zona est della città, e non inforcasse a piedi corso Alfieri, destinazione ospedale.

Attraversava il cortile attento ai convenevoli di qualche dipendente o parente di ricoverati, saliva le scale rasentando la ringhiera e percorreva con una certa maestosa noncuranza il reparto, su, al primo piano, sapendo che il personale lo avrebbe salutato e informato di eventuali problemi. Superato l’angolo del corridoio, lanciava uno sguardo alla porta a vetri delle sala operatoria. Se tutto era spento, girava sui tacchi e spariva silenziosamente come era apparso; altrimenti, così com’era, con cappotto cappello e ombrello nei mesi freddi, entrava a verificare, fidandosi della definizione di sterilità automatica dei primari.

D’altra parte la sala chirurgica era il suo regno. Si lavava a lungo le mani prima di iniziare a operare, strofinandole con una dura spazzola, con ostinazione, quasi dolorosamente. Le stesse dita ancora guantate che introduceva in addomi e toraci le lavava sotto il rubinetto, e le usava per scrivere o portare alla bocca l’immancabile grissino.

Il professor Sorisio (a sinistra) durante un intervento

 

Si narra che, quando alla sua divisione chirurgica ne fu affiancata un’altra (le vie della moltiplicazione dei posti di comando nella nostra nazione sono infinite), abbia portato in giro per la città il collega-rivale primario, Amos Luzzatto. A ogni persona che incrociavano, conosciuta o ignota, il nostro puntava lo sguardo in fronte, accennando un saluto, ricevendone molti buongiorno e un buon numero di «salve professore». Sino a quando il suo accompagnatore-collega non uscì con un «ma qui la conoscono tutti! », a cui volle replicare con una leggera alzata di spalle.

Ricordo quando, da giovane medico in Pronto Soccorso, dovetti occuparmi del figlio di un amico, notissimo autotrasportatore, quasi scotennato a seguito del ribaltamento del mezzo su cui viaggiava. Lavai e disinfettai l’amplissima ferita circolare, preparai il campo sterile, apposi i primi punti profondi di ancoraggio del sottocute. A quel punto si aprì la porta e arrivò il prof., mani in tasca e ombrello sgocciolante. Afferrò senza preamboli il lembo di cuoio capelluto, lo ribaltò, si fece un’idea del danno e mi sussurrò un «fai pure», che in quel momento non gradii, incerto se mollargli uno schiaffo o stringere le mascelle e tacere. Optai per la seconda, pensando a mia volta che tanto «i primari sono sterili per definizione». Al di là di certe confidenze professionali mediate dall’esperienza, era un “grande”, capace di operare indefessamente, dando esempi di abilità e di affezione al suo lavoro da cui trassero ispirazione ed esempio molti colleghi della mia generazione.

Finì la sua epoca, perché l’età della pensione avanzò inesorabile anche per lui. Per un po’ continuò i suoi pellegrinaggi in ospedale, dapprima in reparto, poi, pudicamente, in cortile, alla ricerca di qualche saluto, o di un ringraziamento in più. E venne il tempo in cui il vecchio convento che seppe ospitare al meglio il nostro nosocomio fu chiuso…

Ora il professor Sorriso ci ha salutati, quasi all’unisono con l’amata moglie, e non percorre più corso Alfieri, non gira ancora sull’angolo della chiesa di Santa Maria Nuova costeggiando il muro in mattoni a vista verso l’ingresso carraio di via Botallo.

Anche il suo regno, proteiforme per le modifiche e le aggiunte architettoniche, tutte rigorosamente disarmoniche rispetto al magnifico palazzo conventuale, non esiste più, corroso dall’umidità e dalla ruggine, insozzato dagli escrementi dei colombi e dall’avidità bestiale dei vandali. So però che il corpulento signore dallo strano idioma meridionale e le sue caldarroste, ogni tanto, fanno la loro comparsa sul piazzale moncalvese, lassù, quasi davanti al teatro comunale. Se avrete voglia di chiedergli se conosceva il professore, sono sicuro che gli strapperete un sorriso con la “S” maiuscola.

Le schede

 

L’AUTORE DELL’ARTICOLO

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