sabato 26 Novembre, 2022
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Passato Remoto

Salvato il messale del tesoro di San Bartolomeo

L’atmosfera era un po’ da Il nome della rosa. L’abbazia di San Bartolomeo custodiva una biblioteca a uso del monastero e un «salone dei libri degno di una reggia», di cui parla Nicolao Cuniberti nel suo I monasteri del Piemonte. Era questo salone a ospitare manoscritti e pergamene antiche.

L’atmosfera era un po’ da Il nome della rosa. L’abbazia di San Bartolomeo custodiva una biblioteca a uso del monastero e un «salone dei libri degno di una reggia», di cui parla Nicolao Cuniberti nel suo I monasteri del Piemonte. Era questo salone a ospitare manoscritti e pergamene antiche. Forse proprio lì era custodito il volume più prezioso giunto fino a noi e proveniente da Azzano: il famoso Messale, conservato e schedato alla biblioteca del Seminario di Asti come Manoscritto VI 1-2.

È la muta testimonianza dello splendore dell’abbazia. Si tratta di un messale completo, contenente le messe per tutto l’anno liturgico e quelle dei santi. Sul codice non è presente alcuna data riconducibile al periodo della sua compilazione, ma la parte più antica e corposa, dall’analisi paleografica, è riconducibile a un periodo compreso tra la seconda metà e la fine del XII secolo. Alcune sezioni interne al codice sono invece un’opera di restauro del XIV secolo. In 93 delle 294 carte (pagine) di cui è composto è presente musica ancora perfettamente leggibile dal punto di vista melodico.

Ecco il messale di 294 pagine custodito nelle Biblioteca del Seminario di Asti. Si presenta con una rilegatura in cartone dei primi dell’800. A volume aperto misura 41 centimetri di altezza e 60 di larghezza; lo spessore del dorso è di 8 centimetri. Su di esso si trovano, inoltre, cinque decorazioni orizzontali e la scritta impressa a oro “Missale Antiquum”. Il volume è stato esposto nel 2006 all’Abbazia della Novalesa in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

La storia di questo messale è complessa e affascinante. Alla biblioteca toccò la stessa sorte degli altri beni dell’abbazia: fu smembrata, con la conseguente dispersione dei libri. Solo 19 di questi si trovano oggi nella biblioteca del Seminario. Sei portano nelle prime pagine l’annotazione «ex libris canonici Veiluva». Ciò significa che, prima di raggiungere la biblioteca del Seminario, questi volumi sono stati in possesso di un certo canonico Benedetto Veiluva, ordinato sacerdote, secondo i registri del Seminario, il 17 dicembre 1785, che vi pose il suo sigillo.

Anche il messale di Azzano era fra questi sei codici. Il volume appare discretamente conservato soprattutto nel suo corpo centrale. Come per tutti i manoscritti antichi, le prime e le ultime carte sono considerevolmente danneggiate. Non esiste più la legatura medievale, che doveva essere in legno. Oggi si presenta con una rilegatura in cartone dei primi dell’800. Il rivestimento in carta è marrone a spruzzo nero, gli angoli e il dorso sono in pelle. Su di esso si trovano, inoltre, cinque decorazioni orizzontali e la scritta impressa a oro «Missale antiquum».

Ecco il messale di 294 pagine custodito nelle Biblioteca del Seminario di Asti. Si presenta con una rilegatura in cartone dei primi dell’800. A volume aperto misura 41 centimetri di altezza e 60 di larghezza; lo spessore del dorso è di 8 centimetri. Su di esso si trovano, inoltre, cinque decorazioni orizzontali e la scritta impressa a oro “Missale Antiquum”. Il volume è stato esposto nel 2006 all’Abbazia della Novalesa in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

Un errore postumo di impaginazione di chi non conosceva il latino e la liturgia

È certo che questa legatura venne fatta quando il manoscritto aveva già lasciato il monastero di Azzano. Anche perché chi se ne occupò, dopo aver smembrato il codice, commise un errore di impaginazione. Di fatto cambiò la posizione delle pagine. Il disordine in particolare è localizzato alla fine del manoscritto, mentre l’ultimo fascicolo è impaginato correttamente.

Il legatore forse non conosceva né il latino, né la liturgia, quindi non poteva essere un monaco benedettino di Azzano. Se il contenuto del codice è unitario, cioè si tratta di un messale plenario completo, nei 39 fascicoli di cui è composto si possono riconoscere tre diversi momenti di stesura. Due riguardano la nascita del manoscritto e sono pressappoco coevi (seconda metà XII sec.), il terzo si riferisce all’opera di restauro del volume avvenuta nel XIV secolo.

Capolettera “I” con figura, XII sec., p. 33

La parte più antica, che troviamo tra le pagine 25 e 118, risale alla seconda metà del secolo XII e presenta il testo disposto su due colonne e vergato in “minuscola di transizione”, di caratteristiche intermedie tra la scrittura carolina e quella gotica. A questa sezione, particolarmente curata, lavorarono contemporaneamente due amanuensi e i due notatori della musica, dividendosi equamente la fatica. Il miniatore che si occupò delle decorazioni, disegnò motivi a intreccio raffiguranti animali e piante.

Vi sono anche due figurette umane in posizione eretta, iniziali della lettera “I”. Il progetto iniziale di compilazione dell’intero manoscritto doveva essere grandioso. Il messale costituisce una novità per l’epoca, in quanto si presenta come la fusione di quattro testi liturgici: sacramentario, antifonario, evangelario, epistolario.

Parte musicale del 2° notatore, sec. XII, p. 105

Gli stadi di sviluppo di questo libro liturgico che conteneva tutti i testi e i canti per la messa si viene a delineare proprio nel XII secolo. Il «Missale antiquum» porta in sé il tentativo di fissare le caratteristiche del nuovo libro. Non è da escludere neppure la possibilità che il messale sia stato commissionato da qualcuno o che si intendesse fare un regalo importante, dandogli le caratteristiche non di testo “ad usum monasterii”, ma come volume di pregio. Venuta meno, per motivi a noi sconosciuti, questa necessità, dalla pagina 119 alla 244 il messale fu composto per l’utilizzo giornaliero durante la celebrazione delle messe.

Parte musicale del primo notatore, sec. XII, p. 39

A darci questa certezza è la seconda sezione, redatta interamente da un solo copista. Tra la prima e la seconda sezione non ci sono perdite di testo, chi scrive parte esattamente da dove era stato interrotto il lavoro dei due precedenti amanuensi. Questa sezione sempre in minuscola di transizione è coeva o forse di poco posteriore alla prima (fine XII secolo) e, viste alcune differenze nell’impianto, è probabile che sia stata copiata da un altro archetipo.

Ciò che appare subito evidente è la caduta di stile. L’amanuense riduce sensibilmente il suo lavoro: via i capilettera decorati, via la musica, via i vangeli e le letture. Insomma, diremmo oggi, si va verso l’edizione economica.

La sezione databile al XIV secolo è presente all’inizio, al centro e alla fine del codice. Il copista è uno solo e scrive anch’egli su due colonne in “gotica rotunda”, mentre un miniaturista si occupa di decorare a filigrana tutte le iniziali con due colorazioni: lettera blu con filigrana rossa e lettera rossa con filigrana color seppia. Si trovano anche tre lettere finemente miniate: a carta 9 la lettera E, e a carta 94 le lettere P e V.

Capolettera miniato “V” sec. XIV, Cristo benedicente p. 94

La ragione dell’intervento avvenuto nel 1300 è chiara: l’amanuense deve restaurare un codice logoro e antiquato, in uso da ben duecento anni. E lo fa in modo preciso. Tra le carte 1 e 24 inserisce un calendario e riscrive le messe dell’avvento probabilmente molto deteriorate. Tra le carte 86 e 94 riunisce tutte le preghiere dell’“Ordo missae”. Sostituisce nuovamente una cinquantina di pagine alla fine del codice, anch’esse probabilmente deteriorate, e ne approfitta per aggiungere alcune messe di santi e le messe votive.

Così restaurato il messale sarà ancora utilizzato per qualche secolo. Anche in questo caso il copista dell’epoca interviene in modo preciso, senza sovrapposizioni di contenuto o perdita di testo. L’unico foglio mancante di tutto il codice, insieme ad una pagina del calendario, è quello successivo alla pagina 94. È opera del copista restauratore del XIV secolo e del suo miniaturista. Conteneva “Te igitur”, “Memento” e parte del “Communicantes”. La pagina era miniata, secondo la consuetudine dell’epoca. Qualcuno, venuto in possesso del libro, dopo il saccheggio della biblioteca, decise probabilmente di tagliare il foglio per farne forse un quadretto.

Capolettera “S” intrecciato, sec. XII, p. 41

Il “Missale antiquum” fu usato assiduamente: dallo studio delle annotazioni a margine, tredici mani diverse risultano aver aggiunto formule di preghiera che nel corso dei secoli variavano. Semplici incipit come promemoria per il celebrante, oppure annotazioni di rimando ad altri libri liturgici. L’annotazione più interessante è quella che si trova intorno a tutto il margine delle carte 169 e 170 in cui si legge una “Passio” di San Secondo databile al XV secolo. Questa annotazione, come altre databili sempre al XV secolo, ci confermano quindi che il messale è stato utilizzato almeno fino al secolo successivo al suo restauro. Resta il mistero.

Questo messale è stato redatto ad Azzano? L’opinione più diffusa lo vuole “in dotazione” al monastero benedettino, ma non è sufficiente riferirsi alla lista dei codici provenienti da san Bartolomeo, secondo le schede bibliografiche del Seminario, per averne la certezza. Tale indicazione si riferisce al 1800, cioè sette secoli dopo la prima stesura del codice.

Manca una pagina miniata finita forse in un quadretto

Purtroppo solo i quattro copisti principali avrebbero potuto allontanare ogni dubbio, ma nessuno di loro si preoccupò di precisare data, luogo e ragione della propria fatica, in modo da lasciarci la certezza sulla nascita del manoscritto e sull’eventuale destinatario dell’opera.

L’unica opportunità per fare un’ipotesi sul luogo di compilazione e di utilizzo del messale è trovare riferimenti a santi che siano riconducibili alla città di Asti e ancora più precisamente al monastero di Azzano. Gli indizi, però, devono essere presenti nel testo delle colonne, vergati da uno dei quattro copisti principali. Tutto ciò che è presente come annotazione a margine delle colonne può informarci sul luogo di utilizzo del manoscritto, ma non sullo scriptorium in cui nacque.

La citazione della Passione di San Secondo

La certezza, infatti, che il codice era sicuramente in uso nel monastero di san Bartolomeo ce la dà lo sconosciuto autore di una preghiera a san Bartolomeo, scritta a margine di carta 229, in gotica rotunda della fine del XIV secolo. «Gaudeamus omnes in domino, diem festium celebrantes, beati Bartholomei apostoli, qui pro Christi nomine subiens mortem, angelicis choris ad esse meruiti consors cum quibus glorie sempiterne possidet triunphatorem deum» (Rallegriamoci tutti in Dio, celebrando il giorno della festa del beato Bartolomeo apostolo, che in nome di Cristo subì la morte, merita di essere compagno ai cori degli angeli nella cui gloria eterna, comprese il trionfo di Dio).

La semplicità e la grossolanità del testo ne denunciano una composizione libera e spontanea, avvenuta certamente nel monastero di Azzano proprio nel XIV secolo. Una delle prove di maggior peso sulle origini astigiane del codice si trova a carta 96. È la preghiera “Libera nos” in cui ci si rivolge alla vergine, ai santi Pietro e Paolo e a tutto un elenco di altri santi per chiedere protezione e intercessione.

Alla fine della lista si legge “atque Sucundo martyre tuo”. Il riferimento a San Secondo viene posto intenzionalmente dopo gli altri santi, vergato in colonna proprio dalla mano del terzo amanuense che lavorò al codice alla fine del XII secolo.

La passione di San Secondo, vergata dal terzo amanuense che lavorò al codice, fine XII secolo

Ma se San Secondo è sufficiente per dirci che il manoscritto è di Asti, è necessario ritrovare nel calendario e nella preghiera eucaristica la presenza di san Benedetto e di san Bartolomeo. Il calendario e la preghiera coincidono: due sono le messe a san Benedetto e due quelle dedicate a san Bartolomeo.

Fermando qui la nostra analisi, questi due elementi basterebbero per avallare la tesi sulla nascita del codice non solo in un monastero benedettino, ma proprio in quello di san Bartolomeo di Azzano. Ma non si spiega come i due santi, Benedetto e Bartolomeo, non siano neppure indicati nella lista di santi. L’ultima possibilità sarebbe stato poter leggere la famosa unica carta mancante del codice.

Ecco come avrebbe potuto essere oggi l’Abbazia di Azzano. La fotografia è dell’abbazia benedettina coeva di Santa Giustina a Praglia nei colli Euganei in Veneto

Nel foglio successivo a carta 94 c’era, infatti, una preghiera: il communicantes, dove sono elencati tutti gli apostoli. Proprio lì san Bartolomeo apostolo avrebbe dovuto essere evidenziato con un’invocazione particolare, dandoci così un riferimento davvero importante. La nostra ricerca si ferma causa la scelta si chi decise di trafugare proprio quel foglio di pergamena.

Per saperne di più:

Baroffio e C. Segre Montel, La notazione nell’Italia nord-occidentale, in Carlo Magno e le Alpi, viaggio al centro del Medioevo, Susa 2006 (pubblicazione sulla mostra presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Susa e dell’Abbazia di Novalesa – esposto alla mostra il messale di Azzano)
A. Bertolino, Il “Missale antiquum” dell’abbazia di Azzano, in Medioevo musicale in Asti e nel suo territorio, Mondovì 1997
G.G. Fissore, Antiche falsificazioni del Capitolo della Cattedrale di Asti, in Bollettino Storico bibliografico Subalpino, LXIX Torino, 1971
M. Gallo, Asti ed i suoi antichi conventi, Asti 1931
S. Nebbia, San Bartolomeo di Azzano. Primi lineamenti per una storia dell’abbazia, in Bollettino storico-bibliografico Subalpino, XCI Torino, 1993

 

L’AUTRICE DELL’ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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