È l’astigiano contemporaneo più famoso al mondo, universalmente conosciuto come “l’avvocato di Asti” anche se i tribunali non li frequenta più da ormai parecchi anni.
Negli ultimi decenni ha invece calcato i palcoscenici mondiali, con una particolare predilezione per l’“Olimpia” (accento rigorosamente sulla “a”) di Parigi, dov’è di casa. Molte delle sue canzoni sono nella colonna sonora delle nostre vite, e Azzurro, tra i suoi primi successi, è ormai considerato un inno internazionale del nostro Paese, al pari di O sole mio e Volare.
Paolo Conte ci ha ricevuti nel suo storico studio legal-musicale in corso Dante 60, Asti. Gli avevamo preannunciato un’intervista di taglio rigidamente “astigiano” e a quei canoni ci siamo attenuti.
Tutti sanno che Paolo Conte è nato ad Asti, ma dove esattamente?
Proprio qui, in casa, corso Dante 60, ma allora era al civico 18.
Che cos’è Asti per Paolo Conte: culla, rifugio o laboratorio?
Direi culla-rifugio; a ben pensarci però anche laboratorio, perché io scrivo qui,
compongo qui, tra la mia casa di Asti e il “rifugio” di Scurzolengo.
Qual è stato il suo impatto di adolescente con l’Asti degli Anni Quaranta e Cinquanta?
Direi normale vita di provincia. Ho fatto qui i miei studi sino al liceo classico.
Prendevo quello che la città offriva. Foot-ball innanzitutto, spesso nei prati, con due paltò sistemati a fare da porta. Poi abbastanza in fretta mi sono innamorato della musica, del jazz soprattutto, insieme a mio fratello Giorgio.


E nacque il primo complesso…
Sì, molto dilettantistico. Si chiamava Original Barrelhouse Jazz Band, un nome da bordello americano degli Anni Dieci; c’erano con me Dodi Bocco Ghibaudi, Gigi Caramagna, Beppe Scialuga, Gian Luigi Bravo e Germano Ponte alla batteria.
Sotto l’ala protettrice di Domenico “Mingo” Chiodo detto “il Duca”?
Come no! Proprio in quegli anni Mingo era arrivato qui da Genova. Era un
eccellente clarinettista. Faceva il perito delle assicurazioni e viveva una vita
francescana votata al jazz. Ci ha fatto da mahatma e così lo chiamavamo. Voleva che gli dessimo del lei. Era un uomo di grande valore nella sua splendida follia. Per noi ragazzi è stato un maestro, ricco di carisma; ci ha aperto un po’ la testa, ci ha illuminati.
E dopo il primo complesso?
Dopo, più o meno in contemporanea, ne sono nati altri due: uno era il Paul Conte Quartet, sorto dopo che avevo comprato a rate un vibrafono a Torino pagandolo con cambiali firmate proprio da Mingo. I miei non avrebbero mai finanziato l’acquisto. Nel quartetto io suonavo, appunto, il vibrafono, un certo Mancini di Torino il piano, Gusmino Occhiena di Asti il contrabbasso e mio fratello Giorgio era alla batteria.
E l’altro gruppo?
Era la Lazy River Band Society, un gruppo fondato da musicisti astigiani semi
professionisti che mi aveva eletto capo semplicemente perché ne sapevo un po’ di jazz. Tra loro c’erano Marcello Arri, Ugo Ronzano e Mario Monteregge. Abbiamo partecipato a Roma alla “Coppa del Jazz”, un concorso radiofonico della Rai, e siamo arrivati secondi, o forse terzi, nel jazz tradizionale. Ho ricordi bellissimi di quei viaggi a Roma, alla fine degli Anni Cinquanta.
A proposito di anni lontani. Tra circa un mese cadrà il 25 aprile: ha un ricordo di quel giorno del ‘45, quando Asti fu liberata dai nazifascisti?
Ho scritto una canzone dedicata alla notte del 25 aprile ‘45, la prima in cui, dopo anni di oscuramento, finalmente abbiamo visto la città di nuovo illuminata. Si chiama Nottegiorno, l’ha cantata Milva e l’ho registrata anch’io.
Mi pare sia stata pure la sigla di un programma di Enzo Biagi. Il più bel ricordo per me è quello: aver rivisto Asti illuminata di notte. Ho però diversi ricordi della guerra.


Quali?
Ho visto portare gente alla fucilazione, ho visto partigiani che si rifugiavano in
campagna da mio nonno, amici ebrei col terrore di essere catturati. Ero un bambino ma furono per me momenti davvero terribili.
Quanto ha contribuito la nostra terra allo sviluppo della sua personalità culturale e musicale?
Nella mia finta o vera modestia mi ritengo forse il miglior paesaggista musicale della nostra terra. Canzoni come Genova per noi e Diavolo Rosso raccolgono proprio il succo della nostra campagna profonda, arcaica. Questa terra mi ha dato molto e mi ha affascinato molto, però non ho mai fatto il cantore della vita di provincia; io canto il territorio, il paesaggio, l’etnìa.
Un luogo di Asti a cui è particolarmente legato?
Mi piace molto la mia strada, corso Dante, anche se adesso per i miei gusti è troppo trafficata. Ma rimane pur sempre una bella strada novecentesca. E poi c’è casa mia. Un luogo sacro per tutta la mia famiglia è inoltre rappresentato dalla chiesetta di Viatosto.
Proprio per Viatosto un cavallo di suo nonno vinse il Palio negli Anni Trenta…
Sì, mio nonno materno, Attilio Pugno, aveva una cascina sotto Viatosto, al
Fontanino, dove attualmente c’è l’Istituto Penna. Lì teneva un bel cavallo arabo bianco, che vinse il Palio nel ’31.
Si chiamava Petitti, vero?
Lo chiamavano così, ma ho saputo da mia nonna che il suo nome vero era
Cefisiodote, un nome un po’ verdiano, da Aida.
Ha scritto Vita d’artista, come l’ho vista ho detto questa è la mia! Ma
quando e dove l’ha vista davvero per la prima volta?
A dire il vero l’ho vista arrivare piano piano, talvolta nelle canzoni si enfatizza. Ho resistito a lungo a fare l’avvocato, anche se sempre più spesso, dopo le udienze del mattino, mi fiondavo al pomeriggio in auto con mio fratello a Milano, con qualsiasi tempo, per incontrare gli editori. Quando poi ho capito che il mio destino era la musica, ho mollato la professione legale.

I suoi genitori non remavano proprio a favore… probabilmente per loro quello di musicista non poteva essere un lavoro.
In realtà mio padre e mia madre erano entrambi molto appassionati di musica. Papà era un ottimo pianista e da ragazzo aveva messo su pure lui un’orchestrina. Anche mia mamma suonava il piano. Durante il ventennio si appassionarono al jazz e in barba ai divieti del Duce si facevano arrivare dagli Stati Uniti un po’ di dischi americani. Però prevaleva in loro la propensione borghese per una professione tradizionale. Nella mentalità di allora uno che faceva l’artista a tempo pieno era uno scappato da casa.
Aveva 31 anni quando nel 1968 è esplosa Azzurro, cantata da Celentano. È vero che l’ha composta a Finale Ligure, in una serata trascorsa con il paroliere Pallavicini?
No, è una balla che non so chi abbia messo in giro. La musica l’ho composta
qui, in casa mia, e l’ho registrata al pianoforte sul vecchio Geloso, quello con i
tasti rossi, gialli e blu.
E come è arrivata a Celentano?
Io l’ho portata a sentire al mio editore, Franz Leonardi, a Milano. Lì c’era un suo factotum, un certo Oreste Corecà, che era un segugio fantastico. È rimasto due giorni a fare la posta a Celentano sotto casa. Era difficile da agguantare. Finalmente è poi riuscito a fargli sentire la bobina mentre si faceva la barba e Celentano l’ha subito apprezzata e ha deciso di cantarla.
Che impressione le ha fatto lo scorso anno, durante il lockdown, vedere in tv la gente in tutta Italia cantare Azzurro dai balconi?
Un misto di malinconia, di piccolo orgoglio, di senso di appartenenza a quest’Italia che non riusciamo mai ad abbracciare bene completamente.


Ha ricordato prima come la passione per la musica le scenda per li rami, in modo particolare da suo padre, il notaio Luigi Conte detto Gigi. Com’è stato il suo rapporto con lui?
Mio padre è morto molto giovane, a 54 anni. Aveva il diritto, lo ius, connaturato in lui. Era talmente bravo come notaio che dopo la sua morte molti colleghi avvocati mi hanno fatto notare che erano aumentate le cause di divisione; lui effettivamente le risolveva sul nascere. Il mio rapporto con lui è stato, purtroppo, breve. Di frequente penso alle tante cose che avrei potuto ancora domandargli, a quanto avrebbe potuto aiutarmi professionalmente se fosse vissuto di più. Spesso ho pensato, quando facevo l’avvocato, che se non se ne fosse andato sarebbe forse sceso in studio la notte per guardarsi di nascosto le mie comparse e vedere se erano ben scritte.
Dopo i primi grandi successi, affidati a cantanti già affermati come Celentano o Lauzi, si è messo a cantare in proprio le sue canzoni. Sfizio o esigenza?
Esigenza. Mi ero accorto che i giovani volevano che un autore testimoniasse di persona ciò che scriveva, anche se aveva mille limiti canori, come potevo averli io. Per un fatto di verità. Allora sono andato dal mio amico Lilli Greco a Roma, che è stato un grande produttore di dischi, e mi hanno fatto il primo contratto come cantautore alla Rca.
Nonostante il vocione roco che talora poteva sembrare un po’ stonato…
Esatto. Per un fatto di verità, come ho detto prima.
Quanto c’è di autobiografico nei suoi testi?
Pochissimo. Però c’è molta vita reale.
La rinomata saga del Mocambo trae origine dalla sua esperienza di avvocato e curatore fallimentare. È vero che si è ispirato a un eccentrico commerciante astigiano costretto per debiti a portare i libri in tribunale?
Non mi sono ispirato a qualcuno in particolare, ma in generale a certi personaggi, direi felliniani, tipici del dopoguerra italiano, che spesso
sognavano più in grande delle loro possibilità e finivano poi in fallimento.
Come l’eccentrico commerciante della domanda, ma non solo. Così come mi
sono ispirato, nel descrivere il curatore fallimentare, a personaggi ricchi di
umanità, solidarietà e comprensione, valori che personalmente ho cercato di mettere in pratica quando mi è capitato di svolgere quel ruolo.
In Teatro pare chiaro il riferimento al nostro teatro Alfieri, rimasto chiuso troppo a lungo per ristrutturazione, “tanto qui nessuno si dispera”. Possiamo definirlo un atto di musicale protesta civile?
Definiamolo così, va molto bene.

Dal loggione racconta invece di una bella signora, in platea col marito, ammirata dal suo spasimante, forse amante, appunto in loggione; siamo di nuovo al teatro Alfieri?
Diciamo pure che siamo al teatro Alfieri, però è escluso ogni riferimento a persone reali.
Quindi neppure la fidanzata di Stradella l’ha mai avuta?
Mai avuta. Ho composto La fisarmonica di Stradella perché mi affascinava l’idea di questa cittadina, che sapevo essere un po’ la Castelfidardo del nord, la patria della fisarmonica nel nord Italia. Quando andavo in auto a Parma, all’università, e me la trovavo sulla destra, mi immaginavo che nella notte si mettessero a suonare tutte le sue fisarmoniche. Ecco com’è nata la canzone, in cui parlo di un ragazzo e di una ragazza che tornano a casa la sera dopo il ballo e transitano da quelle parti immersi nella nebbia.
In Diavolo rosso celebra invece l’astigiano Giovanni Gerbi, campione di ciclismo e costruttore di biciclette. Ha pedalato anche lei, come molti ragazzi astigiani dell’epoca, su una Gerbi Sport?
No, io ho pedalato sulla bici di mia mamma, una Prina Orix, anch’essa di
fabbricazione astigiana: lo stabilimento era in viale Pilone e il negozio in corso Alfieri, dalle parti di Orecchia dischi. Ce l’ho ancora perché mio fratello Giorgio, che l’aveva conservata, me l’ha regalata. Poi sono passato allo scooter, una Lambretta, finché non ho avuto la prima auto.
Era una Topolino amaranto?
Per me è stata la più innovativa e speciale utilitaria della storia. Non l’ho avuta, ma ci sono salito sopra. In società con Giorgio ci siamo comprati, di seconda mano, tante belle auto: Jaguar, Porsche, Lancia, Morgan…
In Lo zio canta “zio, zio, spiega la vita, spiega com’è!”. Pare si riferisca a Gino Pugno, il fratello di sua mamma, dentista di professione e dandy per vocazione. È stato un suo maestro di vita?
Sicuramente sì; ma anche qui vorrei precisare che il personaggio della canzone va oltre la singola persona. Pure l’altro mio zio, Mario Conte, fratello di mio padre e notaio come lui, ha contribuito a ispirarmi quel testo. La figura dello zio è un insieme di fratello e di padre.

In che modo le sono stati entrambi maestri di vita?
Gino, che non ho mai chiamato zio perché aveva solo 12 anni più di me, era come un fratello maggiore. Aveva una grande passione per il calcio ed era presidente dell’Inter Club locale. Mi portava spesso a vedere la sua squadra e voleva che tifassi anch’io come lui. Ma io non sono mai stato interista.
Per quale squadra tifa?
Più che un vero tifoso mi considero un appassionato di calcio. Da bambino, come un po’ tutti qui, tenevo per il Grande Toro. Dopo la tragedia di Superga, del 1949, in molti siamo diventati juventini, consumando così un primo tradimento. Poi è successo un fatto: sulla spiaggia di Sestri Levante avevamo come vicino d’ombrellone il commendator Menni, un milanesone simpatico, dirigente del Milan, che aveva una figlia della mia età. Mi vedeva palleggiare in spiaggia e mi diceva “bravo Paolino, giochi bene”; mi indusse così a un ulteriore tradimento, questa volta in favore dei rossoneri. Ricordo una partita
Juve-Milan al Comunale di Torino, con Gino, nel febbraio del 1950. I bianconeri di Boniperti persero in casa 7 a 1 travolti dal fantastico trio svedese Gre-No-Li, Gren, Nordhal, Liedholm, il miglior attacco che abbia mai visto. All’uscita dallo stadio, avvolti tra 50 mila persone nella nebbia, incontrammo proprio il commendator Menni: “Hai visto Paolino, è meglio se tifi per il Milan”.
Torniamo a zio Gino: oltre al calcio?
È stato per me un importante riferimento, negli anni adolescenziali, sia per la musica, di cui era un cultore, sia per la vita in generale; e per l’universo femminile in particolare (risata sorniona sotto il baffo del Maestro, n.d.r.).
E zio Mario Conte?
Mio zio Mario mi è stato sempre al fianco nella professione di avvocato, dopo la prematura scomparsa di mio padre; ho avuto con lui una frequentazione
quotidiana, mi ha insegnato molto.
Nelle sue canzoni fanno spesso capolino parole piemontesi: parabris, pelagra, da basso, can da pajè; sussulto di orgoglio autoctono o testimonianza testarda di una lingua in via d’estinzione?
Né l’uno né l’altro. Diciamo che a me piace conservare le cose, quindi anche il dialetto, pur ritenendo che non debba prevalere sulla lingua italiana. I dialetti hanno delle intuizioni meravigliose. Il nostro però non lo capisce nessuno, a differenza del napoletano, del romanesco e in misura minore del milanese, che da anni si sono conquistati una posizione di lingua. Così mi limito a qualche inserimento sporadico.

A proposito di parole. Anni fa, in una chiacchierata a Palazzo Ottolenghi, lei raccontò la sua sorpresa per avere acquistato un rimario al fine di trovare nuove ispirazioni ed essersi trovato citato.
Sì. Dopo una notte in cui mi tormentava l’idea di non trovare più ispirazione, avevo comprato in libreria un rimario. E vi trovai scritto: questo rimario contiene delle novità entrate nel nostro dizionario che si devono a Paolo Conte, Lucio Dalla, ecc. Insomma, l’acquisto non mi servì poi tanto…
In quella chiacchierata espresse un concetto di questo tipo: in ogni mia canzone c’è una parola che cattura la memoria. E aveva portato l’esempio della parola ratafià.
Non intendevo fare riferimento a una strategia comunicativa. Diciamo che
attraverso certe parole intendo lanciare segnali. Ratafià, ad esempio, per me
trasmette profumi, colori, essenze.
“Bisogna guardare Asti con l’occhio del forestiero”
Nel recente documentario che Giorgio Verdelli le ha dedicato, confessa di avere ripetuto la terza Liceo classico dopo essere stato rimandato in ben sei materie. Nella vita però non le è andata così male. Un consiglio agli studenti di oggi?
Sono un pessimo consigliere. Lasciamoli sbagliare da soli.
Ma a un ventenne che oggi vive ad Asti che cosa vorrebbe dire?
Sinceramente non saprei. I giovani di oggi vivono una realtà difficilmente penetrabile da uno della mia generazione, che non utilizza né ha mai utilizzato i social.
E per la città di Asti ha un suggerimento, un consiglio?
Sono un astigiano doc, dunque i pregi e difetti di Asti sono anche i miei. Vedo la città un po’ smorta, con poche iniziative e di scarso rilievo; occorrerebbe trovare una “specializzazione” per Asti, soprattutto come richiamo culturale, che la renda unica sotto un determinato profilo. Ma so che è più facile a dirsi che a farsi. Mi ero permesso tempo fa di suggerire la ripresa del premio letterario Asti d’Appello, che è rinato da alcuni anni con buoni risultati, mi pare. Ma occorrono idee nuove per crescere di più. Le città vanno viste con
l’occhio del forestiero.
Astigiano ed ex studente del nostro Liceo classico; non si può non chiederle qual è il suo rapporto con quell’altro celebre conte astigiano, con la “c” minuscola, che risponde al nome di Vittorio Alfieri.
L’ho vissuto per tanti anni a scuola come una minaccia. Poi un giorno comprai
in un autogrill dell’autostrada la sua autobiografia, Vita di Alfieri scritta da esso, che non avevo. Me la sono letta di gusto e mi è rimasto simpaticissimo, mi ha fatto anche ridere. Era un tipo tosto, in Teatro parlo di lui e dei suoi ideali.
Parigi è nel cuore di entrambi, ma a lei ha dato molto di più. Ha mai pensato di avere vendicato con i suoi reiterati successi d’oltralpe l’affronto che la Ville lumière riservò al nostro illustre concittadino, che ci rimise la biblioteca ai tempi della Rivoluzione?
No, non ci ho mai pensato. Il mio rapporto con i parigini è stato da subito così ricco di successo e di affetto da allontanare in me ogni pensiero di vendetta post alfieriana.
E “i francesi che s’incazzano”?
Quella è una battuta che riguarda vicende dove noi li abbiamo effettivamente fatti soffrire, con personaggi come Bartali.
Abbiamo parlato di suo padre. Gli ha dedicato Eden, una canzone commovente che la proietta in cielo alla ricerca del suo sorriso; è anche un atto di fede oltre che di amore?
E’ soprattutto amore.
A sua madre Carlotta, Tina per gli amici, ha dedicato Un altra vita; anche qui pare di scorgere un Conte fiducioso in una vita ultraterrena…
È così, anche se non ho certezze sulla vita ultraterrena; è un’immagine di tenerezza e di speranza, ma non pilotata da una fede precisa.
L’avvocato ha smesso di farlo da parecchi anni. Rimpiange qualcosa di quel mondo fatto di udienze, memorie, attese, sessioni con clienti, rapporti con giudici e colleghi?
Non ho un rimpianto particolare, ma un rimpianto generico per gli anni andati. La professione per un po’ mi è piaciuta, poi è prevalsa la passione per la musica. Anche se ormai vengo costantemente etichettato come “l’avvocato di Asti”.
E grazie alla professione forense ha incontrato Egle, che lavorava in un altro studio legale…
Certamente! L’ho sottratta allo studio Goria. Dopo due giorni ci siamo innamorati e dopo due anni, nel 1975, ci siamo sposati. Abbiamo vissuto e continuiamo a vivere insieme una bella avventura, d’amore e d’intesa. Lei è senz’altro il ricordo più bello dei miei anni da avvocato.
Agli esordi della vostra storia ha dedicato alla sua futura moglie Gelato al limon (donna che stai entrando nella mia vita, con una valigia di perplessità); Benigni è stato più diretto dedicandole Mi piace la moglie di Paolo Conte: understatement piemontese contro esuberanza toscana?
Direi, piuttosto, poesia contro la divertente battuta di un caro amico.
Suo fratello Giorgio, pure lui avvocato e cantautore nonché presidente onorario di Astigiani, ironizza per essere spesso indicato come il fratello del noto cantautore Paolo Conte e aggiunge di non cantare in smoking perché ce n’era uno solo in famiglia e l’ha preso lei; Asti avrà mai il privilegio di rivedervi almeno una volta insieme sul palcoscenico, con smoking o senza?
Abbiamo due differenti orchestre e dovremmo provare a farle lavorare insieme, cosa che finora né lui né io abbiamo avuto voglia di fare. Lasciamo comunque una porta aperta, non si può mai dire.
Tra cent’anni, il suo epitaffio?
Era il migliore suonatore di kazoo al mondo.
Visto su Astigiani
• n. 2 pag. 60 Paolo Conte e il calipso dimenticato
• n. 3 pag. 98 Domenico Chiodo
• n. 8 pag. 41 Paolo Conte: La barcarola del Tanaro
• n. 20 pag. 121 – Quiz enigmistici: crittografia Mnenomonica di Paolo Conte












































