sabato 3 Dicembre, 2022
1922

Oddino Bo

Il “rivoluzionario di professione” prestato all’agricoltura. Un papà sindaco socialista a Maranzana. La scoperta, in pieno fascismo, de Il Capitale di Marx nella biblioteca civica di Novara. La guerra, la militanza nel Pci e l’ACA, l’Alleanza Contadina Astigiana. La stagione delle grandi lotte delle gente dei campi e delle vigne, delle passeggiate dimostrative al ‘68 contadino. Nove anni in Parlamento, l’Anpi, la Resistenza e il ruolo di combattente per la libertà nell’Esercito del Sud. Questa intervista ad Oddino Bo, classe 1922, ripercorre le vicende e i ricordi una vita di militanza attiva. Anni dove la politica era impegno totale, “fede ideologica”, ma anche senso dello Stato e dei diritti collettivi da conquistare e difendere. Non mancano spazi alle vicende personali, alle passioni e persino all’ironia di chi a 91 anni può veramente confessare di aver vissuto.

1953: Bo interviene alla Festa dell’Unità in Piazza del Mercato (ora Campo del Palio). Alla sua sinistra un giovanissimo Enrico Berlinguer

 

Rivoluzionari di professione. Così gli avversari politici definivano, non senza sarcasmo, nel dopoguerra, chi aveva scelto di impegnarsi a tempo pieno nelle file del partito comunista. Lo è stato anche Oddino Bo, dai primi mesi del 1946. Era in convalescenza nella natia Maranzana a causa di una ferita a una vertebra rimediata durante il periodo militare nell’Esercito del Sud (quello rimasto fedele al Re e a Badoglio), in cui era stato inquadrato nella seconda metà del 1943. Dal Dopoguerra e per settant’anni, Bo ha attraversato da protagonista le grandi e piccole vicende del cosiddetto “secolo breve”, camminando su una strada irta di difficoltà e caratterizzata da una lunga serie di confronti (molte volte scontri), non soltanto con i “naturali” avversari politici del centro e della destra, ma anche con la tendenza, tutta italiana, a dimenticare la nostra storia, sia essa politica, sociale o economica, agraria in particolare. Una vita piena, che l’ha visto impegnato nel lavoro politico del partito comunista, in quello delle organizzazioni sindacali agricole, nel giornalismo militante, in Parlamento, nel Comitato Nazionale Vini, nell’ANPI e nell’Istituto per la Storia della Resistenza. Su tutto questo, ma non solo, abbiamo raccolto la sua “confessione”.

Di famiglia contadina, nato pochi mesi prima dell’avvento del fascismo, scopre il marxismo a 19 anni e se ne appassiona. Cosa non proprio comune durante il ventennio. Come accadde?

«La mia famiglia era sì contadina, ma anche di chiare convinzioni socialiste e proprio rappresentando questo partito (non ancora scisso tra Psi e Pci) mio padre Giovanni fu eletto sindaco di Maranzana nel 1921. Io stesso porto il nome di Oddino in ricordo di Oddino Morgari, direttore del quotidiano socialista Sempre Avanti!, ma la scoperta di Marx e delle sue teorie avvenne agli inizi degli anni ’40. Dopo il diploma magistrale e l’iscrizione all’Università, nel 1941 ebbi un posto da istitutore al Convitto Nazionale di Novara. Nel tempo libero frequentavo la biblioteca cittadina e proprio qui scoprii – caso perlomeno singolare in pieno fascismo – che era disponibile Il Capitale. La lettura di quelle pagine fece fare una svolta di 180 gradi alla mia formazione».

 

Poi la guerra, un problema di salute, il ritorno a casa in un paese disastrato da ricostruire come l’Italia del 1945. Una vita difficile.

«Le difficoltà della vita non mi spaventavano certo. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza erano già stati piuttosto travagliati, tra fascismo imperante e scarse risorse economiche della famiglia. A guerra finita la possibilità di contribuire, nel mio piccolo, alla formazione di una società rinnovata e libera fu uno stimolo tanto forte da farmi impegnare prima nella costituzione della sezione Pci di Maranzana e poi di fare la scelta della vita: andare a lavorare, anzichè alla Banca Commerciale dove avrei avuto un posto sicuro come invalido di guerra, alla federazione comunista di Asti, incoraggiato dai segretari provinciali del dopoguerra, Marcello Bernieri, Giovanni Vogliolo e Giovanni Oreste Villa. Diventai, mal pagato e senza contributi, il responsabile del settore Stampa e Propaganda, dove trovai alcuni eccezionali compagni di viaggio come Giovanni Vadalà, Giuseppe Rovero e Renato Franchi e un giovane Valerio Miroglio per la redazione dei giornali. Qui davvero la vita diventò difficile, tra problemi logistici interni, la pericolosa “crisi” di Santa Libera, le battaglie politiche sempre più aspre con la Democrazia Cristiana, la rottura dell’unità sindacale, la sconfitta del Fronte Popolare nel ’48, la vittoria centrista del ’51 al Comune di Asti. In federazione trovai in quegli anni, tra gli altri, Armando Valpreda, Alberto Gallo, Francesco Rosso, Tino Ombra, Achille Marletto, Felice Platone, Davide Lajolo, Battista Reggio, Secondo Saracco, Federico Torretta e i giovani Lorenzo Tarabbio e Giulio Grandi. Eravamo compatti, le nostre convinzioni non subirono revisioni. Anzi, mi resi conto, man mano che gli anni passavano, che quel periodo fu determinante per capire cos’era la democrazia, un sistema che si conquista a piccoli passi, passando anche attraverso sconfitte cocenti». 

1954: comunisti astigiani in visita a Togliatti a Champoluc. Oddino Bo è il primo da destra, a fianco di Togliatti. Al centro Lorenzo Tarabbio segretario FIGC

 

Qualche episodio di quegli anni

«A parte il fatto che – essendo la sede del Pci in via Carducci, con annessa sala da ballo (nota in città come “I Comunisti” ndr) – la domenica sera, mentre gli altri ballavano, restavo chiuso nel mio ufficio per redigere gli articoli de Il Lavoro. Me ne vengono in mente due, esaltanti e tragicomici allo stesso tempo, della contrastata campagna elettorale del ’48. Il primo, attuato insieme a Valerio Miroglio, fu quello della totale copertura, compiuta in una notte di aprile, della facciata della Stazione di Asti con i manifesti del Fronte Popolare. Al mattino lo stupore di cittadini e viaggiatori fu enorme. 

Il secondo riguarda invece un mio comizio a Cortazzone, la domenica precedente le elezioni, sulla piazza della chiesa. In paese avevamo un solo iscritto che avrebbe dovuto darmi una mano, ma non si presentò. Decisi dunque di fare da solo e cominciai a parlare “erano le 10 del mattino” ma fui interrotto prima da un gruppo di ragazzini mandati dal parroco, poi dal suono delle campane e infine da un gruppo di sostenitori monarchici. Per farla breve parlai fino alle 14 cercando di aprire un contraddittorio con gli abitanti del paese che, nel frattempo, avevano avuto il tempo di andare a pranzo e tornare in piazza. A Cortazzone abbiamo preso venti voti in quell’occasione. Un successo. Ma il ’48 fu un anno memorabile per molti altri motivi: la sconfitta elettorale dell’aprile, l’elezione della prima donna astigiana in Parlamento (Elisabetta “Bettina” Gallo e l’alluvione del settembre che ci vide mobilitati nelle operazioni di aiuto per molti mesi, destinando tra l’altro ai sinistrati tutti i proventi della Festa dell’Unità di quell’anno, al Bosco dei Partigiani».

Nel 1951, a soli 29 anni, diventa segretario federale e intanto si sviluppa l’interesse per la “questione agraria”.

«In realtà l’interesse per le questioni agricole risale a qualche anno prima. Nel 1947 organizzammo ben quattro manifestazioni per protestare contro la mancanza di solfato di rame, gli eccessivi vincoli degli ammassi del grano, la tentata truffa dell’associazione automatica alla Coldiretti e il tentativo, altrettanto truffaldino, di far pagare i contributi unificati per i dipendenti a chi i dipendenti non li aveva. Ma è il 1950 l’anno topico per l’agricoltura con, ai primi di febbraio, una grande manifestazione di viticoltori ad Asti. Diecimila persone in piazza San Secondo a chiedere misure per attenuare gli effetti di una gravissima crisi del settore. Fu proprio il successo di quella manifestazione a porre le basi per la nascita, nel dicembre del ’51, con cinque anni di anticipo rispetto all’organizzazione nazionale, dell’ACA, l’Alleanza Contadini Astigiani, sostenuta dai partiti comunista e socialista. L’evento coinvolse alcuni giovani militanti dell’epoca, come Bruno Ferraris, Giuseppe Milani, Dario Ardissone, Paolino Stella e Ilario Violardo, che avrebbero ricoperto negli anni successivi, pur in forme molto diverse, ruoli di grande rilievo nell’organizzazione politica e sindacale astigiana e del Piemonte».

Agricoltura al primo posto negli obiettivi politici?

«Sì, ma non solo. Il mondo intorno a noi cambiava rapidamente e anche ad Asti il Pci doveva affrontare questioni di non secondaria importanza, dal cambiamento della sede (trasferita a Palazzo Catena in via XX Settembre) al confronto sempre più serrato con la Dc e i suoi alleati, dall’esigenza di avere una presenza forte sul territorio (in quegli anni vennero ad Asti, tra gli altri, un giovane Enrico Berlinguer, il grande storico dell’agricoltura italiana Emilio Sereni, Luigi Longo, Alessandro Curzi, si intensificarono i rapporti con Palmiro Togliatti) all’evolversi della situazione internazionale (XX Congresso del Pcus e fatti di Ungheria, ndr), dalle battaglie contro la bomba atomica all’azione di contrasto alle sempre virulente campagne antisindacali e soprattutto antiresistenziali, favorendo, in quest’ultimo caso, la conoscenza sulla straordinaria esperienza della Repubblica Partigiana dell’Alto Monferrato. Infine, per tornare ai temi agricoli, le Passeggiate dimostrative del ’56».

Comizio in piazza Alfieri l’8 giugno 1968 in occasione del ’68 contadino

 

Iniziava un periodo assai tormentato con le guerre del Moscato e il ’68 contadino.

«Le passeggiate dimostrative sono state memorabili. C’era stata una grande manifestazione unitaria il 25 marzo per chiedere l’abolizione del dazio sul vino, la pensione e la mutua ai contadini e questo ci fornì lo spunto per organizzare, insieme al leader del Partito dei Contadini – cosa quasi impensabile all’epoca –, Alessandro Scotti, altre occasioni di sensibilizzazione da attuarsi in forma pacifica, ma al tempo stesso determinata. Ne organizzammo quattro, tra il maggio del ’56 e l’aprile del ’57 e, malgrado il chiaro proposito “non violento”, furono seriamente osteggiate dalla polizia. L’unica organizzazione che non aderì fu la “bianca” Coldiretti che chiamavamo la Bonomiana. Malgrado questo, le “passeggiate” costituirono un laboratorio di proposte che portò, nel 1959, all’abolizione del dazio sul vino e pose le basi perché, nel 1970, si arrivasse all’approvazione della legge istitutiva del Fondo di solidarietà nazionale per risarcire gli agricoltori danneggiati dalle calamità atmosferiche che per l’Astigiano voleva dire soprattutto le grandinate. Ma prima di arrivare a quella legge molta acqua doveva ancora passare sotto i ponti: in particolare le accesissime “guerre del Moscato”, che si susseguirono dal 1963 al 1970 con un durissimo confronto sui prezzi delle uve tra i viticoltori e gli industriali e le dure vicende del ’68 contadino che si concretizzò in cinque “giornate” di lotta, dall’agosto 1968 al giugno 1969. Furono il segno, portato alla luce anche a costo di scontri con la polizia, denunce, blocco di strade e ferrovie, del crescente disagio di chi vedeva vanificato il lavoro di un anno, senza un “ombrello” pubblico che invece altre settori produttivi avevano». 

1992: convegno organizzato in occasione della riforma delle Doc al Centro San Secondo. Al tavolo, Giovanni Borello, l’allora Ministro all’agricoltura, on. Giovanni Goria e l’arch. Salva Garipoli

 

Negli stessi anni venne eletto alla Camera dei Deputati.

«Fu un periodo intenso ma, per quel che mi riguarda, indimenticabile. C’era infatti la sensazione che ricoprendo certe cariche – cosa che sarebbe accaduta anche dopo il ’75 con l’assessorato regionale all’agricoltura affidato a Bruno Ferraris che, tra l’altro, avrebbe dato vita all’Accordo interprofessionale per il Moscato che tuttora regola le dinamiche economico-produttive del settore – si poteva seriamente contribuire a risolvere secolari e irrisolte questioni dell’agricoltura italiana». 

Una nota ricorrente nella sua lunga militanza politica?

«Storia e agricoltura sono le mie grandi passioni: anche in anni successivi, quando sono stato chiamato al Comitato Nazionale Vini o quando ho potuto occuparmi quasi a tempo pieno dell’Anpi di Asti, dell’Istituto Cervi e dell’Istituto astigiano della Resistenza. Ho lavorato a lungo per dare il giusto rilievo al ruolo, per decenni sottaciuto, dell’Esercito italiano nella “cobelligeranza” con gli alleati. Così mi auguro che, a settant’anni dai fatti, si possa tornare a parlare con maggiore serenità, ma non senza il necessario rigore, del 25 luglio 1943, dell’8 settembre e della Resistenza, di cui ogni italiano dovrebbe andare fiero».

La Scheda

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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