La morte delle brusaje nasconde un dubbio irrisolto La fabbrica di stilografiche produceva anche penne esplosive?

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Le foto delle nove giovani operaie perite nell’incendio della Stilar (da Gazzetta d’Asti del 1° settembre 1944)

I nomi delle vittime

Rosa Ercole di anni 23

Ester Romele  di anni 17

Piera Gallo di anni 14

Della Piana Maria di anni 16

Olga Bona di anni 15

Alda Longo di anni 20

Rosina Mossino di anni 19

Ada Gamba di anni 18

Giai Minietti Giuseppina in Tartaglino di anni 20

 

22 agosto 1944: nove operaie muoiono nell’incendio della Stilar

 

La sera del 22 agosto 1944 nove ragazze tra i 14 e i 23 anni morirono nell’incendio di una fabbrica nel cuore di Asti. Quelle sfortunate operaie, loro malgrado, sono assurte a simbolo dell’8 marzo astigiano, oltre che dello sfruttamento e della precarietà del lavoro femminile. Per la gente divennero “le brusaje” e così hanno continuato ad essere ricordate. Ma dietro a quelle morti si nasconde più di un dubbio legittimo che nulla toglie al sacrificio di quelle giovani vite. Che cosa produceva la Stilar? La versione ufficiale è sempre stata che in quel laboratorio si montassero penne stilografiche. Un primo dubbio: le penne stilografiche non sono certo una produzione di prima necessità in un periodo di guerra. C’era mercato in quegli anni cupi per le penne stilografiche? Come mai tra i collezionisti non si trovano penne stilografiche di quella marca? A chi vendeva la Stilar? Secondo dubbio: il proprietario della Stilar è un personaggio controverso. Orefice torinese, condannato poco tempo prima per traffico di lingotti d’oro. Sarà processato anche per l’incendio di Asti della fabbrica e poi amnistiato. Terzo dubbio: la propaganda della Repubblica sociale fascista sosteneva che gli Alleati, durante i bombardamenti, lanciassero anche false penne che una volta raccolte esplodevano. Una voce diffusa ad arte per aumentare l’odio verso i “liberatori” e che andava suffragata dal ritrovamento di vere penne esplosive. Potrebbe essere la Stilar uno dei laboratori dove si producevano queste penne? E’ a causa della presenza di sostante esplosive che l’incendio fu così repentino e devastante? Dubbi che, a più di 70 anni di distanza, riemergono anche grazie a chi allora c’era e ricorda. Andiamo con ordine per cercare di capire ciò che è veramente successo.

 

La fabbrica era stata trasferita da Torino causa i bombardamenti

 

La ditta Stilar, di cui era proprietario Angelo Boccaleri, era stata da poco trasferita da Torino in seguito ai bombardamenti del luglio ‘43, e sistemata in via Orfanotrofio 1, nelle sede dell’ex mobilificio Foa. Si trovava in quella che oggi si chiama via Hope, dove sarà poi costruito un condominio in paramano. È una zona centralissima: a pochi passi, in piazza Medici e vicina al Palazzo delle Corporazioni – come si chiamava allora l’attuale Camera di Commercio –, che era stato inaugurato il 28 ottobre 1941. La Stilar occupava il primo piano. Al secondo c’era ancora materiale del mobilificio e al terzo un alloggio abitato da un’anziana. Boccaleri che era astigiano di origine aveva trovato facilmente in città manodopera femminile. 

 

Per la cronaca ufficiale la colpa fu di un tornitore distratto

 

La dinamica dell’incidente fu ricostruita in questo modo: verso le ore 18 il tornitore diciottenne Mario Grasso eseguì un lavoro alla forgia, all’esterno dell’officina. Dopo l’operazione si trasferì nel laboratorio con il pezzo di metallo che aveva lavorato, ancora rovente, per accertarsi che servisse allo scopo. Quindi vi versò dell’acqua per raffreddarlo, ma il ferro ancora incandescente sfuggì alla presa e cadde in una cassa accanto alla porta. In essa erano contenuti i residui di lavorazione della celluloide, materiale estremamente infiammabile. Le fiamme divamparono immediatamente, esalando un fitto fumo tossico che in breve saturò il locale. Lo stanzone, che misurava 20 metri per 10, divenne una trappola infernale per le dieci ragazze che vi stavano lavorando: vi era una sola porta centrale, da cui giungevano le fiamme e tre finestroni che davano sulla strada. Attraverso uno di questi si lanciò con coraggio Alda Bussetti, di 29 anni, che riuscì a salvarsi cavandosela con la frattura delle gambe. Le altre giovani rimasero imprigionate e probabilmente morirono per le esalazioni tossiche prima di essere raggiunte dal fuoco. Vennero ritrovate  abbracciate nel vano tentativo di trovare una via d’uscita. I soccorsi furono definiti «tempestivi»; accorsero i vigili del fuoco, e anche soldati italiani e tedeschi. Tuttavia non mancarono polemiche sul mancato rispetto di elementari norme di sicurezza, come l’assenza di un’uscita secondaria e di estintori. 

 

 

“Asti repubblicana” pubblica la notizia 9 giorni dopo e in seconda pagina

 

Per due giorni vi fu una processione di astigiani alla camera ardente; venne dichiarato il lutto cittadino. La solidarietà fu molto forte, pur se segnata dalla formalità del regime. La Stilar, di Angelo Boccaleri, cessò di esistere. Alle famiglie delle vittime restò un indennizzo svalutato dalla crisi del dopoguerra ed ottenuto a fatica, come ha ricordato amaramente il signor Tartaglino, allora giovane sposo di una delle vittime, Giuseppina Minetti: «Sembrava che non avessimo diritto a nulla, forse solo ad un premio di consolazione e tante belle parole». Nemmeno la censura fascista poté proibire la pubblicazione della notizia che poteva contribuire a deprimere il già basso morale delle popolazione.  L’Asti Repubblicana (ex Il Cittadino), organo locale della Federazione fascista di Asti, fu il primo settimanale a riportare la notizia  il 31 agosto 1944 (ma nove giorni dalla tragedia, in seconda pagina e “ nascosta” sotto la rubrica “In giro per la città”). Il giornale registra, oltre un certo numero di ustionati e feriti, la morte di «nove vittime, tutte operaie, fiorenti di giovinezza, sorprese al loro posto di lavoro dall’asfissia e martoriate in seguito alle fiamme». Vi sono riportate le modalità dei soccorsi dei vigili del fuoco e vigili urbani (per l’opera di spegnimento e azione di recupero vittime), un sergente di sanità e di alcuni soldati tedeschi, i quali «misero volontariamente a disposizione un loro autocarro in transito per il trasporto delle salme all’ospedale». Il giorno seguente il 1° settembre, la Gazzetta d’Asti, settimanale diocesano, mise la notizia in prima pagina corredato dalle foto delle nove vittime. I primi ad accorrere e a entrare nel locale sinistrato, come riporta la Gazzetta dell’epoca, furono Felice Conderso e Secondo Bonifacio, rispettivamente residenti in corso Alessandria 21 e in via Edmondo De Amicis 1 ad Asti. I due dovettero abbattere un tramezzo divisorio prima di giungere dove erano i corpi delle operaie. Cercarono invano di spegnere l’incendio. Si era in tempo di guerra e la morte non sorprendeva più di tanto, eppure l’impressione fu fortissima, la città rimase sconvolta; la «Gazzetta d’Asti» del 1° settembre 1944 nota che ai funerali vi fu una «calca immensa di popolo, che a memoria d’uomo è difficile ricordare». Le esequie furono officiate il 24 agosto 1944 in Santa Maria Nuova da don Alfredo Marcoz, con l’assistenza dei parroci delle vittime. La cronaca riferisce che «Sul bianco carro funebre trainato da sei cavalli vennero poste, unite nel viaggio all’ultima dimora, le nove bare». Martedì 29 agosto seguente, nel santuario di San Giuseppe ci fu un’altra cerimonia religiosa funebre officiata dal vescovo di Asti, mons. Umberto Rossi.

 

“Ero fuori dal laboratorio rientrai per riprendermi il libretto di lavoro”

 

I giornali dell’epoca non riportarono alcun racconto dei testimoni diretti alcuni dei quali ancora viventi. Angela Calosso, abita oggi ad Asti in zona via Conte Verde e nella vita ha fatto la sarta. All’epoca dell’incendio aveva 14 anni; era appena stata assunta ed era felice di lavorare alla Stilar: fu destinata al reparto dove si avvitavano le penne stilografiche e venivano inscatolate; I ritmi di lavoro erano spesso interrotti per via degli allarmi aerei: ogni volta che suonava la sirena tutti correvano verso i rifugi antiaerei. Quella sera era fuori dal laboratorio. «Mi avevano mandato a prendere qualche bottiglia di acqua. Faceva caldo. Vidi le fiamme. Ero già per strada quando mi accorsi che il mio libretto di lavoro (nuovo di zecca) era rimasto negli uffici ed allora, forse per incoscienza, nonostante le fiamme decisi di rientrare nella fabbrica risalendo le scale, recuperai il mio libretto e nuovamente dalle scale tornai fuori. Le altre ragazze, nonostante l’invito a scappare e le urla del capo reparto, forse spaventate dal fumo non riuscirono ad uscire. Erano terrorizzate e bloccate nello stanzone». Luigi Garrone, giornalista di lungo corso, in quel fatidico agosto ’44, all’età di vent’anni, era con i partigiani e curava la pubblicazione clandestina del foglio “La Campana”: «Quel giorno siamo andati a vedere, ricordo le finestre nere del primo piano. La gente rimase certamente scioccata, ma era abituata a vedere morti per via dei bombardamenti. La sicurezza del lavoro era una cosa ancora da inventare…».

 

Le condizioni delle operaie durante la guerra

 

Va detto che con lo scoppio della guerra nel 1940, durante tutta la seconda guerra mondiale, molte donne erano occupate nelle fabbriche astigiane. La Way Assauto, per esempio, contava circa 3.000 operai e più di 700 erano donne. Il loro lavoro veniva però retribuito anche il 30-40% in meno di quello dell’uomo. Se poi si trattava di minorenni la retribuzione era ancora meno. «Migliori condizioni di lavoro – racconta Olga Marchisio nel libro “… qui era la fabbrica più bella che c’era…” di Walter Gonella (edizioni Israt, 2008) – venivano concesse a patto che la donna fosse “compiacente” verso il proprio caporeparto. Si lavorava 48 ore la settimana. C’era un contratto firmato dal sindacato fascista e l’orario di lavoro era dalle 8 alle 12; nel pomeriggio dalle 14 alle 18, per sei giorni alla settimana. A queste ore bisognava aggiungerne altre due per la pulizia delle macchine e del reparto. Quando la donna attendeva il bambino lavorava fino all’ultimo, diversamente perdeva il posto di lavoro». Ma chi era Angelo Boccaleri? All’epoca dei fatti il proprietario della Stilar ha 38 anni e risulta residente ad Asti, dove era nato nel 1906, in frazione Vallarone. Due anni prima, nel marzo 1942 Boccaleri era stato arrestato e condannato dal tribunale di Torino a 2 anni di reclusione e a 5 mila lire di multa per traffico di un lingotto d’oro da 310 grammi. Boccaleri a quel tempo è schedato come orefice di 36 anni, residente in via Venti Settembre 58 a Torino. Come avrà ottenuto di aprire la fabbrica, nonostante il precedente penale? Aveva appoggi e di che tipo? Nell’agosto 1944 partecipa ai funerali delle sue nove operaie. Al cimitero piange e appare disperato, stringendosi le mani nei capelli. Ad ottobre ’44, il giudice istruttore, su richiesta del procuratore di Stato, emette mandato di cattura per lui e per Giovanni Battista Curato, direttore dello stabilimento. Entrambi furono portati nelle carceri giudiziarie, accusati di pluriomicidio colposo. Erano mesi cruciali, sarebbe stato l’ultimo inverno di guerra.  Un anno dopo, lunedì 5 novembre 1945 – il conflitto è finito da sei mesi – in tribunale ad Asti si svolge l’udienza del processo penale a carico dei responsabili della sciagura. Angelo Boccaleri, Battista Curato e l’operaio Mario Grasso sono imputati di incendio colposo, pluriomicidio colposo e di lesioni colpose gravissime. La condanna è severa. Uditi numerosi testi, il giudice condanna: Angelo Boccaleri a 5 anni e 6 mesi di reclusione; Giovanni Battista Curato a 4 anni e 10 mesi; Mario Grasso a 3 anni e 2 mesi. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Viale e Grilli (che diventerà il primo presidente della Provincia). La sentenza fu pubblicata sul rinato Cittadino e sulla Gazzetta d’Asti, rispettivamente il 7 e il 9 novembre 1945. Non ci furono riferimenti diretti alla possibile produzione di penne esplosive. La corte rilevò invece la  mancata sicurezza del laboratorio. In particolare il Curato, direttore stabilimento e capo officina, fu condannato “per aver omesso con negligenza di vigilare affinché fosse quotidianamente vuotato il recipiente degli scarti infiammabili di lavorazione e per non vigilare sull’operato dei dipendenti”;  il Grasso, definito “garzone apprenditore”, per aver portato nel laboratorio un ferro rovente, nonostante l’esistenza nel locale di materie infiammabili; il Boccaleri, titolare della Stilar “ per l’inosservanza dei regolamenti e per non aver adottato le prescritte cautele antincendi (estintori, riserve di sabbia…) nonché di predisporre congrue e indispensabili uscite di sicurezza nel locale di produzione”.

 

Tutte le condanne rientrarono nell’amnistia Togliatti del 1946

 

Un anno dopo, il 3 dicembre 1946, un colpo di scena. La Corte d’Appello di Torino dichiara «non doversi procedere per intervenuta amnistia» a carico di Boccaleri, Curato e Grasso. Il 22 giugno precedente, infatti, era stata promulgata la cosiddetta “Amnistia Togliatti” approvata dal governo italiano. L’amnistia, che prendeva il nome dal ministro di Grazia e Giustizia che aveva proposto il provvedimento di condono delle pene (Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista italiano), comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi ivi compreso il concorso in omicidio, pene allora punibili fino a un massimo di cinque anni, i reati commessi al Sud dopo l’8 settembre 1943 e l’inizio dell’occupazione militare Alleata al Centro e al Nord ed aveva efficacia per i reati commessi a tutto il giorno 18 giugno 1946. Lo scopo era la pacificazione nazionale dopo gli anni della guerra civile. Non mancarono le polemiche politiche e le proteste. Ad Asti un gruppo di partigiani comunisti riprese le armi e si asserragliò sulla collina di Santa Libera, sopra Santo Stefano Belbo. 

 

Un piccolo parco ricorda le nove vittime di quella tragedia dai contorni ancora oscuri

 

Si rischiò lo scontro armato e la protesta rientrò solo dopo l’intervento del comandante partigiano Ciro Moscatelli e dopo che una delegazione di partigiani fu ricevuta a Roma dal vicepresidente del Consiglio, il socialista Pietro Nenni che promise interventi a favore dei partigiani combattenti. Angelo Boccaleri morì a Genova nell’ottobre 1979, all’età di 73 anni, trentacinque anni dopo la tragedia della Stilar. Il funerale venne celebrato il 17 ottobre 1979, nella chiesa di Nostra Signora del Rimedio a Genova. Fu sepolto nel cimitero monumentale di Staglieno. Il registro del cimitero riporta la dicitura «funerale gratuito», che significa a spese del Comune. Lasciò la moglie e due figlie .
Il ricordo delle “Brusaje” non si è affievolito nel tempo, anzi la morte delle nove ragazze è stato presa a simbolo dalla donne della Cgil di Asti che le ricordano ad ogni 8 marzo. Anche quest’anno una delegazione del sindacato si è recata al cimitero urbano, dove ci sono le tombe realizzate dal marmista Parola nel Dopoguerra, dove sono sepolte le «Brusaje», davanti al monumento voluto dalla Cgil in collaborazione con il Comune di Asti e la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti. L’opera, progettata da Greta Beltracchini (Liceo artistico «Benedetto Alfieri»), è stato inaugurato l’8 marzo 2015. Al loro ricordo è stata dedicata anche l’area verde in corso Matteotti. Il giardino “Ël brusaji” (Le bruciate) venne inaugurato sabato 8 marzo 2008 dal Comune di Asti, con la benedizione del vicario generale della diocesi, mons. Vittorio Croce. In tale occasione, venne pure scoperto il pannello commemorativo che riassume in nove vignette le fasi drammatiche dell’avvenimento: i nove “quadri” furono realizzati dal Laboratorio del fumetto di Asti, diretto da Gino Vercelli ed Enzo Armando. La vicenda è stata portata in scena anche da un testo teatrale nel 1989, per la regia di Livio Musso intitolato Le “Brusà” con un gruppo di attori amatoriali, guidati da Giuseppe Santopietro, si riunirono sotto l’insegna di «Teatro per amore».

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