I Rovero a San Marzanotto tutti li conoscono. Sono una famiglia radicata che ha legato la propria storia al nome della loro cantina. Tra i pionieri dell’agriturismo e del biologico, hanno saputo aprirsi anche verso altri settori comela distillazione della grappa.
Michelino Rovero è la memoria storica di famiglia. Parla lentamente, pacatamente, cercando nei ricordi nomi e date. Racconta di una famiglia contadina come tante e di una cantina e di una terra camminata e vissuta. Definisce bene i contorni prima del contenuto.
E fa bene, perché la storia che racconta è suggestiva, inizia con il nonno Michele (i nomi in famiglia si ripetono, com’era tradizione) che emigra in America alla fine dell’Ottocento e trova lavoro in una fonderia. Qui nascono i suoi 4 figli: Rosa, Michael, Mary e Virginia; la mamma e i bambini tornano in
Italia e nel 1920 nasce Amedeo. Anche il padre ritorna in Italia, in fuga dalla grande depressione del 1929, ma con qualche dollaro in tasca, sufficiente a comprare una casetta in Valdonata, sotto San Marzanotto.

C’è un po’ di vigna, ma ci sono soprattutto terreni nella piana del Tanaro, poco lontano, che danno raccolti sufficienti a vivere degnamente. Tre dei fratelli tornano in America, rimane soltanto Mary in Italia ma non in cascina come invece fa Amedeo che è anche un bravo elettricista e fornisce un’altra fonte di sostentamento alla famiglia.
Amedeo nel 1943 sposa Teresa e nel 1944 nasce la prima dei quattro fratelli, Rosanna. La svolta è nel 1946, quando il nonno Michele muore e il padre, Amedeo, deve decidere del futuro.
Non riesce a far bene entrambi i lavori e decide così di curare la terra a tempo pieno, una scelta controcorrente in quegli anni dove il fenomeno di abbandono delle campagne stava facendosi evidente e sarebbe diventato tumultuoso nei decenni successivi.
La famiglia si allarga. Nascono, dopo Rosanna, Michelino nel 1946, Claudio nel 1949 e Franco nel 1959. Papà Amedeo sviluppa la coltivazione e la vendita di frutta, verdura e cereali e negli anni ‘60 viene comprata la cascina “Il Milin” con alcuni ettari di vigna.
Si ristruttura la cantina con nuovi tini in cemento e nuove botti a sostituire quelle ormai troppo sfruttate. Per vendere meglio il loro vino vanno a cercare
clienti in Valle d’Aosta e nel Comasco. Lo vendono ancora in damigiane, come era usuale allora, ma non manca ai fratelli Rovero una visione del futuro.
Il nonno materno di Michelino, Giuseppe, possiede una cascina poco lontano, con le vigne che guardano Mongardino; è un amante dell’ordine e della pulizia, la sua cantina è sempre ben pulita, passa il maggior tempo in vigna
e in cantina, quando il vino “bolle” si alza più volte nella notte a sorvegliare, a controllare che tutto proceda bene, e produce un vino così buono che si vanta di venderlo anche agli svizzeri.

Rimane vedovo e la nuova moglie, operaia alla Way Assauto, non vuole saperne di stare in campagna.
Giuseppe va a stare ad Asti e affida la cascina a un mezzadro. Ma dopo poco tempo non è soddisfatto e affitta allora ai suoi parenti. Alla sua morte viene comprata la parte di cascina andata in eredità a una sorella e così gli ettari di vigna aumentano, ma c’è ancora qualcosa da comprare.
Gli esordi dell’agriturismo e l’alleanza con Borello alla Douja d’or
Nella grande cascina in cui ancora oggi ci sono la cantina e l’agriturismo, in tempo di guerra abitavano più di 60 persone; c’era una cappelletta, eretta
nel 1880 e dedicata alla Madonna del Carmine, e ogni famiglia era sistemata in due o tre stanze, aveva un pezzo del porticato in cui tenere una pecora o
una mucca, e qualche giornata di vigna.
Pian piano tutti questi piccoli pezzi vengono comprati fino a essere compresi in un unico appezzamento, intorno alla cascina. È negli anni ‘70 la svolta: nascono l’agriturismo e la produzione biologica. Quando ancora il concetto stesso di agriturismo doveva nascere, la famiglia Rovero pensa di accogliere i clienti, i compratori del vino, offrendo loro anche un pasto con piatti della tradizione, mettendo i tavoli in mezzo alle botti.
Ben presto si allarga la voce su questo bel mangiare in campagna, nella stessa cascina in cui si può comprare il vino in bottiglia, con la sua etichetta,
anziché in damigiana. Due tremende grandinate nel 1972 e 1973 mettono
però in ginocchio l’azienda; si pensa di mollare tutto e cercare qualche lavoro
per sopravvivere, ma c’è chi li aiuta con consigli e rassicurazioni.
Il presidente della Camera di Commercio Giovanni Borello li coinvolge nella Douja d’Or, nata pochi anni prima nel 1967. Dopo l’esordio ai giardini, la festa del vino va nel “Cantinone” di Piazza Alfieri e Borello usa sovente l’accogliente
cascina dei Rovero per conferenze stampa e cene con ospiti della Douja d’Or.
Diventano il volto della viticoltura contadina che sta cambiando. Con l’arrivo della normativa sull’attività agrituristica, i Rovero sono pronti epossono così vantare, nel 1987, la licenza numero 1 per la Provincia di Asti.
Quasi contemporaneamente nasce l’orientamento verso la produzione biologica del vino. In realtà è ancora presto per parlare di biologico, i Rovero
pensano a un sistema di trattamento della terra più pulito, più sano, prima ancora della spinta mondiale alla ricerca dell’alternativa rispettosa dell’ambiente e della salute.
In famiglia hanno messo in pratica alcune semplici regole di pulizia e salute per riguardo a se stessi e ai clienti che vengono in cascina a comprare il vino.

Con Franco enologo parte la distillazione per la grappa
Il fratello minore, Franco, si diploma enologo ad Alba nel 1980 e tornato in cantina mette a frutto i suoi studi nella produzione non solo del vino, ma anche di grappa. Arriva in azienda il primo distillatore a bagnomaria discontinuo, nascono le prime grappe tra cui “Il Milin” che ricorda la cascina comprata da papà Amedeo, nella cui soffitta viene trovata una mappa catastale del 1835 in cui alla proprietà viene riferito il nome locale di “Il millino”.
Anche nella distillazione i Rovero guardano avanti privilegiando le grappe
monovitigno, barrique per l’affinamento, producendo insomma grappe di
spiccata personalità. Michelino sottolinea con un mezzo sorriso che riuscivano a vendere la loro grappa a un prezzo due/tre volte superiore alle grappe più note che erano proposte nei bar, e senza ricorrere a pubblicità ma semplicemente contando sul passaparola dei clienti.
Numerose famose cantine di Langa e Monferrato si rivolgono a loro per farsi
distillare le grappe dalle loro vinacce.
Altro esempio di visione moderna? Nasce negli anni ‘80 la Bottega delvino, associando Romano Dogliotti per il Moscato, Domenico Clerico per il Barolo e Alfredo Roagna per il Barbaresco.

Così, senza concorrenza tra di loro, partecipano insieme ai saloni del vino,
il Bibe a Genova e il Vinitaly a Verona, e vanno anche all’estero, Germania
soprattutto. Con il vino biologico vanno invece in Francia a rassegne del vino
che sembrano feste di paese, vivaci e partecipate, dove giungono i primi
contatti con importatori per la Germania e per la Svizzera.
Il gioco è fatto. Nei ricordi di Michelino anche la bufera del metanolo che nel 1986 travolse il mondo del vino. Per i Rovero, come per altri produttori onesti, fu una stagione di riscossa perché lo scandalo spinse molti consumatori a cercare fornitori sicuri. Nuovi clienti giunsero alla loro cantina, sicuramente confortati dai consigli di chi vi si riforniva da anni e poteva garantire per la qualità del loro vino e dei prodotti della loro campagna,
ultimi nati il miele e i succhi di frutta.
Nel 2017 arriva una batosta tristissima: muore Franco il fratello più giovane. I
Rovero non mollano. Ora a raccontare è Enrico, figlio di Michelino, enologo, che segue la realtà della cantina che oggi produce diverse tipologie di vino. L’azienda si estende ora su 17 ettari, più di metà intorno alla cascina, il restante rivolto verso Mongardino.
Enrico sottolinea la nascita del Rouvè, una Barbera d’Asti superiore, curata in vigna e poi in vendemmia quando solo i grappoli più sani e maturi vengono scelti, e poi in cantina con mille attenzioni alla fermentazione, prima di farla riposare almeno due anni in barrique. E tra le grappe sicuramente “Il Milin”, fatta stagionare per 10 anni in legno prima di andare in commercio.
Prodotto di cui andare fieri. Fratelli Rovero, quattro generazioni, dall’America
a San Marzanotto, quattro generazioni di lavoratori curiosi, attenti, sovente
precursori in novità diventate in seguito la regola.







































