sabato 24 Febbraio, 2024
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1943

Francesco Ravinale

Saluterò i miei cari astigiani con un sorriso
Il 17 aprile, giorno del suo compleanno, manderà la sua lettera di dimissioni al Papa avendo raggiunto il 75° anno di età. Un pensionamento previsto dalla norma pontificia che trasformerà monsignor Francesco Ravinale in Vescovo emerito della Diocesi di Asti. Era arrivato nel Duemila dopo la consacrazione a vescovo al santuario di Oropa dove era rettore e dove pensava sarebbe rimasto per molto tempo. Monsignor Ravinale è un biellese gentile e sorridente che ha saputo farsi conoscere e apprezzare. In questa confessione laica ripercorre la sua vita, la scelta del seminario, i primi incarichi in parrocchia, i nuovi compiti pastorali fino alla nomina a vescovo. Il suo è un punto di vista attento e straordinario per raccontare la vita nell’Astigiano in questi primi 18 anni del nuovo millennio.

C’è il ritratto di monsignor Franciscus Ravinale, nella galleria dei medaglioni che incornicia il salone del palazzo vescovile di via Carducci, nel cuore di Asti. Ci sono i volti dipinti di tutti i predecessori: Severino Poletto, divenuto cardinale di Torino e prima ancora i monsignori Sibilla, Cavanna, Cannonero, Rossi, Spandre… Andando indietro nei secoli emergono sguardi severi, baffi, pizzetti, barbe medioevali, fino ai primi vescovi del V secolo: sant’Aniano, sant’Anastasio e Pastore  che intervenne ad un sinodo nel 451 a Milano come rappresentante della Dioecesis Astensis.

Ravinale, di questa straordinaria galleria di ritratti, è il primo vescovo del Terzo millennio. Nel cartiglio è indicato l’anno 2000. Quando lascerà la Diocesi scriveranno l’anno, presumibilmente questo 2018.

 

Francesco Ravinale a una anno con mamma Maria, sul triciclo e nel giorno della Cresima

 

“Il 17 aprile compio 75 anni e manderò le dimissioni al Papa”

 

Il 17 aprile, giorno del suo 75° compleanno, mons. Ravinale farà infatti partire una missiva indirizzata a Papa Francesco e al nunzio apostolico d’Italia, monsignor Emil Paul Tscherrig.

In essa presenterà formalmente le dimissioni dall’incarico per raggiunti limiti di età, come prevede la norma canonica.

Da quel momento in Vaticano si aprirà ufficialmente la pratica di successione. Non si sa quanto tempo potrà passare per arrivare alla nuova nomina.

A volte mesi, come è accaduto alla sede di Alba, rimasta vacante per 6 mesi nel 2014 e retta in quel periodo proprio da mons. Ravinale.

 

La bolla di nomina papale è dell’aprile Duemila

 

Con i familiari il giorno dell’ordinazione a sacerdote: 25 giugno 1967

 

Un’altra lettera, diciotto anni prima, era arrivata dal Vaticano a Francesco Ravinale: conteneva la bolla di nomina da papa Giovanni Paolo II a vescovo di Asti. Era il 21 febbraio del Duemila. In queste due missive si racchiude la vita e l’azione di Francesco Ravinale, il vescovo gentile e sempre sorridente che gli astigiani hanno iniziato ad apprezzare fin dalle prime settimane del suo mandato pastorale.

 

Francesco Ravinale ci ha accolti nel suo studio del palazzo vescovile accettando di conversare con il vecchio cronista che per primo lo intervistò al suo insediamento ad Asti nell’aprile del Duemila.

Con lui, in queste sale dai pavimenti tirati a lucido, seguii alla televisione in diretta l’elezione di Papa Ratziger.

Era il 19 aprile 2005 e il conclave avrebbe potuto scegliere anche il cardinale astigiano Angelo Sodano, allora Segretario di Stato Vaticano e si faceva anche il nome di Giovanni Lajolo, cardinale con origini di Vinchio.

Il vescovo prepara il caffè in cialde alla macchinetta dell’espresso. Tutt’attorno ci sono libri, quadri a tema sacro e un suo ritratto con il cappello da alpino ad opera di Filippo Pinsoglio.

 

“Io il militare non l’ho fatto, ma ad Oropa gli alpini mi hanno regalato il loro cappello, perché amo la montagna  e così l’ho portato anche all’adunata nazionale del 2016 ad Asti”.

Il vescovo con il cappello alpino all’adunata di Asti del 2016

 

Sono passati 18 anni dalla nostra prima intervista. Ripartiamo da allora. Aveva 57 anni, arrivava da Biella, era rettore al santuario di Oropa. Ricorda quando seppe della nomina a vescovo di Asti?

“Al santuario della Madonna di Oropa, il rettore resta in carica generalmente molti anni. Io ero a Oropa da soli tre e non avevo alcuna ambizione vescovile. Quando mi dissero della nomina andai con la mente alle poche volte che ero venuto ad Asti, dove conoscevo solo don Bugnano, il rettore del seminario e pochi altri sacerdoti. La città mi è apparsa subito bella, con tanti palazzi e scorci storici. La gente cordiale”.

Facciamo un passo indietro. Visto che questa rubrica si intitola “Confesso che ho vissuto” ci racconti la sua vita dall’inizio…

“Sono nato in tempo di guerra: il 17 aprile 1943 a Biella. Mio padre Giovenale, detto Giuanin, era vigile urbano e suonava la fisarmonica. Mia mamma, Maria Benzi ,faceva la commessa in un negozio di generi alimentari. Eravamo una  famiglia cittadina. Mia madre mi raccontò che le prime parole le farfugliai in un rifugio antiaereo, durante un bombardamento. Nel 1951 nacque mio fratello Giorgio. Io andavo alla scuola elementare “Pietro Micca” di Biella che ho frequentato fino alla terza. Posso dire che la nostra vita cambiò per via di un colpo di ruspa”.

Che cosa era successo?

“Durante i lavori di ampliamento di piazza La Marmora, hanno sventrato parte della casa dove abitavamo. Restammo quasi senza scale e i miei decisero di trasferirsi a Ponderano, un paesotto a tre chilometri da Biella. Qui conobbi don Matteo Zanetto, un bravo parroco che mi prese in simpatia. C’era l’oratorio, ma con lui discutevo, come può farlo un bambino, anche del senso della vita e della Divina Provvidenza. Frequentavo volentieri la parrocchia e fu don Matteo a convincere mio padre che potevo proseguire le medie in seminario”.

Il vescovo di Asti con Papa Francesco

 

Come la presero in famiglia?

“Si andava in chiesa ma i miei non erano, come si diceva, dei “barlicabalustre”. Ricordo mio padre che mi accompagnò il primo giorno. Era l’autunno del 1954. Lo preoccupava soprattutto la retta del convitto da pagare: mi pare fosse di settemila lire al mese, non poco per quei tempi. I miei si trasferirono poi a Ivrea. Al seminario di Vercelli, che allora era affollato di 120 studenti, ho trascorso gli anni delle Medie e del Liceo classico, fino a quella che allora si chiamava la quarta classe di Teologia, ed eravamo in 34”.

Che studente è stato?

“All’inizio abbastanza timido, ma non ho avuto problemi a legare con i compagni.  I risultati scolastici erano nella media. A volte ero un po’ secchione. I voti più alti li prendevo in matematica e filosofia. Non ero un leader, ma non mi facevo condizionare. Mi spiego: tra noi tutti tifano per la Juve o per il Toro. Io scelsi l’Inter. E tra Coppi e Bartali a me piaceva Magni. Ma la mia vera passione era la montagna. Camminavo volentieri anche se con il fiatone”.

Nel 2006 con Papa Benedetto XVI

 

Proseguendo gli studi di teologia arrivò l’ordinazione a sacerdote…

“Era il 25 giugno del 1967 a Biella e fui ordinato, con altri tre, da mons. Carlo Rossi. Subito dopo mi diedero il primo incarico pastorale: viceparroco a Trivero, una cittadina di diecimila abitanti a 30 chilometri da Biella. C’erano la Zegna e molte altre fabbriche del tessile. Era un ambiente operaio. Nella famiglie lavoravano tutti, ma non mancavano le tensioni. Ricordo le battaglie sindacali e gli scioperi che seguivo da vicino. E nel 1968 arrivò anche l’alluvione. Io, giovane prete di 25 anni, vissi molto intensamente quei momenti. Poi, dopo quattro anni e mezzo, la mia vita cambiò nuovamente”.

Fu nominato parroco.

“Sì e in un ambiente completamente diverso: Cavaglià, 3500 anime ai confini tra il Vercellese e l’area di Ivrea. Zona di stalle e di operai-contadini che facevano il doppio lavoro. C’era anche un beneficio parrocchiale e il mezzadro mi portava ogni anno un po’ di vino, a dire il vero, piuttosto brusc. Però non era colpa sua, da quelle parti il vino è tutto così: andavo per la benedizione delle case, una fetta di salame e un bicchiere non si potevano rifiutare. Nel 1975, per l’Anno Santo organizzai un pellegrinaggio parrocchiale in pullman a Roma. Incontrammo papa Paolo VI che ricordo molto affabile. A Cavaglià stavo bene. Ero parroco ormai da nove anni quando mi arrivò una telefonata dal vescovo, mons. Vittorio Piola”.

Altro cambio di vita, c’è da immaginare…

“Mi disse senza troppi preamboli:  sei stato abbastanza a Cavaglià. Ho bisogno di te in seminario come educatore e direttore spirituale. A quel tempo gli studenti si erano ridotti ad una trentina. Mi mandò a studiare teologia spirituale a Milano dove preparai anche la tesi in teologia pastorale. In quel periodo diciamo che ero uno tornato ad essere uno studente lavoratore tra seminario e studi tra Milano e Roma. Mi occupavo anche di catechesi e formazione dei diaconi. Restai a Biella fino al 1996 poi…”

Ecco, siamo arrivati a Oropa. Rettore del Santuario, un incarico di prestigio.

“È tra i più importanti santuari mariani d’Italia. Molto frequentato. Ero vicino alle mie amate montagne, ma non ebbi troppe occasioni di andarci in gita. Come ho detto tre anni dopo arrivò la nomina a vescovo di Asti che accolsi con sorpresa e, lo ammetto con una certa ansia. Sarei stato capace di reggere una delle più storiche e importanti diocesi del Piemonte?”

Sono entrato in seminario a Biella a 11 anni

 

Francesco Ravinale con la mamma Maria Benzi

 

Come le pare sia andata?

“Non tocca a me giudicare. Debbo dire che mi sono trovato bene fin da subito. Ho capito che la gente mi accettava. Ho conosciuto tante persone, ascoltato le loro vite, partecipato alle loro gioie e ai loro dolori. La mia preoccupazione non è mai stata il sentirmi amato, ma la mia capacità di amare”.

La città ha visto spegnersi troppe occasioni per dare lavoro

 

Un momento di relax dopo un’escursione in montagna

 

Come giudica il rapporto con le istituzioni?

“Ottimo e sempre molto rispettoso dei ruoli. Ho conosciuto cinque sindaci di Asti, da Florio a Voglino, da Galvagno a Brignolo e ora Rasero. Con tutti loro e con gli altri rappresentanti della vita politica, sociale ed economica  ho vissuto centinaia di momenti pubblici e raccolto anche le loro speranze e a volte le loro delusioni. In questi anni abbiamo tutti assistito alla fatica di una città che ha visto spegnere le luci di troppi luoghi di lavoro. Ambienti che si svuotano e lasciano ombre e rimpianti nella vita delle persone. Quando vado nelle scuole, parlo con i giovani e ascolto i loro dubbi e i tanti interrogativi che hanno sul loro futuro. Mi domando e domando a chi ha responsabilità amministrative e di governo: Asti e il suo territorio che prospettive riservano ai ragazzi e alle ragazze di oggi?”.

Le parole di speranza e di impegno di papa Francesco sono tra le più ascoltate proprio dai giovani. Lei che porta lo stesso nome scelto dal Papa ha avuto fin da subito con la gente un approccio che si può definire antesignano dello stile Bergoglio: aperto, cordiale, si potrebbe dire alla mano.

“Non è questione di stile o di modi di apparire, ma di essere e di credere. Tutto deriva dal Vangelo e dalle indicazioni emerse dal Concilio Vaticano II. Il Papa, il nostro Papa ha dato un segno forte al suo ruolo. Ma è più importante riflettere anche su ciò che dice e come lo dice”.

A proposito del Papa, è vero che ha sperato in una visita nelle terre d’origine della sua famiglia?

“Si sono mossi in tanti per invitarlo. Ricordo che siamo stati ricevuti in Vaticano in delegazione con il sindaco di Asti Brignolo e quelli di Portacomaro e Montechiaro. Papa Francesco è molto legato ai suoi parenti che vivono in Piemonte e non dimentica  le radici dei Bergoglio. Molti di loro li ha incontrati durante la sua visita a Torino nel 2015. A Roma abbiamo scattato le foto ricordo dell’incontro, ma non so se nel calendario dei viaggi internazionali del Pontefice potrà rientrare anche una visita nell’Astigiano. Se così fosse per il vescovo che ci sarà, sarà una grande gioia e anche, diciamolo sottovoce, un bel grattacapo organizzativo”.

La crisi delle vocazioni ha svuotato il seminario e le nostre 126 parrocchie

 

Francesco Ravinale viceparroco

 

Come ha trovato e come lascia la diocesi di Asti?

“Sono terre dove il sentimento religioso è ancora forte e le tradizioni mantengono un valore sociale importante. La diocesi non è immune ai cambiamenti della società. Un problema serio è diventata la mancanza di vocazioni. Il nostro bel seminario è chiuso e abbiamo dovuto concentrare i pochi studenti, prima ad Alessandria e ora a Pianezza. Ho fatto un calcolo. In questi anni da vescovo ho partecipato a 75 funerali di sacerdoti e ordinato solo una dozzina di nuovi preti. La nostra diocesi è passata da 130 a 90 sacerdoti, la cui età media sfiora i 70 anni. Sotto i 40 anni sono soltanto in otto. Anche tra le religiose il calo è sensibile. Abbiamo 126 parrocchie e siamo stati costretti ad accorpamenti. Molti paesi hanno perso il parroco residente e so quanto questa mancanza possa pesare sulla vita delle comunità”.

Tocchiamo alcuni temi che hanno procurato qualche turbolenza in merito alle sue scelte più recenti. La cessione della chiesa di Santa Maria Nuova alla comunità ortodossa.

“E’ stata una scelta di ecumenismo cristiano che, enunciato a parole, dobbiamo poi anche praticare nei fatti. I fratelli ortodossi, soprattutto rumeni, in città sono molto numerosi  e hanno chiesto di poter avere un luogo di culto, rispettandone la storia, gli arredi sacri, le tradizioni. Santa Maria Nuova non è stata chiusa ai cattolici, ma aperta a tutti i cristiani. Il tempo mi pare stia dando ragione a questa scelta”.

Ravinale con Sergio Miravalle durante l’intervista concessa ad Astigiani

 

Il caso dell’Oasi dell’Immacolata ha fatto discutere a lungo. Ci sono stati Consigli comunali aperti, lettere sui giornali prese di posizione. La Diocesi è stata accusata di voler cedere pezzi importanti del suo patrimonio a fini commerciali…

“Su questa vicenda si è fatta molta confusione. Dal 2007 il complesso dell’Oasi dell’Immacolata, accanto allo stadio comunale, che era stato per decenni un pensionato per sacerdoti e religiosi è stato chiuso. Quell’immobile e il suo parco non erano più necessari all’attività della Curia, ma non volevamo che andassero abbandonati. Per prima cosa abbiamo offerto l’Oasi all’amministrazione comunale di Asti. Pareva fosse destinata a  rispondere alle emergenze abitative. Il Comune ci ha fatto sapere che non aveva i soldi per mettere a norma la struttura e allora ha preso piede l’ipotesi di vendita ad una società privata”. Altri avrebbero voluto trasformarla in cittadella della solidarietà. Ci sono stati incontri con assessori e responsabili di associazioni, ma alla fine non se ne è venuti a capo e nel frattempo, come succede nei complessi abbandonati, sono passati i vandali che hanno devastato e depredato.

È così spuntato il progetto di trasferirvi il supermercato Coop

“A qualcuno è sembrata una scelta speculativa. Non entro nel merito specifico della proposta che ha visto favorevoli e detrattori. Come vescovo non ero e non sono alla ricerca del consenso, ma cerco di decidere in coscienza per il bene comune. In questo caso il risultato è stato che l’Oasi è rimasta vuota, devastata e chiusa e va ad aggiungersi purtroppo alla lunga lista di grandi edifici abbandonati che punteggiano la città, senza che si trovino soluzioni concrete di riutilizzo. L’amministrazione della Diocesi avrebbe con la vendita dell’Oasi ridotto il debito. Lascerò al mio successore anche il dossier su questa vicenda e il mutuo un po’ più grande del previsto”.

Santa Maria Nuova, Oasi dell’Immacolata e profughi. “Le nostre scelte a volte non sono state capite”

Il cartiglio sotto il ritratto di Franciscus Ravinale indicherà la fine del mandato da vescovo.

 

Anche i rifugiati al Seminario hanno fatto mugugnare…

“Abbiamo affidato le camerate e altri locali inutilizzati ad una cooperativa sociale che si occupa di migranti. Le parole del Vangelo e i gesti del Papa sul dramma che vivono milioni di persone non dovrebbero lasciare dubbi a chi si proclama cristiano. Dobbiamo aiutare chi fugge dalle guerre, dalle persecuzioni e dalla miseria, comprenderne le ragioni e sottrarli alle nuove schiavitù, aiutandoli a trovare nuove occasioni di vita. A proposito del Seminario, voglio però citare anche altri aspetti che magari hanno fatto meno notizia. In questi anni è stato profondamente restaurato in alcune sue parti storiche e grazie all’impegno del mio vicario don Andina e della bibliotecaria Debora Ferro abbiamo ridato alla città in tutto il suo splendore la straordinaria biblioteca storica che vi è custodita con decine di migliaia di preziosi volumi”.

Lei come vescovo è anche editore di un settimanale e c’è stato un periodo in cui la Curia astigiana controllava anche la televisione locale

“Credo molto nel ruolo dell’informazione corretta e documentata. Ogni anno invito i giornalisti astigiani in occasione della festa di San Francesco di Sales, il patrono dei giornalisti a discutere del loro lavoro. Purtroppo in questi anni i costi della televisione e degli studi erano impossibili da sostenere al nostro livello astigiano, meglio fare convergere l’esperienza in un gruppo più grande. Il giornale è il più storico foglio di informazioni dell’Astigiano. Abbiamo dato alla Gazzetta d’Asti gli spazi di una nuova redazione. Il lavoro appassionato di don Croce ha messo insieme anche giovani cronisti e mi risulta che la Gazzetta sia molto attiva anche sul web”.

Come vive, lei uomo del Novecento, i cambiamenti nei modi comunicare? Il vescovo di Asti è connesso?

“Sì, ma non troppo. Naturalmente ho il cellulare come tutti e il mio numero non è riservato. Mi impegno a rispondere alla posta elettronica e ho imparato a destreggiarmi abbastanza bene con le mail. Ho avuto un profilo — si dice così? — anche su Facebook che mi hanno fatto i ragazzi della diocesi durante le giornate di incontro mondiale della gioventù in Spagna. Ho cercato di seguirlo per un po’ ma era diventato un impegno in più. Appartengo alla generazione che considera una stretta di mano e un sorriso più di un semplice clic di amicizia ottenuto premendo un tasto sulla tastiera o su un video. Non faccio selfie. Spesso chiedono di farli con me. Sorrido e non mi sottraggo”.

Con l’imam di Asti Abdessamad Latfaoui

 

Dopo che avrà mandato la lettera di dimissioni al Papa e che sarà stato nominato il suo successore che cosa farà?

“Dalle parti di Biella c’è un piccolo santuario della Brughiera. Ci vive ancora a 92 anni don Dino Lancone che fu il mio parroco a Trivero, quando io facevo il vice. A ben pensarci è stato un momento bellissimo della mia vita: fare il viceparroco, stare in mezzo ai giovani è davvero bello. Per me sarà un buon ritiro, aperto a tutti coloro che mi verranno a trovare.  E io andrò a trovare mio fratello e sua moglie Valeria. Lui è diventato un addestratore di cani. Magari mi regala un cucciolo”.

E non tornerà ad Asti?

“Certo che ci torno. I religiosi del nostro presbiterio sono meravigliosi. Ci siamo voluti bene, con tutti. Verrò e scriverò. E poi vorrei continuare ad assistere al Palio. Mi piace la passione e l’impegno che vedo in tanti. Posso dirlo? In tutti questi anni ho aspettato di veder vincere la Cattedrale, ma non è mai successo. Chissà se con il nuovo vescovo…”.

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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