sabato 17 Ottobre, 2026
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A Mongardino è l’acino che fa il vino

Settembre e l’autunno nei modi di dire

C’è di tutto ad Asti nel mese di settembre, ma per motivi di spazio ci limitiamo a prendere in considerazione qualche espressione legata a due momenti importanti: la vendemmia e il Palio.

Un tempo, quando la vendemmia era alle porte, si provvedeva innanzitutto a amberburè, che possiamo tradurre come “riempire di acqua”: si portavano all’aperto tutti gli utensili necessari (bigonce, brente, berton-i, garocc) e, se non arrivava la pioggia, si utilizzava (a malincuore) l’acqua della cisterna.

Pieni fino all’orlo, questi attrezzi di legno cominciavano a gonfiare, riducendo così le eventuali fessure che avrebbero potuto lasciar colare il mosto durante la raccolta e il trasporto dell’uva. Le falle più profonde venivano in precedenza tappate con la bisa, lo sterco bovino, un coibente straordinario, utilizzato anche per essiccare il granoturco.
Infatti, all’inizio del secolo scorso, quando le pannocchie si raccoglievano a mano e poi venivano sfogliate e sgranate, le aie non erano pavimentate e per stendere i chicchi al sole ed essiccarli senza rischiare che si coprissero di terra si stendeva sui cortili uno strato di sterco bovino che diventava duro come il cemento.

Il termine amberburè si usa ancora in senso lato: anduma a amberburesi, andiamo a bere, anche se il liquido previsto per riempirsi lo stomaco non è acqua ma vino.

Parlando di vendemmia vale la pena di ricordare un detto emblematico di un’epoca: cui ’d Mungardin a disu che con l’asinel a ’s f ’l vin, quelli di Mongardino dicono che con l’acino si fa il vino. Se ti cadeva un grappolo e si staccava un acino andavi a raccoglierlo fino a fondo valle, perché quella cultura non accettava neppure il minimo spreco.

A mio nonno verrebbero le lacrime agli occhi vedendo il diradamento dei grappoli che si pratica oggi e non servirebbe a nulla spiegargli che si riduce la quantità per migliorare la qualità: per la sua generazione ogni acino era sacro, perché rappresentava una goccia di fatica che meritava rispetto.

Venendo al Palio, l’espressione che si sente usare è piè l’anciua, prendere l’acciuga, ossia arrivare ultimo della finale o comunque ottenere un risultato deludente: il riferimento è al premio previsto per l’ultimo arrivato nella corsa.

Parti prima del ciuchìn, partire prima del campanello, richiama il regolamento in vigore fino a quando il Palio si correva alla lunga: i cavalli si allineavano al canapo e la partenza veniva data dal campanello o da uno squillo di tromba, ma normalmente si ricorreva alla prima soluzione.
Chi partiva prima era squalificato. Quindi parti prima del ciuchìn indica un comportamento precipitoso, avventato, intempestivo.

El pì bel d’el Palio, il più bello del Palio, è un’espressione ironica equivalente a “il più furbo della nidiata”, usata per indicare e mettere in ridicolo chi si crede sempre il migliore.

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Paolo Raviola

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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