La presenza degli ebrei a Moncalvo è testimoniata dall’esistenza storica
di una sinagoga dalle caratteristiche uniche, di un ghetto, di un cimitero. Una
storia di secoli che arriva fino ai giorni nostri.
Nel 2004 Moncalvo ha intitolato una via alle vittime dell’Olocausto con la
data del 27 gennaio 1945, divenuta per tutti il Giorno della Memoria, ed è stato il primo Comune dell’Astigiano a posare in questa via quattro “pietre d’inciampo” dedicate ad altrettanti suoi cittadini che persero la vita ad Auschwitz.
Non sono mancate le tesi di laurea sulla storia ebraica di Moncalvo. L’ultima
in ordine di tempo è stata discussa all’Università del Piemonte Orientale
dalla moncalvese Linda Longo, al termine del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza. Il titolo: Ricerche storico-giuridiche sulla comunità ebraica di
Moncalvo nel XVIII secolo con particolare riguardo alla disciplina della macellazione.

Un argomento trattato da pochi specialisti. La presenza odierna di cinque macellai (e le rivendite di carne sono sette) in un comune di 2800 abitanti, che fa della qualità della carne bovina e della annuale fiera del Bue grasso un richiamo turistico, confermano l’interesse che il tema può suscitare, anche se a Moncalvo non ci sono più macellerie “ebraiche” (una dozzina in tutt’Italia e due in Piemonte, a Torino e Novara).
La ricercatrice ha analizzato a fondo l’archivio storico del Comune di Moncalvo, miniera di 16 fonti archivistiche sul tema e rarissime stampe.
A dare profondità alla ricerca è stata anche l’analisi di 90 fonti bibliografiche.
Si va dal filosofo e giurista del XII secolo Mosè Maimone a Primo Levi, che nel
primo racconto del Sistema periodico evoca i barba, gli antenati monferrini.
A questo proposito è risultata importante la testimonianza di Piero Norzi, purtroppo scomparso nel 2018, originario di Torino, tra gli ultimi esponenti della realtà ebraica di Moncalvo, che nella sua tenuta a Villa Foa, coltivava vigneti e produceva anche Barbera con rito kasher. «La comunità ebraica di Moncalvo si sviluppò attraverso flussi migratori provenienti da varie parti d’Europa – scrive Linda Longo.
A parere di Salvatore Foa un documento giacente all’Archivio di Stato di Torino, il libro dei conti di Chiavari…» risalente al 1432-1435, accerta la presenza degli ebrei a Montecaluo. Secondo altre ipotesi gli ebrei si sarebbero
trasferiti in Monferrato nel 1461 a seguito della loro espulsione dalla Savoia, mentre altri fanno risalire la venuta di famiglie ebraiche in Monferrato e in Piemonte ai tempi dell’editto di Granada del 1492.
Molti provenivano dalla Francia. Da sottolineare il rito di preghiere e canti
Apam, professato dagli ebrei di Asti, Moncalvo e Fossano. Tale rito, che lega
in modo particolare Asti a Moncalvo, sebbene quest’ultima dipendesse, e
ancora dipende per organizzazione ebraica, da Casale Monferrato, individua
– secondo lo storico Nello Pavoncello – nella Provenza la terra d’origine delle
prime famiglie ebree giunte nei tre comuni nel 1394.
Il nome Apam si riferisce alle iniziali in lingua ebraica di questi tre centri
piemontesi. Tale rito è una variante di quello sefardita (spagnolo) e askenazita (di area tedesca) ed è caratterizzato da particolari melodie che accompagnavano la celebrazione.
La presenza a Moncalvo di ebrei è stata fino agli inizi del Novecento significativa: dal censimento del 1761 risultavano nel Ducato Sabaudo 4192 ebrei e la cittadina monferrina era sesta in graduatoria con 218 residenti, dopo Torino, Casale, Alessandria, Acqui e Vercelli.

Nel 1875 Moncalvo raggiunge il massimo di 300 ebrei residenti nel ghetto delimitato nel maggio del 1732. In quell’anno era abitato da 171 anime e 30 famiglie. Come nelle altre località piemontesi era in uso una singolare parlata che mescolava il dialetto piemontese con termini ebraici e veniva usata quotidianamente dalla maggioranza dei residenti ebrei, in prevalenza
commercianti e artigiani, anche come gergo che li difendeva dall’ascolto degli
estranei alla comunità.
La sinagoga aveva l’entrata secondaria dal ghetto e quella principale, usata nelle occasioni più importanti, dalla soprastante piazza principale moncalvese.
L’unicità di una sinagoga che si affaccia sulla piazza principale
Secondo Claudia Debenedetti, presidente dell’Agenzia ebraica Sochnut Italia, si tratta dell’unico caso in Europa di una sinagoga con accesso dalla piazza principale, a conferma di una presenza non nascosta nella vita moncalvese.
L’edificio ha avuto alterne fortune. La facciata risale al 1860 e fu idealmente
dedicata a Carlo Alberto che nel 1848 aveva emancipato gli ebrei piemontesi
permettendo loro di non nascondere più i templi in anonimi edifici.
I fregi e gli arredi liturgici sono stati portati in Israele
Dopo le leggi razziali del 1938 la sinagoga fu di fatto chiusa e ceduta a fine guerra a un commerciante che la adibì a deposito di stoffe. Successivamente è stata ristrutturata e trasformata in abitazione privata.
Sulla sua facciata, non rivolta verso Gerusalemme ma ad Est, si può leggere
ancora il versetto di Isaia in italiano ed ebraico: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti.
I suoi tesori liturgici sono stati salvati dalle predazioni naziste e portati in Israele, con non poche peripezie. Il soffitto in oro zecchino abbellisce un centro di studi rabbinici e di preghiere a Gerusalemme. Il suo Aron ha Kodesh – grande armadione ligneo dell’Ottocento con due colonne ioniche e intagli d’oro che custodiva i rotoli della Torah – è oggi patrimonio della sinagoga Obadiah da Bertinoro di Ramat Gan, sobborgo residenziale di Tel Aviv abitato da ebrei di origine italiana.
Dopo la guerra a Moncalvo, come in molte altre piccole realtà di provincia,
le comunità ebraiche rimaste si sono svuotate a poco a poco: per calo naturale, per l’inurbamento che ha attirato molte famiglie israelite verso le città.


La sinagoga è rimasta nella memoria e nel linguaggio popolare che la indica come la cèsa dij Ebrei.
Altro capitolo riguarda il cimitero ebraico di Strada per Grazzano, raro esempio di architettura cimiteriale “assimilata” (tombe sovrapposte al posto dell’usuale sepoltura nella terra). Il cimitero devastato da un nubifragio attende restauri in accordo tra il Comune e la Comunità israelitica di Casale Monferrato.
Le complesse regole della macellazione rituale Kosher nella patria del Bue grasso
La ricerca di Linda Longo è composta da tre capitoli, a partire dalle origini delle comunità ebraiche in Piemonte e delle loro condizioni giuridiche, per proseguire con l’analisi dettagliata della storia politica sociale della comunità moncalvese e concludersi con quello che è il focus della tesi: il diritto alimentare ebraico (Kasherut) con la storia e le questioni inerenti la Shechitah, ovvero il complesso di norme che regolano la macellazione e il consumo della carne.
L’Editto di tolleranza promulgato nel 1539 dal marchese del Monferrato Federico Gonzaga consentiva agli ebrei di aprire una “beccaria rituale” (bottega in cui la carne veniva macellata e venduta secondo le regole religiose).
Gli ebrei non avrebbero potuto consumare carne macellata da cristiani, ma avrebbero dovuto comprare la bestia viva e in seguito farla macellare dallo shocket della comunità. Nel 1596 il Duca Vincenzo Gonzaga emanò un decreto in cui venne garantita agli ebrei la possibilità, dietro il pagamento di un dazio, di vendere carne kasher anche a cristiani.
A seguito di bandi emanati più avanti e presenti nell’Archivio storico di Moncalvo, risulta che ancora vi fosse nel 1795 un unico macello pubblico
che poteva essere gestito sia da macellai cristiani che ebrei. Le relative concessioni comunali avevano la durata di 6 anni ed erano ambite da entrambe le parti che molte volte ricorsero al giudizio del Giudice di Pace.
Uno dei tanti casi di scontro è datato 1738 e riguarda Jacob e Benja De Benedetti che ebbero in locazione il macello ma subirono le lamentele della
clientela cristiana e delle autorità comunali, che decisero di affidare la gestione a due cristiani del posto, i quali vinsero contro il ricorso dei macellai ebrei, accusati di non avere servito a sufficienza la popolazione e in particolare i degenti dell’ospedale San Marco.
In altri casi i macellai ebrei vinsero le cause contro palesi inefficienze dei rivali cristiani, a dimostrazione di una sostanziale imparzialità delle autoritàcomunali.
Le regole del Kasherut impongono agli ebrei osservanti un “sistema di vita” che nell’alimentazione fissa e distingue ciò che è kasher, ossia il cibo consentito, da quello proibito. Per comprendere quali siano gli animali adatti al consumo bisogna rifarsi alla Torah che li classifica in diversi gruppi e, per ciascuno di questi, distingue le specie “monde” da quelle “immonde” secondo criteri che si differenziano da quelli usati dalla classificazione scientifica degli animali. Infatti, la classificazione biblica e rabbinica è l’espressione di idee religiose, dalle più rigide e ortodosse a quelle che tengono conto dell’evolversi delle norme sanitarie e di macellazione.

Per fare alcuni esempi. Nell’ambito del gruppo dei mammiferi i parametri principali per definire i quadrupedi “permessi” sono due: l’unghia bipartita, la masticazione e la ruminazione, requisiti che devono sussistere entrambi. Quindi sono ammessi tutti i bovidi compresi i camosci e le antilopi. Proibiti
invece equini, conigli, lepri, suini.
Sui volatili la Torah non dà una classificazione precisa ma le sfumature non mancano. Sono vietati l’aquila, il nibbio, falchi, civette e ogni specie di sparviero. Nel settore ittico rientrano tra i permessi i pesci con squame, che non siano dentellate con precisi distinguo. Ammessi per esempio il pesce azzurro e il tonno. Quanto agli insetti, sono generalmente proibiti tra i pochi ammessi ci sono grilli, cavallette e locuste.
Le note qui descritte sono solo una parte di quanto affrontato da Longo su questa complessa problematica per la quale la fonte più autorevole e completa è la Guida alle regole elementari di Riccardo Di Segni. Ovviamente kasher o non kasher riguarda l’intera alimentazione, e non solo quella animale, con evidenti risvolti anche economici.
Vale la pena ricordare la risposta che il rabbino capo di Ferrara, Luciano Caro,
anni fa relatore di lectio alla Biblioteca Montanari di Moncalvo, diede a chi gli
chiedeva se il tartufo fosse o meno kasher: ci pensò e poi rispose sì, con un
sorriso.












































