Quando il delivery lo facevano i contadini portando il latte ai clienti in città
Bevete più latte, il latte fa bene! È un sano alimento per tutte le età!
Questo ritornello pubblicitario ha fatto epoca a testimonianza di come il
consumo di latte sia sempre stato legato alle nostre abitudini alimentari.
Ma le cose cambiano e anche il latte da semplice frutto della mungitura di mucche, capre, pecore ecc. è oggi un prodotto industriale in continua evoluzione al centro di sfide commerciali tra decine di marchi e anche di “guerre” internazionali con protocolli di produzione e quote comunitarie da rispettare.
Sul mercato arrivano nuovi prodotti microfiltrati a lunga conservazione, con o senza lattosio che, spinti da intense campagne pubblicitarie, stanno conquistando consumatori a scapito del latte fresco.
Ma come arrivava il latte nelle case degli astigiani? Facciamo un passo indietro di almeno tre quarti di secolo. Chi viveva in campagna, ovviamente, aveva la stalla con almeno una mucca che lo forniva quotidianamente. Molti anche dalla città andavano a rifornirsi direttamente nelle cascine.
Per chi viveva nelle case del centro, invece, c’era una fitta rete di contadini
(specialmente contadine) che ogni mattina provvedevano alla consegna porta
a porta, portando legati alla bicicletta bidoncini di alluminio da qualche decina di litri. Era una sorta di delivery ante litteram creatosi attraverso le conoscenze con chi viveva nelle cascine delle frazioni, che rifornivano i clienti anche di verdura e frutta fresca a seconda delle stagioni.


Un’usanza che si mantenne per decenni. Don Michele Gallo nel suo Annuario
del 1901 elencava numerosi margari e lattivendoli attivi ad Asti. Con il tempo
crebbero le vere latterie (nel 1931 ne sono state censite 15) che tenevano il
latte in bidoni di alluminio della capacità di 30 o di 50 litri, e lo servivano pescandolo con appositi misurini da un litro, da mezzo e da un quarto e versandolo nelle bottiglie o nei recipienti che ognuno si portava da casa.
C’erano però spesso problemi di conservazione, specialmente nelle stagioni
calde. Con atto del notaio Poncini del 20 dicembre 1931 venne costituita la
“Società anonima cooperativa astigiana fra produttori di latte” con lo scopo di
organizzare la distribuzione del latte, stabilire il prezzo di vendita e far nascere una centrale unica di raccolta dove il prodotto doveva essere pastorizzato, nel rispetto delle norme del Regolamento sulla vigilanza igienica del latte, approvato con R.D. del 9 maggio 1929.
Il regime in quegli anni spinse sul consumo di latte soprattutto tra i giovanissimi con campagne di propaganda nelle scuole. Con deliberazione del Podestà Buronzo, l’8 febbraio 1932 il Comune di Asti decise l’istituzione di uno “speciale stabilimento” per la raccolta, la lavorazione e la distribuzione del latte da parte della cooperativa produttori.
A ottobre di quell’anno la Commissione edilizia approvò il progetto redatto dal
geom. Giuseppe Ercole per costruire la Centrale del latte su un terreno di 2913 mq. situato tra gli inizi di via Petrarca e di via Brovardi, allora “sbocchi a nord” e ancora periferia della città. Sorse così una palazzina di due piani
per gli uffici, collegata con l’attiguo capannone per la lavorazione del latte,
oltre all’abitazione del custode, ai locali per il ricovero degli automezzi, tettoie e magazzini.
Gli impianti di pastorizzazione furono acquistati dalla ditta Folli di Lodi. La Centrale iniziò a funzionare dal 1° ottobre ’33. Il latte era sottoposto al
controllo costante dell’Ufficio d’Igiene che ne doveva certificare il titolo di grasso (per scoraggiare gli annacquamenti) e la corretta pastorizzazione.
Ai produttori veniva pagato 0,65 lire al litro, mentre era venduto alle latterie e ai bar a 0,90 lire. Prezzo al pubblico, una lira al litro. In quegli anni erano incaricate della vendita 14 latterie.

La centrale attiva dall’ottobre 1933 con 14 latterie in città
Il loro elenco farà tornare alla mente ai meno giovani nomi dimenticati: Teresa Caranzano in piazza Statuto 2, Antonio Binelli in via Aliberti 20, la latteria di via Quintino Sella 11, Umberto Pasino in via Govone, Attilio Laspi in via Garetti 2, Letizia Manina in via Roero 2, Rosa Marescotti in piazza Medici 9, Domenico Ramonda in via Cavour 27 e altre sei in corso Alfieri: Amalia Bertolino al n.9, Natalina Romano al 16, Maria Freilino al 28, Tersilla Biamino al 34, Giuditta Trinchero al 148. Inoltre, erano autorizzati 9 spacci di generi alimentari in periferia: Mario Tirone in corso Alessandria 22, Faustolo Viarengo in corso Savona 9, il negozio di corso Casale 54, Angelo Raviola in via Giobert angolo via Natta, Pierina Fassio in corso Alba 3, Ilario Gamba in corso Torino 32.
Il latte era distribuito anche alle case dei ferrovieri in corso Stazione 13 e si poteva ritirate direttamente alla Centrale. Erano autorizzati alla vendita anche altri produttori muniti di licenza, tra cui la cascina Barisone, subito oltre il sottopassaggio della ferrovia di fronte alla Way Assauto, la Latteria Boano, nella cascina al fondo di corso Savona, la Cascina Sardegna e la grande azienda Faccaro a Valdeperno.
Non mancò la diffidenza iniziale: il Comune invitò ripetutamente la popolazione a visitare il nuovo opificio. Protestarono anche i piccoli produttori che di fatto si vedevano bloccare la vendita del loro latte porta a porta.
La nascita della Centrale di Asti seguiva la tendenza nazionale che, con lo sviluppo di moderni stabilimenti di trasformazione, intendeva garantire norme igieniche e favorire la salubrità del prodotto legata anche alla profilassi nelle stalle dei bovini spesso colpiti da tubercolosi e afta epizootica.
Nei nuovi stabilimenti si provvedeva quotidianamente a filtrare il latte, a pastorizzarlo portandolo fino a 75 gradi per poi mantenerlo in fresco a 4 gradi. Gli astigiani si convinsero e dopo pochi mesi i consumi salirono da 2500 a 4000 litri giornalieri, tanto da doversi rivolgere, per l’approvvigionamento della Centrale, anche a produttori di Cavallermaggiore.
I costi però lievitarono e, con l’arrivo della guerra nel 1942, la Centrale di via Petrarca, con un bilancio da qualche anno in passivo, passò al Comune, che la acquistò il 14 novembre per 500 mila lire, a fronte di una perizia dell’Ufficio Tecnico che la stimava in 569 mila.


Con gli Anni Cinquanta arrivano le bottiglie di vetro, poi si passa ai sacchetti di plastica
Con la fine della guerra arrivarono le prime bottiglie. La Centrale, che inizialmente distribuiva il latte in bidoni da 20, 30 e 50 litri, a metà degli Anni ’50 passò alle bottiglie di vetro da un litro, da mezzolitro e da un quarto, con il tappo marchiato di stagnola.
Trasportate in cestelli di ferro, le bottiglie venivano restituite alle latterie (si pagava una piccola cauzione), lavate e sterilizzate prima di ogni nuovo riempimento.
Verso la fine degli Anni ’60 fu abbandonato il vetro per passare prima al prepack (una sorta di cartone plastificato a forma di tetraedro) e poi al polipack, confezioni in sacchetti morbidi di plastica spessa, che necessitarono della distribuzione alla clientela di colorati contenitori per farli stare in piedi una volta che se ne erano tagliati gli angoli per poter versare il latte.
Alla Centrale il latte arrivava ogni giorno. Dalla grande vasca di contenimento era pompato nella macchina che lo filtrava dalle impurità, lo centrifugava, lo pastorizzava e lo raffreddava a 4 gradi, per immetterlo infine nella confezionatrice.
La rete dei raccoglitori assicurava latte a km zero o quasi. Nel 1970 superati i 4 milioni di litri
L’approvvigionamento avveniva tramite i raccoglitori che, anche nei giorni festivi, facevano il giro delle varie cascine dove per lo più si allevavano una o due mucche, ma anche negli allevamenti più grandi con dieci capi e più.
Luigi Cirio si occupava delle stalle di Viatosto, Valmanera, Casabianca, Montegrosso Cinaglio, Valleandona, Vaglierano e Revignano. Agostino Borgo raccoglieva a Valterza, Quarto, Valenzani e Portacomaro; Carlo Carretto aveva la zona di San Marzanotto, Carretti e Valletanaro, mentre Claudio
Poncini copriva Castello di Annone, Azzano e Rocca d’Arazzo e Roberto Meliga quella di Pralormo, Villanova, Villafranca e dintorni.
Questo sistema continuò fino al 1981, quando si passò alla raccolta con due autocisterne che appartenevano ai vecchi raccoglitori Cirio, Caretto, Borgo e Meliga (cui era subentrato Ompeo) e che prelevavano il latte che gli stessi produttori tenevano già in frigorifero.
Da una produzione annua di 1.211.000 litri nel ’46 si era passati a 4.118.000 litri nel ’70.
Con il trascorrere degli anni, lo stabilimento di via Petrarca risultò non essere più adeguato: non offriva più le necessarie garanzie di ordine igienico sanitario e richiedeva manutenzioni sempre più importanti e costose, sia alla struttura che agli impianti. Si pensò quindi a una nuova Centrale e, dopo aver individuato nove aree idonee nell’immediata periferia della città, si scelse quella adiacente al Centro Comunale Carni di viale Pilone.
L’Ufficio Tecnico Comunale redasse un progetto di massima, che prevedeva una spesa di 495 milioni di lire, che però non andò mai in porto.
I consumi stavano cambiando. Con il passare degli anni diminuì il consumo di latte fresco e si ridusse anche la raccolta nelle stalle della zona che andavano spopolandosi. Sul mercato comparirono anche i primi concorrenti: confezioni di latte della Centrale di Torino, della Parmalat e del Latte Verbano.
La Centrale di Asti andò in crisi. Nel ’73 il prezzo del latte alla stalla non era più remunerativo. Ci furono anche incentivi all’abbattimento dei capi per ridurre il surplus produttivo nazionale, causato anche da massicce importazioni.


1985: la centrale di Asti viene accorpata con quella di Alessandria
A livello piemontese si pensò a tre poli di raccolta, lavorazione e vendita di latte in Piemonte: la Centrale di Torino, quella di Alessandria e il consorzio del latte Verbano di Novara. Si ipotizzava l’assorbimento di Asti con Torino, ma ad Asti la cosa venne dibattuta a lungo e si decise infine di chiedere alla Regione di associare Asti ad Alessandria.
La cosa avvenne a cavallo tra la giunta del sindaco Guglielmo Berzano, veterinario democristiano molto attento alle istanze del mondo agricolo, e la nuova amministrazione di centro sinistra del sindaco Gianpiero Vigna.
Ci furono delegazioni che andarono nelle varie centrali a vederne l’attività e a valutare i prodotti. Lo ricorda ancora oggi Laurana Lajolo (allora neoassessore alla Cultura) che si trovò nell’inedito ruolo di assaggiatrice di latte.
La Centrale di Alessandria era una società al 50% pubblica e al 50% a partecipazione diretta di una cooperativa di produttori, aveva una buona struttura, produceva anche latticini e le spese di trasporto ad Asti erano inferiori a quelle da Torino.
Così Alessandria assorbì Asti, che entrò come socio azionista, dando vita a un polo pubblico del latte fresco nel Piemonte sudorientale con il nome di “Centrale del latte Alessandria e Asti” e un logo con una sola A maiuscola dalle iniziali delle due città.
Dal 1986 il latte nelle bottiglie di plastica costava 900 lire al litro
Per gli astigiani cambiò anche la confezione. Nel gennaio ‘86 il latte in bottiglia di plastica (e non più nei sacchetti) costava 900 lire al litro e 480 per mezzo litro. Poco dopo furono messi in commercio anche stracchino, yogurt e altri derivati.
Il Comune di Asti diffuse in città centinaia di locandine a colori con “da oggi il tuo latte è in bottiglia” e su ogni bottiglia fu posto un collarino di carta con lo stemma comunale e la dicitura “latte pastorizzato e omogeneizzato dei produttori astigiani”.
La quota del latte astigiano destinato ad Alessandria veniva raccolto nell’ex Centrale di via Petrarca (dove era ancora attivo il laboratorio analisi), andava ad Alessandria per essere lavorato e imbottigliato e quindi tornare ad Asti per la distribuzione.
Il comune di Asti cede le azioni nel 1999 e la Provincia nel 2013
Le quote societarie erano così ripartite: 90% in parti uguali ai due Comuni e al Centro cooperativo produttori latte, 7% alle latterie di Alessandria e 3% equamente tra Istituto Bancario San Paolo, Cassa di Risparmio di Alessandria e Istituto Federale Agrario.
Una presenza azionaria destinata a mutare. Nel novembre del ’99 il Comune di Asti cedette metà delle sue quote e nel 2007 usci definitivamente dalla società, che però mantiene tuttora la denominazione “Centrale del latte di Alessandria e Asti”. Anche la Provincia di Asti entrò nella società nel 2002 con una quota del 15%, ridotta al 3% nel 2006, ma ne uscì nel 2013.
Asti compare solo nella denominazione ma non ha più voce in capitolo. La Centrale per qualche edizione è stata tra gli sponsor del Palio e patrocina alcune iniziative nelle scuole, ma per il resto si confronta sul mercato con altri gruppi, avendo aggiunto anche i prodotti di quarta gamma (insalate in buste, formaggi, yogurt, budini) fatti produrre da aziende specializzate.
Dal punto di vista edilizio, cessata la produzione, il 14 giugno 1994 il complesso di via Petrarca fu venduto all’asta alla Società Techar di Torino che se lo aggiudicò per 1 miliardo e 922 milioni di lire. Demoliti i fabbricati, su quel terreno sorsero poco tempo dopo l’attuale supermercato Despar e il condominio retrostante. Della vecchia Centrale non è rimasta traccia se non nella memoria degli astigiani più anziani e nei collezionisti di cimeli.
Con l’auspicio che magari si torni, con maggiore sensibilità ecologica, a riproporre il latte in bottiglie di vetro o altro materiale compostabile, per evitare l’esercito di bottiglie di plastica che invade le nostre case.








































