Il tavolo della cucina ingombro di medicine e alle pareti suoi quadri e qualche fotografia che incornicia una vita intensa e passionale. Silvio Ciuccetti, a chi lo andava a trovare, si scusava per il disordine, lui che ordinato non lo era stato mai. Un vulcano di energia artistica, uno che sapeva e amava osare. Un esploratore di tecniche non solo pittoriche. Amava il cinema, viaggiare, realizzare documentari. Memorabile quello ironico e coinvolgente sul Palio d’Asti. Amava la vita.
Se n’è andato il 17 gennaio 2015 dopo una lotta di anni contro il tumore che lo aveva aggredito e a poco a poco piegato. Alti e bassi, speranze e disperazione. Sono rimaste molte cose ad Asti del passaggio di Silvio Ciuccetti. I drappi del Palio del ‘72 e del 79 e quell’ultimo 2006 con quel San Secondo a cavallo, magro e tirato che pare già scavato dalla malattia. I grandi murales con i cavalli, i dipinti dei pappagalli, i fagiani, i ritratti, e le chine, la serie degli oli dedicati ai balli a palchetto, scorci di natura, notturni, ossessioni.
Tra tutti un dipinto realizzato in pubblico in una serata al Diavolo Rosso dedicata alla raccolta fondi per i suoi nuovi amici dell’associazione Astro-Pulmino amico. Il suo medico oncologo Franco Testore faceva il Dj, altri suonavano jazz e lui con tela e pennelli disegnò in diretta sul palco un quadro, mostrando a tutti come nasce un’opera d’arte. Quel quadro, un uomo in volo liberato di ogni peso, è ora nel reparto di accoglienza dei malati oncologici all’ospedale. Racconta di una speranza e di un artista che non va dimenticato.
s.m.
Avevo i pantaloni corti
Avevo i pantaloni corti, stavo spesso da solo inventandomi i giochi. Sostavo di fronte alle vetrine di un negozio di giocattoli a fantasticare sperando che ne venissero esposti dei nuovi. Sono grato alla modestia economica nella quale sono cresciuto. Sono grato ai miei genitori di avermi fatto male interpretare ogni loro gesto di affetto. Sono altrettanto grato alla solitudine della mia infanzia che mi ha insegnato ad organizzare il tempo per la fantasia. Non desideravo diventare adulto; il mondo dei grandi, così afflitti dal danaro, dai doveri, dalla divisione del tempo mi dava angoscia. Il mondo, nel quale crescendo ero predestinato, grondava di ansia. Leggevo i fumetti di Walt Disney, popolati da personaggi predestinati senza rimedio alla fortuna, alla ricchezza, alla sfortuna dove il cattivo Gambadilegno era anche zoppo.

Il teatro della vita al Palucco
Quando avevo i soldi andavo al cinema “ai secondi”; parteggiavo per i cattivi perché perdevano sempre. Ero attratto dal nomadismo e dal senso di libertà della vita del Circo, tanto da voler fuggire con quella gente. Mi incantavano i cartelloni pubblicitari disegnati con grandi figure e scritte colorate. Guardavo gli operai intenti a piazzarli sul ciglio della strada statale per Torino, al Palucco, una frazione di Asti dove sono nato e dove d’estate trascorrevo le vacanze. Guardavo un tornitore del legno sistemato nella sua vetrina aperta sulla strada. Da quel teatrino polveroso arrivava il rumore sgangherato delle pulegge e della cinghia del tornio. Dalle mani che tenevano la sgorbia si srotolavano i trucioli: nasceva la forma nel legno. Altre mani impugnavano un martello diverso che piantava in un sol colpo dei piccoli chiodi, i primi due colpi erano di prova. I chiodini stavano in bocca ad un uomo seduto sul suo basso sgabello. Annusavo la colla al benzolo che saldava le suole delle scarpe serrate tra le ginocchia del ciabattino, accarezzate, lisciate più volte prima di essere riposte finite. Potrei raccontare di tanti altri eventi: del ghiaccio venduto per strada, della fisarmonica che suonava nel cortile, del rumore sottile delle monete lanciate dai balconi, del materassaio, dello straccivendolo che faceva anche il pittore come il barbiere di mio padre, delle palle di giornale a seccare sul ballatoio e di tutti gli odori che accendono ricordi.

In campagna sapevo che sarebbero arrivati il barbiere con tante forbici lunghe come i suoi pettini in una piccola borsa e il gelataio che arrancava in piedi sul suo carretto a pedali. Papaveri e fiordalisi coloravano i campi di grano ed il pane cotto a legna era buono. Aspettavo la festa con il ballo a palchetto per scivolare sui moccoli di candela regalati dal prete per levigare la pista. Suonavo una fisarmonica comprata d’occasione, come la mia bicicletta con i cerchioni di legno alla quale, con le pinzette del bucato, fissavo una cartolina piegata in corrispondenza dei raggi per ottenere il suono simile ad un motore. Ascoltavo la radio: avevo sognato di muovere anch’io le mani sui tasti e già qualcuno ballava nell’aia, la sera, per le mie modeste canzoni. Ma tre uomini in bicicletta, con il basco, vestiti di velluto, con i capelli lunghi più del normale, non li avevo mai visti. I tre sconosciuti, come i loro gesti e i loro attrezzi, si appostarono all’ombra, ai bordi di un campo mietuto con i fasci di grano ammucchiati e gialli come le stoppie; il cielo era azzurro. Sfilarono i loro cavalletti di legno piazzandoli sul suolo come grandi compassi. Vi appoggiarono ognuno una tavoletta di compensato tinteggiata di bianco. Dall’astuccio di legno estrassero dei bastoncini di carbone, tracciarono segni veloci. Borbottarono poche parole, poi tacquero, c’era solo il secco rumore del carbone che descriveva l’orizzonte: il confine fra il cielo e la terra. Dovevo tornare a casa, mia madre mi stava cercando. Ho pranzato in fretta. Li ho raggiunti con la loro magia già compiuta: un pezzo di quel paesaggio, uguale con tutti i colori l’avevano messo sui loro quadrati di legno. I tubetti, l’olio di lino e i pennelli non li avevo mai visti, come non avevo mai visto rubare un paesaggio lasciandolo intatto. Il mio primo cavalletto fu una sedia: la tela sul sedile si appoggiava allo schienale. Affittai l’ultimo piano della torre di piazza Statuto ad Asti: una stanza con un caminetto e il gabinetto sul ballatoio. Quando mi riusciva, la legna la trafugavo dai solai vicini e la luce me la procuravo allacciandomi alla valvola esterna dell’abitazione sottostante di una prostituta grassa che sognavo posasse per me. Feci tanti mestieri continuando a sperare che un giorno avrei potuto frequentare l’Accademia di Belle Arti a Torino. Mentre lavoravo alla trebbiatura del grano fui colpito ad una gamba dalla cinghia di trasmissione del trattore. Restai immobilizzato per mesi a casa e dipinsi invadendo l’appartamento con l’odore dei colori e dell’acquaragia. Feci la mia prima mostra personale al Ridotto del Teatro Alfieri, avevo diciassette anni. Fu grande l’emozione che provai nel veder arrivare in quell’occasione Eugenio Guglielminetti; frequentai il suo studio, imparai a conoscere e stimare l’amico di oggi. All’Accademia di Belle Arti incontrai l’uomo dagli occhi limpidi come la sua anima d’artista: Francesco Menzio. Il mio maestro rappresentò l’incoraggiamento e l’esempio: ascoltavo Menzio per ore e continuai a frequentarlo anche dopo aver terminato gli studi. Anch’io insegnai per più di vent’anni. Erano tempi nei quali il danaro era ancora un mezzo di scambio. Le gallerie a Torino erano numerose e frequenti le occasioni di conoscere artisti importanti come Nicolas De Stael, Francis Bacon e Graham Sutherland; la Nuova Figurazione era in fermento insieme a tante speranze.

Feci molte mostre personali e non mi fu indifferente conoscere importanti personalità come Luigi Carluccio, Albino Galvano, Paolo Fossati, Franco Russoli, Pietro Morando, Mario Calandri, Corrado Cagli, Ennio Merlotti ed altri. Ho conosciuto l’esperienza e l’umanità di Davide Lajolo, ricambiandogli affetto. Ma le vicende dell’arte si stemperavano nella progressiva invadenza delle merci; diventava sempre più urgente possedere. Pensai che la mia voglia di raccontare potesse trovare altrove nuovi spazi; senza raccomandazioni e indugi iniziai a lavorare per la RAI di Torino come regista. Presto gli entusiasmi insieme alle opportunità dei nuovi mezzi caddero sotto il controllo di altri interessi, quegli interessi che si posizionano inesorabilmente su tutte le novità. Ogni vetrina mi accendeva di stupore, le mani dell’uomo piegavano la materia, forgiavano oggetti regalando immagini suggestive. Si incontravano persone che non nascono più. Sempre più spesso vedo vetrine animate da figure diverse da se stesse cimentarsi con parole lontane dalla lingua che mi è stata insegnata. Per il gesto umano sembra arrivato il silenzio. Vengono esposti oggetti sconosciuti che si insinuano nel desiderio… Ho conservato lo stupore e l’indignazione scoprendo l’ironia. Voglio continuare a sperare che l’uomo mantenga la passione per danzare, suonare, toccare, modellare, scrivere, colorare, per sperimentare le possibilità del suo corpo e del suo intelletto… Ho visitato il mondo, ho vissuto in Egitto, Francia, Germania, ho visto gente semplice che non ambisce alla longevità ma alla qualità del tempo vissuto, ho conosciuto gente che ignora l’aggettivo possessivo “mio”. Come un bambino guardo ancora in quella vetrina l’avvicendarsi di tanti oggetti fermi, che la mia suggestione anima con entusiasmo. Aspetto qualcuno che non giudichi la mia impazienza, ma sia felice di assecondarmi mentre mi esplode la fantasia.
Silvio Ciuccetti
La Scheda





