giovedì 8 Dicembre, 2022
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Ricordi di un gagnu del borgo attorno all’ospedale

Ecco come un ragazzotto, nato nel 1938 nel borgo di Santa Maria Nuova, ricorda il suo spicchio di città. Sono i ricordi di un “gagnu” (bambino) scritti sessant’anni dopo per Astigiani: ci sono le paure dei bombardamenti, con le famiglie rifugiate tra le botti di una cantina e l’ansia del primo giorno di scuola. Crescendo ecco la vita del borgo negli anni ’50 e ’60 con i negozi e i suoi personaggi, compresa la mitica “beligambi” che aveva il banco di verdure proprio all’inizio di via Fontana, quando ancora la fontana c’era. E poi l’ospedale, la caserma e i richiami della vicina Piazza Alfieri.

Il primo giorno di scuola durante la guerra noi bambini non sapevamo cosa fosse la pace

 

Maglione di lana spessa e pruriginosa, fatto a mano da mia mamma, e pantaloncini corti. A coprire il tutto una mantellina di panno verde, di tipo militare. Forse l’avevo avuta da parenti. Mia zia diceva che “roba grande non fa mai difetto”. Così vestito mia madre mi accompagnò nell’ottobre del 1944 alla prima elementare. Si era in guerra, che per noi bambini del 1938 era una condizione ‘normale’, non sapevamo che cosa fosse il tempo di pace.

I grandi cercavano di non farcela pesare e quando, con i miei, sfollammo a Quarto mi dissero che andavamo in villeggiatura. Le aule scolastiche erano fredde, ricavate in un edificio di via al Castello visto che la scuola Littorio di Corso Dante, intitolata ad Arnaldo Mussolini, era occupata dalle Camice nere. I tedeschi stavano in piazza Vittorio Veneto. I miei ricordi iniziano, con grembiule, fiocco e matita in mano, a ricopiare sul quaderno a quadri grandi, pagine su pagine di aste e prime e incerte lettere dell’alfabeto con la matita. Al pennino e all’inchiostro del calamaio inserito nel banco si arrivava solo dopo Natale e lo si capiva dalle nostre mani macchiate.

Di quel periodo ho il ricordo della maestra Belleudi e dei maestri Spriano e Ginella, che ritrovai con la sua fisarmonica alla colonia estiva di Andora, quando la guerra era finita da un pezzo. A quel tempo, con i miei, risiedevo in via Botallo. Ero un “gagnu” come erano definiti in dialetto i ragazzotti che come me si affacciavano alla vita.

Il nostro borgo aveva strade acciottolate di pietre di fiume, con corso Alfieri che, unico, si permetteva lastroni di pietra su cui passavano i carri trainati da robusti stalloni. Il borgo ruotava attorno alla sua secolare chiesa e al suo mai dimenticato parroco don Stefano Robino. Si chiamava Stefano come mio padre e sostenendo che fossero gli unici “Stefano” del borgo festeggiarono per anni in amicizia l’onomastico in parrocchia dopo aver benedetto, il giorno prima in chiesa, la nascita di Gesù Bambino, l’unico autorizzato in quel mondo non ancora invaso dai Babbi Natale, a consegnarci le strenne natalizie (in genere mandarini). 

Don Robino era stato tra i promotori della venuta ad Asti dei Salesiani, il cui oratorio-convitto tra via Don Bosco e viale alla Vittoria ha levato dalla strada tanti ragazzi, me compreso. Ricordo gli scarponi di don Alfredo e l’allegria di don Mario e le attività che, nell’oratorio, coinvolgevano e attiravano tanti ragazzi (anche grazie al panino di salame cotto dopo essersi confessati per la messa festiva). Si formò anche la squadra di calcio ‘Juventus Don Bosco’ dei Cavallero, Orecchia, Spasaro, Coda ecc. e altri di cui ho dimenticato il nome.

Perché allora il calcio amatoriale contava ad Asti tante squadre che si sfidavano sui propri campetti: il Michelerio, il bar Regis, la Fulgor, il Don Bosco…Quello di Santa Maria Nuova era un borgo centrale pieno di vita e di attività. Via Botallo portava all’ingresso dell’ospedale con il Pronto Soccorso. L’ospedale aveva allora una cancellata che lasciava vedere il giardino interno, i porticati dell’ex convento con sopra le degenze e in centro di fronte all’ingresso, sormontata da un grande orologio, la sala operatoria dai finestroni bianchi. Il mio era un caseggiato di ringhiera con il cortile coperto per metà da una “ciuenda” di uva fragola (si raccoglievano i grappoli per lasciarli appassire fino a Natale).

In cortile c’era anche un magazzino comunale con deposito di bandiere tricolori che venivano appese in città nelle feste patriottiche. Un caseggiato di gente laboriosa e legata dalla solidarietà nata dall’aver affrontato insieme le avversità della guerra.

 

La Farmacia dell’Ospedale all’angolo della piazzetta

Nelle cantine dei Perlino ci rifugiavamo durante gli allarmi

 

Le cantine erano sede di una azienda vinicola, quella dei fratelli Perlino: Mino, Gigi e Giorgio che si trasferirono poi, tornati dalla guerra, in piazza Medici, nel luogo ora occupato dal palazzo che ospita l’ACI. I Perlino fecero poi il nuovo stabilimento, attivo ancora oggi, sulla strada per Casale. Da grandicello furono i miei primi datori di lavoro.

Ricordo che le cantine di mattoni contenevano, allineate, enormi botti in legno e diventavano il rifugio di tutti gli inquilini del caseggiato quando la sirena dell’allarme, sistemata sopra la Torre Littoria, annunciava l’arrivo dei bombardieri alleati. E di notte c’era la paura di “Pippo”, il pilota solitario che mitragliava ogni luce. Il mio era l’ultimo caseggiato di via Botallo verso corso alla Vittoria e i giardini pubblici; confinava con i capannoni delle Officine Gambino dell’Alfa Romeo nelle quali, quando Asti si scopri capace di allestire per anni e anni il famoso “Circuito Motociclistico di San Secondo” (a cui parteciparono fior di campioni, da Bandirola a Lorenzetti al nostro Perosino, tanto per citarne alcuni), veniva a mettere a punto la sua Norton “Chicchi” Guglielminetti, un mito per noi giovani appiedati e assetati di motori.

Di fronte alla cancellata dell’Ospedale c’era l’ingresso carraio per gli scenari degli spettacoli del Teatro Politeama, e sull’angolo un cortile con un deposito di biciclette. All’incrocio con Via Ospedale apparivano i finestroni di un grande magazzino che una volta all’anno si riempiva di telai colmi di rami di gelso che sfamavano milioni di famelici “bigat”, i bachi da seta, in attesa di rinchiudersi nei bozzoli.

Più avanti una locanda che sparì per fare posto al palazzo della Stipel, con posto telefonico pubblico. In quel palazzo sarei entrato nel 1955, diventando tecnico di centrale, il lavoro che ho poi fatto per tutta la vita. Sul lato opposto, il Teatro Politeama Nazionale con il cinema e gli spettacoli, soprattutto quelli di avanspettacolo. Ricordo i manifesti con le ballerine di Macario, che ci facevano sognare. Vita e morte. Sul lato destro guardando la chiesa di Santa Maria Nuova si andava verso la canonica e dal cortiletto partivano i funerali dei deceduti in ospedale.

C’erano i carri trainati da cavalli bardati e impennacchiati di nero, con in cassetta il vetturino in cilindro e davanti la fila salmodiante delle compagnie del Buon riposo. Di fronte alla chiesa, un caseggiato che accoglieva nei suoi cortili le officine meccaniche Amato e sull’angolo con corso Alfieri la salumeria Bertana (venivo spedito ad acquistare i grassetti di maiale ancora caldi che, senza badare al contenuto di colesterolo, davano più gusto alla cena).

 

Mario Serra nel 1939 con la mamma, in piazza Alfieri. Sullo sfondo, uno scorcio dell’Alla, poi demolita

La chiamavano “Beligambi” ma la sua bellezza era ormai sfiorita

 

Nel borgo c’era chi ricordava la fontana sull’angolo della piazza, che buttava acqua sorgiva, fatta arrivare dai frati e poi trasferita all’interno dell’Ospedale (quando venne rifatta la piazza e si scoprì un antico cimitero sottostante). Proprio accanto alla fontana c’era un banco di frutta e verdura riparato dal sole e dalle intemperie da teloni bianchi. Lo gestiva una signora che per tutti era “la Beligambi”, a ricordo forse di una avvenenza che a noi giovani appariva ormai sfiorita. Sull’angolo una macelleria che serviva anche la torta di sanguinacci da cuocere in padella con le cipolle.

Oltre il corso, un caseggiato costeggiava la salita che portava in via Fontana, ai giardini della floricultura Serra, e a destra all’allora “chiacchierata” via Arò, per via delle due “case chiuse” che cessarono l’attività nel 1958 per la legge Merlin. Verso San Pietro, un negozio di rivendita di sale e tabacchi (con una bilancia a stadera di ottone che pendeva dal soffitto sorreggendo il piatto portasale), con il profumo di sigari toscani e trinciato forte da pipa che impregnava l’aria. Più avanti la pasticceria Maggiora, famosa per i “finocchini” di Refrancore: a quei tempi non si andava a far visita a parenti e conoscenti malati se non portando il pacchetto rosa con quei biscotti da inzuppare nel latte, friabili e leggerissimi. L’Upim non c’era ancora, verrà dal 1965, tutto colorato di rosso nei banchi e nelle vetrine.

C’era invece la caserma Colli di Felizzano, con le sue reclute che in libera uscita la sera affollavano le prime pizzerie e stavano in coda in attesa di una cabina libera al posto telefonico pubblico. Molti ricordano ancora il bar “La Milanese” dei coniugi Freilino e le sue squisite meringhe con la panna che erano montate in vetrina con una macchina speciale. Verso piazza Alfieri c’era una drogheria in cui acquistare oltre all’etto di caffè o di zucchero, il surrogato Miscela Leone da miscelare con il caffè vero. Il barbiere era specializzato nel taglio di capelli all’umberta (e nella rapatura a zero per noi “gagnu”). Molto ricercati a fine anno i calendarietti profumati, con immagini di procaci fanciulle, che per noi erano il massimo del proibito. 

Ricordo anche la lattaia che pescava il latte con un misurino dal bidone di alluminio proveniente dalla Centrale di via Brovardi e lo versava nel contenitori degli acquirenti (poi vennero le bottiglie in vetro a rendere, con tappo di alluminio e solo anni dopo le scivolose buste di plastica). In un portone prima c’era una panetteria che esiste tuttora con le sue famose “gresie” che migliorano il giorno dopo, ideali per la bagna cauda. Il pane bianco tornammo a scoprirlo mesi dopo la Liberazione, con la fine delle Tessere annonarie dai bollini colorati che ci avevano regolato la fame.

In corso Alfieri ricordo anche la concessionaria Faletti della Fiat col bel portale in ferro e vetro colorato che portava all’officina e l’Armeria dei fratelli Venanzio e Marcellino Borio che divennero anche rivenditori della Lambretta, in concorrenza con la Vespa proposta da Perosino di via Brofferio. Sempre lungo corso Alfieri c’era una grande cartoleria piena di quaderni e matite e si arrivava fino ai Portici Rossi passando davanti alle vetrine di Visetti. Noi di Santa Maria Nuova eravamo di casa anche in piazza Alfieri che ricordo in terra battuta con le panchine enormi di pietra bianca, vuota di automobili, ma zeppa di banchi nei giorni di mercato e colorata di giostre e “baracconi” per le feste di San Secondo.

Sotto i portici Anfossi che erano dalla parte del nostro borgo, c’era il chiosco di fiori dei Serra e si affacciava sulla piazza un distributore di benzina, quasi davanti alla farmacia Alfieri con il portale istoriato da una stupenda scultura lignea. Una delle poche cose ancora rimaste. Poi l’Hotel Reale, la drogheria Panza, il cinema Salone Alfieri con in vetrina un marchingegno dove ruotavano le locandine dei film. In fondo uffici e negozio del Consorzio Agrario Provinciale che proseguivano in Viale alla Vittoria.

Dall’altro lato della piazza i Portici Anfossi ricchi di negozi, con il bar Cocchi e il suo “angolo dei fessi”, il bar Roma, la sala danze del Winter Garden (dove non si entrava senza giacca e cravatta). E poi il bar Sport famoso per le sale sotterranee di biliardi, il bar Florio, il Caffè Torino e la sede della Banca Bruno (la Cassa di risparmio era in via Garibaldi) e la bottiglieria Broccardo. La grande Alla era già stata demolita prima della guerra e al suo posto sarebbe poi sorto il palazzone della Provincia. Ricordo due chioschi di gelati. Il mio preferito era quello della “Gina”. Quel gelato oggi ha il sapore della nostalgia.    

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