mercoledì 17 Agosto, 2022
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Mezzo secolo di vita e amore tra Asti e i bersaglieri

1883-1929
Sono arrivati nel 1883 in treno, accolti dalla banda, e hanno lasciato Asti nel 1929 con una cerimonia in piazza San Secondo. Migliaia i fanti piumati che si sono alternati al Casermone di San Rocco in sei diversi Reggimenti e che hanno animato la città al passo di corsa e con concerti delle fanfare. Quel complesso di caserme, in origine due conventi, dopo i militari ospitò sfollati della guerra, dell’alluvione del 1948 e dalle calamità del Polesine, per poi diventare abitazione per molti immigrati del sud. Oggi è la sede dell’archivio di Stato, del Tribunale e del Liceo Monti, mentre una parte attende ancora di essere recuperata. Tra i tanti bersaglieri in servizio ad Asti, uomini illustri e anche il nonno di Papa Francesco. Diversi astigiani decorati per atti di eroismo e la curiosa storia della giovane mascotte, adottata dai bersaglieri in Croazia, arrivata fino ad Antignano.

Dal 1883 al 1929 la città ha ospitato migliaia di fanti piumati

 

Domenica 7 aprile 1929 c’era aria di commozione e di tristezza in piazza del Santo, gremita di folla e di bersaglieri. La notizia era giunta ad Asti già a metà gennaio, ma quella era la domenica dell’addio ufficiale ai fanti piumati che trasferivano il loro reggimento a Zara, dopo vent’anni di stanza nel cuore di Asti. E prima ancora erano stati altri reggimenti di bersaglieri a occupare la storica caserma. Fin dal 1883 Asti aveva avuto “in casa” i fanti piumati e li aveva accolti con calore e simpatia. L’addio dopo quasi mezzo secolo era una grave perdita, anche in termini economici. Attorno al “casermone” di San Rocco viveva un’economia, fatta di osterie, ritrovi, botteghe artigiane e amori, anche, e non va nascosto, nelle versione più spiccia a pagamento. In piazza quella domenica erano presenti in tanti: sul palco eretto tra il municipio e la Collegiata c’erano le massime autorità, dal prefetto Selvi al podestà Buronzo, dal generale Amantea comandante del Corpo d’Armata, al colonnello Messe comandante del 9° Reggimento Bersaglieri, al suo vice, il tenente colonnello Paoletti. 

Il commiato del Podestà Buronzo: Bersaglieri orgoglio di Asti che sempre li ricorderà

 

I bersaglieri raggiunsero di corsa la piazza con la fanfara in testa, tra l’ovazione della folla. Il podestà Buronzo pronunciò un discorso di commiato vibrato e toccante” nel quale definì i bersaglieri «l’ammirazione e l’orgoglio di Asti dei quali la città serberà sempre una prezioso ricordo, accompagnandoli con i suoi voti nella lontana ed italianissima Zara». Da portare in omaggio alla città dalmata tramite il colonnello Messe, Asti aveva commissionato all’incisore romano Gerardi un’artistica asta in acciaio istoriata alta più di quattro metri mentre agli ufficiali e a tutti i bersaglieri del 9° che stavano lasciando Asti fu offerta una medaglia con l’effigie di San Secondo, appositamente coniata per l’occasione con il motto Celeriter ad signum e la frase «Asti ai Bersaglieri del IX – memore augurante – 1909-1929». Il Cittadino, nella sua dettagliata cronaca della cerimonia, descrisse l’uscita del Reggimento dalla piazza San Secondo, accompagnato dalle autorità e dalla folla fino in piazza Roma, dalla quale proseguì di corsa verso San Rocco. Pubblicò anche ‘l salut aj bersagliè, poesia in dialetto di Giovanni Fracchia. La sera precedente un sontuoso banchetto organizzato dal dott. Zerlenga con tutti i notabili astigiani si era tenuto al Leon d’Oro di via Cavour per salutare gli ufficiali, che due giorni prima avevano visitato la Way Assauto, salutati dall’on. Mazzini e dal direttore ing. Olivatti.  Il sabato precedente la “veglia cremisi” aveva gremito il Circolo Sociale di via Carducci (oggi Centro Culturale San Secondo) e il presidente avv. Ballario aveva salutato la partenza del Nono esprimendo tutto il vivo rammarico della cittadinanza, «che ormai considerava il 9° Bersaglieri come una cosa propria, legata intimamente a tutti gli eventi cittadini». Il 9° Bersaglieri infatti era giunto in città nell’estate del 1909. Se ne stava andando dopo vent’anni ed era inevitabile che il distacco fosse sentito. Con quella partenza Asti perse per sempre la presenza dei bersaglieri. I primi fanti piumati a giungere in città erano stati quelli del 2° Reggimento che arrivarono da Fano il 13 settembre 1883 al comando del colonnello Angelo Pantrier. L’intero reparto giunse alla stazione poco prima di mezzanotte ed ebbe un’accoglienza trionfale. Tra le note della banda comunale si levarono grida inneggianti dalla folla che li attendeva da ore e che fece ala al loro passaggio in via Cavour, via Brofferio e fino al Quartiere del Carmine. Quei giovani dal cappello piumato, molti provenienti dal Sud, in alternativa alla sola lunga penna nera degli Alpini, furono una gradita novità per gli astigiani della fine dell’Ottocento. I bersaglieri erano stati creati da Alessandro Lamarmora il 18 giugno 1836 per istituire un corpo di militari nuovo, diverso. Non più masse di soldati manovrate in ordine chiuso, facilmente colpibili dalle artiglierie ormai diventate sempre più precise e potenti, ma reparti mobili di tiratori scelti, capaci di combattere e spostarsi velocemente, di disorientare il nemico, per poi colpire il bersaglio d’improvviso. Da qui il nome di bersaglieri. Il I e il II Battaglione del 2° Reggimento Bersaglieri rimasero di stanza ad Asti per quattro anni fino all’agosto 1887, quando giunse l’ordine di trasferimento a Napoli. Il 14 settembre di quello stesso anno sempre da Napoli arrivò a sostituirli l’8° Reggimento formato da tre battaglioni per un totale di circa mille uomini. In poco più di vent’anni la Caserma di San Rocco vide un’avvicendarsi di fanti piumati. Dal 1892 al 1899 fu di stanza in città il 6°, sostituito dal 10° dal 1900 al 1903. Nel 1904 arrivò l’11° Reggimento (839 uomini di tre battaglioni al comando del colonnello Stefano Hidalgo e del tenente colonnello Carlo Miozzi). L’11° Reggimento il 18 marzo 1909 si trasferì a Napoli e lasciò il posto al 9°, a lungo comandato dal colonnello Ettore Bastico, sostituito poi dal colonnello Alessandro Angeli e in ultimo dal colonnello Giovanni Messe. Fu questo reggimento a segnare più di tutti un legame intenso con la città, con cui condivise gli anni della Prima Guerra Mondiale con i soldati mandati al fronte e la caserma trasformata in centro addestramento e ospedale militare. Reggimento glorioso, il Nono, formato a Bari il 1° gennaio 1871 con il XXVIII Battaglione, già decorato di Medaglia di Bronzo al V.M. e dai Battaglioni IX (di bersaglieri ciclisti), XXX, XXXII e XL. Dopo il trasferimento a Zara partecipò a varie operazioni militari e fu coinvolto nel secondo conflitto mondiale sul fronte dell’Africa settentrionale e nella battaglia della Marmarica e della Sirti meritò una Medaglia di Bronzo. Seguì la sorte della sventurata vicenda bellica che ebbe il suo simbolo nella battaglia di El Alamein nel 1942. Dopo la guerra, nel 1963, venne formato il XXVIII Battaglione Bersaglieri e, inquadrato nel 31° Reggimento Carri, divenne poi autonomo e diventò il XXVIII Battaglione Bersaglieri “Oslavia” ereditando bandiera e tradizioni del 9° Reggimento Bersaglieri, ma fu infine soppresso il 15 ottobre 1996.

Il rito del concerto degli ottoni militari attorno al monumento di Alfieri 

 

Gli astigiani, come si è detto, da subito furono vicini ai bersaglieri. Abituati al passaggio delle altre truppe, si entusiasmarono al passo leggero e spedito di quei giovani che vedevano andare di corsa per la città con il cappello piumato o con il berretto cremisi dal fiocco pendente, preceduti dagli ottoni della fanfara. Con la loro travolgente giovinezza portarono subito una ventata di brio, di esuberanza e di entusiasmo. Dopo un’intera giornata di istruzioni militari e di esercitazioni ginniche, immortalate da una serie di foto d’epoca che sono arrivate ai giorni nostri, lo scalpiccio dei loro passi di corsa risuonava per le vie della città. Ogni sera, al termine della corsa, la loro banda teneva un breve concerto davanti al monumento di Alfieri. Al termine i cappelli piumati infilavano via Brofferio con un codazzo di ragazzini che li seguiva fino alla Caserma, mentre si spalancavano i balconi e le finestre, da cui partivano applausi. 

Una canzoncina ricorda le corse fino a Castello d’Annone

 

E non mancavano i sorrisi delle ragazze, molte delle quali si sono fidanzate e sposate con i giovani di leva e con gli ufficiali che avevano un loro circolo. La vita della grande caserma, all’ombra della cupola della Madonna del Portone sormontata dalla statua della Madonna, era cadenzata dagli squilli di tromba, che echeggiavano per il quartiere San Rocco e che scandivano le ore anche nella vita quotidiana degli abitanti, svegliati di buon mattino e accompagnati fino alla ritirata e al “silenzio” serale. I vent’anni di permanenza del Nono hanno lasciato un segno marcato nella vita cittadina, nella buona e nella cattiva sorte, durante la Grande Guerra come durante le calamità naturali, con i Bersaglieri presenti da protagonisti sia in atti di altruismo e di eroismo, sia nei momenti di quotidianità e di festa. Per anni si intrecciarono storie di vita, di lavoro, d’amore, di nuove famiglie create da bersaglieri, alcuni diventati poi personaggi noti e importanti in città. Quando i Bersaglieri del Nono si trasferirono a Zara, gli astigiani sentirono subito la mancanza dei fanti piumati. Mancarono la sera in libera uscita nelle osterie e nei ritrovi abituali dove fraternizzavano in allegria, mancarono nella vita quotidiana della città. Migliaia di cartoline sono partite da Asti con i loro saluti spedite alle famiglie in tutt’Italia. È rimasto proverbiale il detto “Bersagliere a vent’anni, bersagliere per tutta la vita!” e diventarono leggenda quelle corse quasi impossibili ricordate dalle parole di una canzone, tutta astigiana, ormai sfumata nel tempo, ma sentita ancora canticchiare dai vecchi nei primissimi Anni ‘50: «Viva i bersaglieri, che da Asti vanno ad Annone, con le piume sul cappello, con in testa il colonnello…». Ed è anche per questo forte attaccamento che dal 1969 nel quartiere San Rocco una traversa di via Grassi ricorda il 9° Reggimento Bersaglieri, a pochi passi dalla “loro” caserma.   

 

Come scorreva la vita dentro e fuori il Casermone

 

Le storie intrecciate del grande complesso nel borgo di San Rocco

 

L’isolato compreso tra via Scarampi, piazza Cagni, via del Carmine e via Galimberti costituisce il complesso di edifici da sempre noto come “il casermone”. Un insieme di costruzioni di epoche diverse, dove la parte più antica è quella più a sud, sorta come monastero di Sant’Anna. «La fondazione di questo monastero che da principio era di monache benedettine – scrive l’abate Stefano Incisa ai primi dell’800 – si mette all’anno 590 circa, per opera di Teodolinda regina dei Longobardi e di Gondoaldo duca d’Asti, di lei fratello, per un voto che avea fatto…». Alle monache benedettine nel 1540 furono unite quelle di Santo Spirito, dello stesso Ordine, alle quali erano stati abbattuti la chiesa e il monastero in seguito all’assedio della città, appunto dalle parti di Santo Spirito, sopra l’odierno cimitero. L’attuale chiesa (che oggi si affaccia sullo spiazzo interno al Palazzo di Giustizia) venne riedificata nel 1706. A rimaneggiare quella costruzione negli Anni ‘20 del ‘700 fu chiamato Benedetto Alfieri (architetto di Corte, nipote dell’allora badessa e cugino del trageda) che progettò nel 1725 il bellissimo campanile, poi demolito ai primi dell’800, mentre negli Anni ‘70 di quel secolo vi mise mano anche Dellala di Beinasco. La chiesa di Sant’Anna e Santo Spirito si affacciava allora su via Sant’Anna, che partiva dall’attuale incrocio di via Brofferio con via Grassi, attraversava tutto quell’isolato per terminare nei pressi della chiesa di Santa Caterina (come si vede nella pianta del Catasto Napoleonico, 1820 circa). A nord di quell’isolato, invece, si affacciava sull’attuale piazza Cagni la chiesa del Carmine, eretta dai Carmelitani nel 1414. Una grande chiesa a tre navate e l’annesso convento fondato nel 1313, costituito da un’ampia massiccia costruzione a pianta quadrata, che già nei primissimi anni dell’800 non registravano più la presenza dei religiosi, ma che erano destinati a quartiere della fanteria. Un decreto napoleonico del 1810 stabilì poi il passaggio di proprietà dei due monasteri di Sant’Anna e del Carmine alla città di Asti per essere destinati interamente a caserme.

Due monasteri di Sant’Anna e del Carmine trasformati in caserme

 

Dopo la caduta di Napoleone, però, quegli immobili passarono in proprietà ai Savoia e negli anni seguenti furono oggetto di diverse ristrutturazioni e demolizioni che portarono a un quartiere di cavalleria, quello di Sant’Anna dal 19 marzo 1812 e dal 26 agosto 1826 al quartiere militare del Carmine. Nel 1826, infatti, fu abbattuta una parte del complesso di Sant’Anna e la chiesa del Carmine che si affacciava su piazza Cagni. Venne costruita una nuova manica annessa a Sant’Anna e nel 1850, per dare un assetto più razionale all’intero complesso diventato ormai interamente caserma militare, tra i due ex monasteri venne edificato un fabbricato di raccordo ad angolo ottuso con loggiato e porticato. La chiesa di Sant’Anna, che aveva conservato la facciata d’inizio ’700 e le pregevoli decorazioni in stucco all’interno, fu riconsacrata nel 1835 come chiesa reggimentale e assunse il titolo di San Carlo.

Le camerate si aprono agli sfollati di bombardamenti e alluvioni

 

Il complesso di edifici porticati e di cortili consentì l’alloggiamento di un rilevante numero di soldati. Tutto il complesso assunse il nome di “Caserma Carlo Alberto” con decreto del 15 agosto 1915 dell’allora ministro della guerra Pedrotti, quando già ospitava i bersaglieri. I “fanti piumati” giunsero ad Asti nel 1883 con il 2° Reggimento e vi rimasero fino al 1929 con l’avvicendarsi di altri reggimenti, tra cui il famoso 9° che fu di stanza dal 1909 al 1929, quando fu trasferito a Zara. Il complesso continuò poi ancora a ospitare militari, fino al 29° Reggimento Fanteria, l’ultimo reparto a occupare il Casermone, ufficialmente fino alla fine della seconda guerra mondiale. Dopo il secondo conflitto mondiale i militari abbandonarono definitivamente il complesso Carlo Alberto, che iniziò a subire un lento, inesorabile degrado, già avviato durante la guerra. Già sul finire del 1944 molti locali servirono da abitazione per i senzatetto, sfollati dai bombardamenti. Un’altra parte dell’ex Casermone venne poi occupata dagli abitanti del quartiere San Rocco che avevano visto crollare le loro case sotto l’impeto dell’alluvione del settembre 1948. Tre anni dopo arrivarono sfollati dal Polesine che avevano perso tutto con l’alluvione del 1951. Dalla fine degli Anni ’50 e nei primi Anni ’60 le ex camerate, gli uffici, i magazzini e gran parte dei locali a lungo in uso ai militari si popolarono di famiglie di immigrati dal Meridione. Il Casermone divenne per decenni un luogo di degrado, povertà, sistemazioni provvisorie. 

Con la fine del secolo parte il recupero, ancora incompleto

 

Dagli Anni ’70 e fino al 1990 l’ex convento di Sant’Anna – poco distante dal quale, verso via Scarampi, ai primi del ’900 era stata costruita l’ampia struttura destinata a palestra dei bersaglieri, che durante la Repubblica Sociale fu ribattezzata palestra Muti – ospitò anche il deposito e l’officina degli automezzi comunali. Dal dopoguerra e fino a metà Anni ‘60 l’edificio accanto all’ingresso principale di via Govone ospitò i carabinieri della Stazione San Rocco. Dovettero poi passare quasi quarant’anni perché tutte quelle famiglie fossero sistemate in alloggi dell’Istituto Case Popolari, soprattutto in zona Praia, e perché fosse svuotato quel grande contenitore a sud-ovest della città, che nel gergo popolare era intanto diventato “Shangai” o “Casbah”. Fu sgomberata anche l’ex chiesa di Sant’Anna, che per decenni era diventata magazzino di un commerciante di carbone e poi deposito di un raccoglitore di cartone. Man mano che si liberavano, i locali venivano murati per evitare altre occupazioni abusive. Il complesso del Casermone, svuotato nel gennaio 1986, nonostante fosse sotto il controllo del Comune rimase in proprietà al Demanio dello Stato fino al 1988, quando fu acquistato all’asta dallo stesso Comune di Asti.

Negli ultimi anni del secolo scorso iniziò la riqualificazione di tutto il complesso con una vasta opera di recupero e restauro. Nel 2002 l’Archivio di Stato si insediò nell’ex convento di Sant’Anna e prese possesso anche dell’ex chiesa, ancora oggi però in attesa di una completa ristrutturazione. Il progetto dell’arch. Giovanni Bo ha riqualificato, con radicali trasformazioni e ampliamenti, tutta la parte ottocentesca, dove dal dicembre 2005 iniziarono a trasferirsi il Tribunale e tutti gli uffici giudiziari dalla vecchia sede di piazza Catena. L’area del nuovo Palazzo di Giustizia comprende ora il vasto anfiteatro con gli edifici ridipinti in tenue color rosa antico. Abbattute le vecchie case intorno all’ingresso di via Scarampi e atterrato gran parte del muro di cinta sulla stessa via, quell’area è diventata ora un ampio parcheggio. L’ex palestra Muti e la manica rimasta sono però ancora da restaurare e incombono sulla zona a memoria di un’opera che deve essere ancora completata. Dopo l’abbandono di tutto il complesso da parte dei militari, miglior sorte ebbe l’edificio che si affaccia su piazza Cagni, già destinato al comando, agli uffici e – al piano sottostante, corrispondente al “cortile quadrato” dell’ex monastero del Carmine – allo spaccio, alla mensa e al circolo ufficiali. Quest’ultimo aveva sede in locali piuttosto eleganti, ben curati, con decorazioni sulle arcate e sulle pareti. Tavoli e sedili in ferro battuto per conversare e per giocare a carte e anche un grande bancone foderato di zinco, su cui poggiavano un imponente istoriato registratore di cassa, uno scaffale con i migliori vini e liquori prodotti dalle ditte locali.

Nei primi anni del ‘900 “vivandiere” addetto allo spaccio era Amedeo Righetti. Dal gennaio 1918 gli subentrò un altro astigiano, Giuseppe “Pin” Gavazza con la moglie Maddalena e la figlia Irene che divenne la mascotte dei bersaglieri. Gavazza, però, dovette chiudere la sua collaborazione con l’esercito nel 1920, quando fu abolito l’appalto esterno per lo spaccio, gestito direttamente dalla fureria militare. Subito dopo, la famiglia Gavazza impiantò in corso Savona una delle prime aziende di trasporti con carri trainati da cavalli. Nell’immediato dopoguerra nell’edificio di piazza Cagni, mai occupato da famiglie e sfollati, ebbe sede al primo piano la scuola elementare fino al 1962, quando si trasferì nel nuovo edificio appena ultimato nell’attigua piazzetta Montafia. Gran parte del piano terreno, per lunghi anni e fino al 1965, durante l’inverno rimase in uso al Dopolavoro Ferroviario, che gestiva anche la sede estiva di via al Mulino con il dancing “La Perla”. D’inverno si ballava nell’ampio salone con orchestre di prim’ordine che richiamavano abitualmente molta gente da ogni parte della città e anche dai paesi vicini. Nei locali verso via del Carmine fu attiva la mensa sociale gestita dalle Suore della Pietà. La mensa si trasferì in piazza Cagni da via De Amicis a metà degli Anni ‘60 e vi rimase fino alla primavera del 1992, quando prese possesso degli attuali locali di corso Genova. L’intero l’edificio fu poi ristrutturato e oggi ospita il liceo magistrale Monti, che iniziò a insediarsi già nel 1969. Resta, come si è detto, una parte consistente del Casermone, quella tra il Palazzo di Giustizia e il Monti che è ancora oggi in attesa di essere recuperata. Sulla palizzata cartelli arrugginiti avvertono che l’edificio “è pericolante e minaccia rovina”. Un avviso che ha il sapore d’altri tempi e ricorda la necessità di concludere i lavori

 

 

Quella caserma vide passare migliaia di cappelli piumati

Autore: Alessandro Sacco

 

Tra i bersaglieri ad Asti anche il nonno di papa Bergoglio

 

Ne sono passati migliaia nella caserma “Carlo Alberto” di San Rocco. Portavano orgogliosi le loro piume sul cappello durante le parate e le esercitazioni. Bersaglieri di leva, graduati, ufficiali, di varie epoche e diversi destini. Alcuni di loro hanno lasciato un segno che merita di essere ricordato. Ci sono vie e piazze di Asti intitolate a bersaglieri che hanno compiuto atti di eroismo, altri hanno fatto semplicemente il loro dovere. 

Giuseppe Govone. Originario di Isola d’Asti, dove nacque nel 1825, si distinse al fianco di La Marmora. Nel 1848, dopo l’accademia, partecipò alla prima guerra d’indipendenza. Nel 1853, quando La Marmora diventò ministro della guerra con Cavour, Govone seguì il conflitto russo-turco di Crimea e partecipò alla carica di Balaklava dopo l’ingresso in guerra di Francia e Gran Bretagna. Nel 1855 diventò capo di stato maggiore della spedizione piemontese e partecipò alla battaglia della Cernaia, per diventare uno dei protagonisti della presa di Sebastopoli. Dal 1860 al 1862 fu a capo del servizio segreto militare, appena istituito a Torino. Fu deputato del regno d’Italia del 1861, rieletto nel 1867. Da generale comandante della 9° divisione sul Mincio, fu protagonista della battaglia di Custoza del 1866. Nel momento cruciale, dopo aver conquistato Custoza, non arrivarono i rinforzi richiesti, costringendolo alla ritirata. Ne conseguirono le dimissioni. L’anno successivo fu trasferito al comando del corpo di stato maggiore, per diventare poi ministro della guerra nel 1869. Costretto a tagli alle spese militari, si inimicò i vertici dell’esercito. I contrasti continuarono quando si oppose al conflitto con lo stato pontificio per la “questione romana”. A queste divergenze, che lo portarono all’isolamento, seguirono un crollo psichico e le dimissioni, presentate il 6 settembre 1870, a pochi giorni dalla presa di Porta Pia. Govone morì suicida il 25 gennaio 1872 ad Alba, dove si era ritirato. Asti nel 1911 gli intitolò la via che da via Grassi porta al nuovo tribunale. Alba, in piazza Savona, eresse invece un monumento in sua memoria e gli ha intitolato il liceo classico. Nel novembre 2003 il comune di Isola coniò una medaglia con la sua effigie e all’interno del municipio una lapide lo ricorda.

Roberto Lavezzeri. Nato il 29 aprile 1825, dopo aver partecipato come ufficiale alle campagne di guerra del 1848 e 1849, diventò bersagliere nel 1858 con il grado di capitano. Si distinse in battaglia in Lombardia e Veneto nella seconda guerra d’indipendenza. Promosso maggiore nel 1861, prese parte alla terza guerra d’indipendenza. Gli fu concessa la medaglia d’oro al valore militare «per aver dimostrato molta energia e valore non comune nel condurre il proprio battaglione all’assalto di Custoza, ove rimase gravemente ferito». A lui è intitolata la sezione astigiana dell’Associazione nazionale bersaglieri che ha la fanfara come fiore all’occhiello. Il 6 giugno 2014, in occasione del 62° raduno nazionale, a Lavezzeri è intitolata la piazza di Asti che si trova tra via Scarampi e piazza San Giuseppe, dove in passato avevano sede le serre comunali.

Ermenegildo Cavatore Ercole. Sergente, nato ad Asti nel 1832, si distinse in combattimento nel 1860 a Isernia, durante la discesa dell’esercito piemontese verso l’incontro di Teano con Garibaldi che aveva liberato la Sicilia e Napoli. Ha avuto una medaglia d’argento al valor militare.

Gustavo Fara. Nato nel 1859 a Orta San Giulio, frequentò l’Accademia di Modena. Nel 1888 chiese di essere assegnato alle truppe d’Africa: partì per l’Eritrea, dove comandò una compagnia di ascari. Ad Agordat, nel 1890, le truppe italiane ottennero sotto il suo comando la prima vittoria in Africa orientale. L’anno successivo, dopo aver contratto la malaria, Fara rientrò in Italia. Salì fino al grado di colonnello nel 1910, assunse ad Asti il comando dell’11° reggimento, con cui sbarcò a Tripoli nel 1911 per la guerra di Libia. All’11°, e allo stesso Fara, fu assegnata la medaglia d’oro al valor militare a conclusione di quella campagna. Si distinse ancora durante la prima guerra mondiale e aderì poi al partito fascista partecipando alla marcia su Roma (1922). Anche Mussolini era stato bersagliere nell’11° e nel 10° ma quando già i reggimenti non erano più di stanza ad Asti. Fara morì a Nervi nel 1936. Era stato nominato Senatore del Regno. A lui, nel 1954, è stata intitolata la via che, parallela a corso Palestro, collega via Lamarmora con via Antico Ippodromo, dove è oggi la sede della polizia municipale.

Gaetano Giardino. Originario di Montemagno, dov’era nato nel 1864, partecipa alla campagna d’Africa nel 1887. A Cassala ottenne nel 1894 la medaglia d’argento al valor militare. Diventato in seguito maggiore e poi capo di stato maggiore della divisione di Livorno e poi di Napoli, ottenne significativi incarichi. Fu nominato per soli sei mesi, nel 1917, ministro della guerra e successivamente richiamato al fronte dopo la sconfitta di Caporetto. Da Vittorio Emanuele III ricevette il grado di vice capo del comando supremo a fianco di Pietro Badoglio e Armando Diaz. Assunse il comando dell’armata del Grappa che guidò durante le battaglie di Vittorio Veneto. Senatore dal 1917, fu componente del comitato consultivo interalleato di Versailles. Nel settembre 1923 fu nominato governatore militare di Fiume e nel 1926 maresciallo d’Italia. Fu decorato con la croce dell’ordine militare di Savoia. Morto a Torino nel 1935, è sepolto nel sacrario del Grappa.

Sebastiano Scirè Risichella. Arriva ad Asti nel 1911 da Francofonte, in provincia di Siracusa, come bersagliere di leva. L’anno successivo fu destinato in Tripolitania per le operazioni della guerra italo-turca. Combattè anche nella prima guerra mondiale, durante la quale ottenne la medaglia d’oro al valor militare per aver continuato a combattere nonostante le gravi ferite riportate. «Signor Capitano, muoio ma sono contento» la frase da lui pronunciata in combattimento che si legge nella motivazione dell’onorificenza ricevuta nel 1921 per quel gesto. Ripartì nel gennaio 1918 per la zona di guerra in Veneto, a Moriago. Scirè Risichella ottenne la medaglia d’argento al valor militare per aver preso il comando della compagnia verso il contrattacco al posto del capitano e del tenente comandante feriti. Seconda guerra mondiale. Nel 1940, promosso sottotenente di complemento di fanteria, fu richiamato per partire per il fronte albanese. Fu promosso tenente, poi capitano e infine maggiore. Morì ad Asti nel 1981, dove si era intanto trasferito per raggiungere il figlio Filippo, vicequestore.

Pietro Rainero. Originario di Mongardino, sergente maggiore: a Jamiano, sul Carso, guidò nel 1917 un plotone all’assalto. Morì colpito dal fuoco nemico. Alla sua memoria venne conferita la medaglia d’argento al valor militare.

Giovanni Bergoglio. Un nome ritrovato negli archivi del distretto e che assume una luce diversa considerato che è il nonno di papa Francesco. Leva 1884: risulta aggregato al 9° reggimento bersaglieri di Asti il 27 luglio 1918, ma a disposizione della Way Assauto (che in quel periodo produceva ancora munizioni belliche). Si legge sul suo foglio matricolare del distretto di Casale che in precedenza era stato per quasi due anni «in territorio dichiarato in stato di guerra». Il 27 dicembre 1918 fu inviato in licenza illimitata ad Asti nella sua abitazione di via Massimo d’Azeglio. Si trasferirà poi con la moglie Rosa Vassallo e il figlio Mario in via Antica Zecca e poi in via Fontana. Nel 1929 emigrò in Argentina, dove già c’erano dei parenti, e il giovane Mario sarà assunto dalle ferrovie argentine. Si sposa e nel 1936 nascerà il nipote Jorge Mario, il futuro papa Francesco.

Leopoldo Baracco. Astigiano, avvocato. Ottenne una medaglia di bronzo al valor militare, due encomi solenni e due croci al merito per le battaglie sul Carso. Maggiore e poi tenente colonnello della riserva, Baracco fu cofondatore del Partito Popolare astigiano ed eletto deputato nel 1919 e nel 1921. Dopo la seconda guerra mondiale fu nel 1946 all’assemblea costituente (vedi Astigiani n. 4) per la Dc e poi rieletto tre volte senatore nel 1953, 1958 e 1963.

Giusto Ferrari. Reggiano di nascita, classe 1893, giunse ad Asti come tenente a metà degli Anni ’20 dopo aver già combattuto sul Carso durante il primo conflitto mondiale. Si distinse nella caserma di Asti, con il 9° reggimento, per la capacità di addestrare le giovani reclute. Ad Asti sposò Matilde Richetta, da cui ebbe due figli, Carlo e Umberto. Carlo Ferrari divenne medico e primario del reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale di Asti e presidente dell’Avis provinciale. Dopo la parentesi astigiana, Giusto Ferrari fu chiamato a comandare la caserma di Napoli e poi il 4° reggimento bersaglieri a Torino. Durante la seconda guerra mondiale fu decorato al valor militare nella campagna di Grecia. Fu ferito  gravemente alla schiena da una granata. Dopo il congedo visse a Nizza Monferrato, dove morì nel 1974.

Carlo Currado. Astigiano, nel 1925 fu assegnato al 9° reggimento dopo la scuola di sanità militare con il grado di sottotenente medico di complemento. Personaggio noto in città come primario del reparto di pediatria, Currado fu proclamato “bersagliere onorario”, nonostante sia poi stato trasferito a un battaglione di alpini.

Paolo Lugano. Nasce ad Asti nel 1912. Dopo l’accademia di Modena, nel 1931 fu assegnato al 4° reggimento. Nel 1935 inviato in Africa Orientale, l’anno successivo entrò nel 44° battaglione coloniale. Nel 1937, durante un duro combattimento a Socotà, in Etiopia, venne ferito a un braccio, ma continuò a sparare con una mitragliatrice. Gli fu concessa la medaglia d’oro al valor militare. Il suo corpo non è mai rientrato in Italia. Al cimitero di Asti c’è una tomba vuota con il suo nome. Nel 1940 gli fu intitolata la piazza che si trova alla sommità di via Giobert e dove, nel 1986, è stato collocato il busto del bersagliere a ricordo del 150° anniversario di fondazione del corpo. 

Giuseppe Conti. Sottotenente a Napoli nel 1° reggimento, combattè nella seconda guerra mondiale con il 4° reggimento sul fronte occidentale e su quello greco-albanese. Comandante dell’8° compagnia del 29° battaglione in Croazia, dopo l’8 settembre 1943 rinunciò al rimpatrio per rimanere con i suoi uomini, pur conoscendo i rischi in cui sarebbe incorso. Venne infatti catturato dai nazisti e fucilato a Spalato il 25 settembre 1943. Gli fu concessa la medaglia d’argento al valore militare alla memoria. A Giuseppe Conti è intitolato dal 1980 il vicolo che si dirama a sud di via Valence.

Giuseppe Bolla. È stato presidente della sezione astigiana bersaglieri. Torinese di origine, combattè in Africa e in Croazia durante la seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto si trasferì ad Asti dove diresse per oltre vent’anni il collegio-convitto in via Comentina che portava il suo nome.

 

La Scheda

 

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Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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