giovedì 1 Dicembre, 2022
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CRONACHE DI IERI

Maria Teresa Novara. Un calvario senza giustizia

1968: rapita a 13 anni a Villafranca Sarà ritrovata cadavere 8 mesi dopo a Canale prigioniera di un pregiudicato. Un caso clamoroso
Maria Teresa era stata ridotta in schiavitù, abusata e costretta a partecipare  a “festini” con personaggi che arrivavano anche da fuori. È questo il lato più inquietante e oscuro. Il luogo della prigionia era cambiato più volte, prima Chivasso, in una casa di Luciano Rosso, poi a prostituirsi a Torino in qualche alloggio. Violenze ripetute in ambienti dove la parola pedofilia non destava timori, ma brividi e gusto del proibito. 

Nel ripercorrere, dopo quasi cinquant’anni, la storia di Maria Teresa Astigiani non vuole rimestare nel dolore e interrompere il diritto all’oblio di chi da quella vicenda fu colpito e coinvolto, ma far riflettere, per quanto possibile, sulle troppe verità allora taciute e osteggiate. 

Questo è il racconto di un crimine e di una violenza, oggi come allora, contro una giovane donna. Un caso di pedofilia. La giustizia non ha mai trovato tutti i responsabili e alcuni di loro, forse ancora viventi, hanno sulla coscienza comportamenti abbietti e morbose complicità. Probabilmente, con le moderne tecniche di indagine, a partire dai rilievi e dai riscontri del Dna, si potrebbe sapere di più.

Siamo in un apparentemente tranquillo angolo del Piemonte, a Villafranca d’Asti. Sullo sfondo, l’Italia uscita dal boom economico, l’abbandono delle campagne, la crescita industriale, che sta per vivere la stagione tormentata del ‘68. Ma in provincia l’onda lunga degli scioperi e delle proteste universitarie sembra lontana. 

È una fredda notte d’inverno del 1968. È nevicato. Il Natale è alle porte. Tra pochi giorni inizieranno le vacanze scolastiche. Quella notte, tra domenica 15 e lunedì 16 dicembre, segnerà per Maria Teresa Novara, una ragazzina di 13 anni, l’inizio di un calvario sconvolgente con molti dubbi irrisolti e numerosi lati oscuri. La sua vicenda rappresentò uno dei fatti più inquietanti della cronaca nera del Dopoguerra, con un contorno di colpi di scena, mistificazioni, responsabilità negate, ritardi investigativi e giudiziari. Lei, la vittima, fu creduta a lungo “complice”, una ragazzina che aveva voluto scappare di casa, una giovane “prostituta” (così fu definita da un settimanale). Se le era successo qualcosa di brutto, in fondo, è perché se l’era andato a cercare, questa l’opinione diffusa.

Chi è Maria Teresa Novara? Nata il 10 marzo 1955, è originaria di Cantarana, dove vive in frazione Bricco Barrano, un poggio costellato di cascine, tra alberi da frutto e vigne, con i genitori, Angela Cerrato e Mario Novara, e tre fratelli di 20, 15 e 5 anni.  Frequenta la terza media e nel periodo scolastico per evitare di percorrere ogni giorno i cinque chilometri che separano Bricco Barrano da Villafranca vive a casa degli zii, Teresa Novara e Pasquale Borgnino, di 56 e 58 anni, che gestiscono una tabaccheria e hanno due figli, cugini della ragazzina. 

Maria Teresa è esile, un metro e venti centimetri di altezza, capelli neri, che spesso porta ancora con le trecce. Una bambina nell’aspetto e forse ancor più nell’animo. Ingenua e gentile, timida e piuttosto schiva, di poche parole. Le pagelle confermano che è una delle migliori allieve di terza media. Vuole proseguire gli studi e diventare dattilografa. Ha qualche amica e nessun ragazzo. Non le saranno forse mancate le prime simpatie, ma nulla più. Quattro anni prima, al Festival di Sanremo, Gigliola Cinquetti aveva vinto con “Non ho l’età”, una canzone che piaceva a Maria Teresa. La domenica mattina va a messa, nel pomeriggio all’oratorio delle suore. In settimana, finiti i compiti, dà una mano in tabaccheria. I clienti del negozio la chiamano “matalina” cioè bambina. La sera guarda la televisione con gli zii. Una vita normale.

Che cosa è successo in quella notte maledetta? All’alba del 16 dicembre, gli zii, come ogni mattina, vanno a svegliare Maria Teresa per mandarla a scuola: la sua camera è vuota, Maria Teresa è inspiegabilmente scomparsa, in camicia da notte, senza lasciare traccia, senza fare rumore. Nemmeno il cane ha abbaiato. Di lei restano solo i pochi vestiti ben riposti nell’armadio. La portafinestra è spalancata. Appoggiata al terrazzino, che affaccia sul cortile, c’è una scala a pioli. Qua e là, vengono notate delle impronte di suole in gomma.

Secondo i rilievi che compirà la polizia scientifica, la scala arriva a poco più di due metri e mezzo. Per arrivare alla camera della ragazzina mancano ancora un metro e 85 centimetri, troppi perché Maria Teresa sia scesa da sola e volontariamente. Qualcuno deve averla aiutata. È un rapimento o una fuga volontaria? Scattano le ricerche, senza scartare nessuna ipotesi, come usano dire gli investigatori in casi come questo. A compiere il primo sopralluogo, nell’abitazione degli zii, è il sostituto procuratore della Repubblica Ercole Armato, che dirige le prime indagini.

Sarà il giudice istruttore di Asti, Mario Bozzola, che legherà di più il nome a questa vicenda e che la affronterà senza risparmiarsi e con grande umanità. I carabinieri scandagliano le campagne circostanti senza esito. Si perquisisce anche un circo nel Piacentino, che aveva piantato il suo tendone a Villafranca nei giorni precedenti. Maria Teresa era andata come spettatrice allo spettacolo e c’è il sospetto che possa essere stata indotta da qualche circense alla fuga “romantica.” C’è la traccia di fili di lana di una coperta azzurra trovati nel piazzale di un distributore di benzina non distante dalla casa dei Borgnino. Qualcuno ha rotto un vetro per prendere la cordicella delle tapparelle del benzinaio.

Perché avevano bisogno di quella corda? Molte ipotesi, pochi indizi. La famiglia sprofonda nella disperazione, parenti e conoscenti vengono sottoposti a ripetuti, lunghissimi interrogatori. Si cerca una traccia, un movente, un segno di vita della ragazzina. Di pari passo, crescono interrogativi e ipotesi alimentati dalla pressione mediatica dei giornali: dopo gli iniziali sospetti sullo zio Pasquale, indicato come possibile “orco” (e poi completamente scagionato) prende piede l’ipotesi del rapimento.

Ma ad opera di chi? E soprattutto, perché? La tredicenne è viva? Dove si trova? Le condizioni economiche dei Novara, modesta famiglia contadina, fanno escludere lo scopo dell’estorsione. Forse qualcuno voleva rubare nella casa di Villafranca e, trovandosi di fronte Maria Teresa, cambiò i suoi piani e la rapì. Presto la vicenda si trasforma in un “giallo” angoscioso e complesso, con una trama arricchita da continui colpi di scena. Se ne parla per mesi in tutta Italia. I giornali fanno da cassa di risonanza anche agli accorati appelli dei genitori. Nel 1968, la “tv del dolore”, con troupe televisive accampate sui luoghi del misfatto non esisteva, ma la eco del caso arriva comunque in ogni angolo della Penisola. A livello astigiano, i giornalisti Vittorio Marchisio per La Stampa e Luigi Garrone della Gazzetta del Popolo, sono chiamati ad occuparsi a capofitto del caso. Arrivano gli ”inviati speciali” di quotidiani e rotocalchi. Cronisti “scafati” che devono trovare nuove sfaccettature alla notizia, aggiungere a ogni pezzo un particolare inedito, far intendere, indulgere, millantare rivelazioni imminenti.

Villafranca e Cantarana sono sotto pressione. La gente si sente invasa, sotto osservazione. Tra abitanti, cronisti e fotoreporter invadenti non mancano scambi di insulti, spintoni, vola qualche schiaffo.  Con il passare del tempo, il giudice Bozzola attende le reazioni di un eventuale rapitore, ma non arrivano richieste di riscatto. Passano giorni di doloroso silenzio. Il Capodanno trascorre nella cupa angoscia delle famiglie. Chissà come l’avranno fatto passare a Maria Teresa? Si intensificano le segnalazioni di presunti avvistamenti della ragazzina, nella zona e in diverse parti del Piemonte, insieme a suggerimenti e anche invettive, indirizzate da cittadini sconcertati a chi conduce le indagini. 

Maria Teresa Novara

 

La scala appoggiata al terrazzino della casa degli zii di Maria Teresa con, sulla fotografia, i rilievi della Polizia Scientifica.

La ragazzina è avvistata in vari luoghi e arriva una sua lettera 

 

La Stampa del 31 dicembre riporta il presunto avvistamento da parte di Tommaso Console, ventenne, barista del ristorante “Dogana” di Quarto, a pochi chilometri da Asti. Il ragazzo è convinto di avere visto nel locale Maria Teresa con un uomo, di circa 40 anni, la mattina del 17 dicembre. Sempre da Quarto, la famiglia riceve, il 21 dicembre, la prima delle due lettere, che la bambina è stata evidentemente costretta a scrivere, nella quale si legge: “Cara mamma, caro papà sto bene, state tranquilli. Sono in compagnia di gente che mi farà guadagnare molto denaro. Arrivederci a presto”.  Un biglietto straziante. Un tentativo di depistaggio. Per il perito calligrafico Aurelio Ghio, che ha confrontato i quaderni scolastici di Maria Teresa, la scrittura è quella autentica della ragazzina.

Nei primi mesi del ‘69, si moltiplicano gli episodi sconcertanti, tra cui una strana telefonata, ai parenti, da Berna, in Svizzera. Un uomo, che parla italiano, dice: “Maria Teresa sta bene. State tranquilli.” Forse si tratta di un mitomane, ma si muove anche l’Interpol. Il “giallo” si infittisce ulteriormente e spuntano diverse sosia. A tre mesi dalla scomparsa di Maria Teresa la Gazzetta del Popolo pubblica la notizia e le foto comparate di una ragazza di 17 anni trovata in un alloggio di Borgata Regio Parco a Torino. La giovane era scappata di casa. Nell’alloggio usato da garçonnière è trovata in compagnia di una ragazza di 23 anni e tre uomini.

La somiglianza con Maria Teresa c’è. Da Asti viene chiamato anche il giudice Bozzola. Interrogatori e confronti. La minorenne non è Maria Teresa, ma Lucia A. e il caso passa alla “Buoncostume”. Consumata dal dolore, la famiglia di Maria Teresa deve affrontare anche la malattia al cuore della madre e la morte, a fine febbraio, della nonna.  Il 12 marzo 1969 su Stampa Sera, l’inviato Vittoria Sincero va a trovare la madre ricoverata in ospedale.

La donna è distrutta. Sperava in un segnale dalla figlia per il giorno del compleanno: “Ieri ha compiuto 14 anni: perché non mi ha scritto? Bastavano due parole, sarebbero state meglio di tutte queste medicine”. Sulle cronache erompe il ritrovamento a Viareggio del cadavere di Ermanno Lavorini, un bambino di12 anni scomparso da gennaio: anche in questo caso si parla di mostri e “balletti verdi”. Tutti sperano che non ci siano analogie con la sparizione di Maria Teresa. 

La primavera porta un nuovo, inquietante risvolto: una seconda lettera, da Milano, datata 7 aprile, dove si tenta, apparentemente, di rassicurare la famiglia. Sulla Stampa si ipotizza: “Maria Teresa ha scritto sotto dettatura: forse è prigioniera” L’esame del perito calligrafo conclude che la stesura della lettera sia avvenuta “in condizioni psicologiche anormali, derivanti da stanchezza, malattia o ingestione di stupefacenti. “Deciso ad andare fino in fondo, Bozzola dichiara: “Voglio trovare Maria Teresa, viva o morta che sia…”. 

L’intervista alla madre di Maria Teresa su Stampa Sera del 12 marzo 1969

 

Emergono casi di sosia e la vicenda resta per mesi sulle prime pagine dei rotocalchi

Il 5 agosto 1969 l’inseguimento di due ladri porta ad una svolta 

 

Bisognerà attendere ancora mesi di silenzio, angoscia e illusioni, finché il 5 agosto 1969 la vicenda imbocchi una svolta decisiva. Scatta da qui un conto alla rovescia di lenta e solitaria agonia per Maria Teresa. In quel martedì d’estate, mentre a Roma si presenta il secondo governo Rumor a guida democristiana, due balordi con precedenti penali, alla guida di un camioncino, rubano in un distributore di benzina, sulla strada per Chieri.

Vengono intercettati e inseguiti dai carabinieri, fino al Valentino, a Torino, dove lasciano il mezzo, fuggono a piedi e si buttano nel Po, duecento metri più a valle del ristorante San Giorgio.  Annaspano nell’acqua del fiume. Uno muore e verrà ripescato cadavere dai sommozzatori nei pressi del Borgo Medievale, l’altro è arrestato sullo sponda opposta del fiume davanti alla Gran Madre. Nessuno ricollega l’episodio alla scomparsa di Maria Teresa Novara, eppure si scopre che il morto è Bartolomeo Calleri, 34 anni, originario di San Michele di Mondovì, pregiudicato, senza fissa dimora, ma con recapito a Chieri.

Noto nelle campagne monregalesi, già a 19 anni, come il “rapinatore solitario,” e a Canale come “Berto l’americano,” ha all’attivo varie condanne e molteplici capi di imputazione in Italia e Francia. Amante dei “gialli” e morbosamente attratto dalle armi, Calleri giustificava la propria delinquenza con l’infanzia infelice. Ammucchia anche fumetti erotici, pieni di immagini di donne torturate, seviziate, ridotte in schiavitù. È un balordo e un violento.  La Stampa gli dedica un titolo nelle pagine di cronaca. Viene fuori che da circa due anni aveva acquistato la Barbisa, una cascina diroccata, nelle campagne di Canale, trasformata in una sorta di rifugio. Il complice catturato è Luciano Rosso. In un primo momento, fornisce una falsa identità del Calleri, dice di averlo conosciuto da poco, di fatto rallenta le indagini e fa perdere tempo prezioso agli inquirenti. Poco più che trentenne, Rosso è nativo di Canale d’Alba, ma risulta residente a Beinasco. Alle spalle ha un matrimonio fallito e diversi precedenti per furti e rapine. 

Emergono casi di sosia e la vicenda resta per mesi sulle prime pagine dei rotocalchi

 

La notizia dell’annegamento di Bartolomeo Calleri non ancora collegato al rapimento di Maria Teresa

Il mistero della prima perquisizione alla cascina Barbisa

 

Ha lavorato per otto anni alla Fiat, poi è stato licenziato. Appresa dalla radio la notizia della morte di Calleri, la mattina del 9 agosto l’impresario Carlo Dacomo, creditore del pregiudicato di alcuni milioni di lire per lavori di sistemazione della strada che sale alla Barbisa, chiama la Stazione dei carabinieri di Canale. Il brigadiere Giorgio Verrastro, comandante della Stazione, va alla Barbisa con l’impresario. Di fatto compie una perquisizione senza mandato, nel corso della quale trova un mitra con relative pallottole e una carabina, ma di questo ritrovamento non avviserà i superiori.

I due scardinano un lucchetto, arrivano sotto il portico che nasconde il doloroso segreto di quella casa: la prigione di Maria Teresa. Incredibilmente durante quella anomala perquisizione né il carabiniere né l’impresario si accorgono della botola che conduce nel sotterraneo della cascina. Lì, in fondo a quella buca, c’era Maria Teresa, che, come accerteranno le indagini, quel giorno era ancora viva. Il 13 agosto i carabinieri tornano e trovano il cunicolo che porta alla “tomba” della ragazzina Il 13 agosto è il giorno della “svolta”, che farà scoprire il tragico segreto di quella cascina.

I carabinieri del Nucleo investigativo di Torino, che avevano recuperato il cadavere di Calleri in Po, avevano trovato nel portafoglio del balordo la ricevuta di una riparazione compiuta a una Vespa da un meccanico di Alba. Sul foglio ci sono nome, cognome e l’indirizzo della Barbisa. I militi decidono di perquisire la cascina nella speranza di trovare nascosta della refurtiva. Giunti a Canale, informano della loro intenzione il brigadiere Verrastro, che però pretende dai colleghi il mandato di un giudice. Si cerca il pretore di Canale, quando lo trovano e l’ordine di perquisizione viene firmato, si sono ormai perse ore preziose. 

Pomeriggio inoltrato. Fa caldo, alla Barbisa il silenzio è rotto solo dal frinire delle cicale. Arrivano i militi, che incominciano a ispezionare la casa. La seconda perquisizione è più accurata, si “battono” i muri e i pavimenti alla ricerca di doppifondi, dove il Calleri può aver nascosto altre armi. Sotto uno strato di paglia, un brigadiere scopre una botola. La solleva ed è come scoperchiare una tomba. Un odore forte e acre invade l’aria. I carabinieri si tappano la bocca e il naso con un fazzoletto bagnato e si avventurano nel cunicolo, che porta a un tugurio.

L’unica presa d’aria era stata tappata con un panno. Su un lettino, ormai esanime, c’è il corpo di una ragazzina: è Maria Teresa Novara. Lì, a poche decine di chilometri da Cantarana e da Villafranca. Morta per mancanza di ossigeno e saturazione tossica ovvero per asfissia, rivelerà l’autopsia. Aver tappato l’unica presa d’aria del cubicolo le è stato fatale, attesta Bozzola, che, chiamato con urgenza da Asti,  fa arrivare il padre di Maria Teresa, per il doloroso riconoscimento della salma. 

 

14 agosto 1969: il ritrovamento del cadavere sulla prima pagina de La Stampa

Morta per asfissia dodici ore prima del ritrovamento 

 

La morte, secondo l’autopsia, risale a sole dodici ore prima dell’arrivo dei carabinieri. La ragazzina è adagiata su un materasso a molle ancora avvolto dalla custodia di nylon. Nel cubicolo e nella cucina, dov’era tenuta incatenata al divano, quando chi la teneva prigioniera era in casa, e dietro al quale era costretta a fare i bisogni, si trovano riviste e fumetti: a margine delle pagine, frasi, nomi, disegni di Maria Teresa. Una sorta di diario, ciò che resta, in parte indecifrabile, a struggente testimonianza della sua lunga prigionia. 

 

Anche l’Unità si occupa del caso e manda un inviato a seguire i funerali del 16 agosto 1969

“Sono Maria Teresa, un cretino mi tiene prigioniera”

 

Ai margini di un fumetto di Diabolik la scritta a matita: Io sono Maria Teresa, un cretino mi tiene prigioniera. E ancora: Sono ladri e assassini, non meritano di chiamarsi eroi. La scopa sulla testa fa male. Su quelle pagine il suo nome è ripetuto come un grido disperato, fino all’ossessione. C’è anche un elenco di insulti, uno sfogo rabbioso e malinconico: Sporcaccione, maiale, rovina cristiani, ignorante, stupido. Su un numero di Topolino, una parola per pagina: Mamma, voglio andare a casa, mamma, mamma, mamma, voglio andare, Novara Maria, W Asti, W Asti, abbasso Torino, cara mamma, casa, casa. Silenziose e disperate richieste d’aiuto. Ma cosa sia davvero successo durante quei nove mesi resterà in gran parte un mistero.

Maria Teresa era stata ridotta in schiavitù, abusata e costretta a partecipare  a “festini” con personaggi che arrivavano anche da fuori. È questo il lato più inquietante e oscuro. Il luogo della prigionia era cambiato più volte, prima Chivasso, in una casa di Luciano Rosso, poi a prostituirsi a Torino in qualche alloggio. Violenze ripetute in ambienti dove la parola pedofilia non destava timori, ma brividi e gusto del proibito.  Il 16 agosto del 1969, Cantarana dà l’ultimo saluto a Maria Teresa. Il paese e tutto l’Astigiano hanno passato un Ferragosto attonito di dolore e rabbia.

Ai funerali, partecipano migliaia di persone. Lungo il tragitto del feretro, da casa Novara alla chiesa, le compagne di scuola chiedono di sorreggere per qualche momento la bara bianca. Il mal di cuore impedisce alla madre di seguire il feretro fino al cimitero del paese. Ansimando dice: Mia figlia non è scappata, l’hanno rapita. Me lo ha detto lei, l’ho sognata proprio questa notte, si legge su La Stampa

In quegli stessi giorni, divampa una morbosa, agghiacciante curiosità. Una marea di persone vuole entrare nella “cascina maledetta” di Calleri e vedere la cella dove la bambina è morta. La Stampa riferisce: “Dentro la stanza, quattro metri per cinque, ci saranno forse 200 persone ammassate. I carabinieri lottano tutto il giorno per respingere la folla. Continua il macabro pellegrinaggio. Donne incinte, anziani, uomini con bambini sulle spalle. Tutti vogliono vedere. Tutti si appropriano di qualcosa. Frugano in ogni angolo. Escono con cimeli che mostrano con orgoglio. Portano via mattoni. Hanno preso anche una scala a pioli. Un flusso e riflusso continuo, tra cui persino un prete. C’è pericolo di crollo, ma nessuno se ne cura.”

 

Lo strazio del padre di Maria Teresa Novara al momento de riconoscimento del cadavere della figlia consolato dal giudice Bozzola. (Foto archivio “La Stampa”)

I funerali a Cantarana. La compagne di scuola attorno alla bara bianca

 

Il giornale riferisce anche di chi, lì vicino, si è messo persino a vendere bibite e gelati. Ma l’odissea di Maria Teresa non finisce con i funerali e si sposta nelle aule di giustizia. Luciano Rosso è l’unico indagato, incriminato dal giudice Bozzola, per non aver rivelato il nascondiglio della bambina e quindi per omicidio volontario, per complicità in sottrazione di minore a scopo di libidine. La pena prevista dal codice penale è l’ergastolo. 

Il processo per tentare di dare giustizia a Maria Teresa e ai suoi cari inizia solo sei anni dopo: il 3 marzo del 1975. Nel primo grado di giudizio, Rosso uscirà assolto, per insufficienza di prove. A nulla vale la testimonianza di un ex detenuto delle “Nuove” di Torino, Angelino Carbone, 38 anni, secondo cui il Rosso, suo compagno di cella, gli avrebbe confidato la complicità nel rapimento e il ripetuto abuso e sfruttamento della bambina. Secondo Carbone, sapeva della rapita anche una cugina del Rosso, una ragazza di 28 anni.

Il pubblico ministero Armato annuncia che si appellerà. Stampa Sera del 6 marzo 75 scrive: “Al processo stanno affiorando ostinati silenzi, retroscena, enormi dimenticanze”. Nel rinvio a giudizio di Bozzola si legge: “Un’incredibile e ignobile cortina di omertà e silenzio coprì immediatamente ogni notizia che potesse riguardare, anche indirettamente, Calleri. Molti sapevano del calvario di Maria Teresa, ma nessuno parlava.” Sui giornali la comunità di Canale è chiamata in causa e accusata di omertà. Pare infatti che molti sapessero di quello che avveniva alla Barbisa, ma nessuno denunciò.

In secondo grado, la Corte di Appello di Torino ribalterà la sentenza del tribunale e condannerà il Rosso a quattordici anni di detenzione.

Va in carcere, pochi giorni dopo la scoperta del cadavere di Maria Teresa, anche un vicino di casa del Calleri, Antonio Borlengo, contadino di 41 anni, che aveva portato con il suo trattore cemento e mattoni per sistemare la cascina. L’uomo ammette di avere visto una ragazza in casa del vicino, aveva sospettato che fosse Maria Teresa in una seconda occasione. Tuttavia, non aveva avvertito nessuno di quella scoperta, perché non gli era parso opportuno farlo e non voleva avere fastidi. Il contadino dice anche che era a conoscenza dei “festini” alla cascina. Dopo la morte di Calleri, Borlengo era salito l’8 agosto alla cascina, senza riuscire a spiegarne in seguito la ragione.

Era andato a rifocillare Maria Teresa? L’iniziale imputazione a carico del contadino è di favoreggiamento personale. Poi l’imputazione viene modificata nell’accusa di omissione di soccorso seguita da morte. Reato estinto in virtù dell’amnistia del 22 maggio 1970, che permette al Bolengo di tornare in libertà. Anche il brigadiere Verrastro finirà sotto processo, nel 71, ad Alba, per falso ideologico in atto pubblico, e verrà assolto nel 72. Era accusato di aver falsificato la data del verbale di quella sua prima distratta perquisizione e non aver segnalato subito la presenza di armi. 

 

L’ex magistrato oggi a 85 anni. Per lui il caso non è ancora chiuso

Il giudice Bozzola, 85 anni “Certe notti rimango sveglio ripensando a quel rapimento”

 

Mancano troppi tasselli per completare la vicenda di Maria Teresa, che non è giusto consegnare definitivamente al passato. Lo ammette, dopo quasi mezzo secolo, il magistrato Mario Bozzola: 85 anni e una memoria ferrea. Ricordi cristallini, rigorosi. Accetta di parlare di questa vicenda con Astigiani. A Maria Teresa si riferisce sempre con il termine “bambina”, a rimarcarne l’innocenza.

E a stento trattiene la commozione. È stato un caso che ha segnato la mia vita professionale. A volte mi sveglio ancora di notte, pensando al suo rapimento. Per me, era un imperativo morale salvare la sua vita. Ho fatto tutto il possibile, seguito ogni pista. Ricordo anche un viaggio in Svizzera, per verificare una soffiata di un detenuto. Ero convinto di poterla trovarla viva. Quando è stato trovato il cadavere, il mio impegno è stato di riuscire ad assicurare alla giustizia i colpevoli. Rimorsi non ne ho. Un impegno e dedizione tali da essere riconosciuti persino dall’avvocato Geo Dal Fiume, difensore del Rosso”.

Bozzola ricorda che durante i mesi di indagine furono ritrovate e riportate a casa una ventina di minorenni scappate dalle loro famiglie. L’ex magistrato rivela altri aspetti della vicenda. “Per come si sono sviluppati e concatenati i fatti – prosegue Bozzola – per l’atteggiamento dell’opinione pubblica condizionata da una parte dell’informazione, per l’omertà diffusa, è un caso da manuale. Era evidente dalle prime indagini che si trattava di rapimento. Maria Teresa si è purtroppo trovata al posto sbagliato nel  momento sbagliato, quando i ladri si sono imbattuti in quella ragazzina addormentata e l’hanno catturata. Ma molti erano solleticati dai possibili e maliziosi risvolti erotici. Pensavano, sbagliando, che fosse una libertina o ingenuamente innamorata del suo rapitore. Invece, era una brava bambina, tenuta senza pietà dai suoi carcerieri in condizioni di schiavitù”.

Bozzola ricorda l’atteggiamento degli organi di informazione, che sposavano vari filoni: In un primo momento l’abuso e l’omicidio da parte dello zio, in realtà una bravissima persona; oppure la fuga spontanea, per motivi amorosi; l’idea che qualche innamorato l’avesse portata via. L’ex magistrato non nasconde l’isolamento in cui mi sono trovato: colleghi e collaboratori pensavano che sbagliassi. Ho ricevuto anche lettere minatorie. A sostenermi erano il maresciallo Luigi Pagella della Squadra Mobile di Asti e l’esperto calligrafico Aurelio Ghio. All’esterno potevo contare sul giornalista della Stampa Vittorio Marchisio. Bozzola descrive con particolare angoscia il ritrovamento. La bambina era su una brandina, con le labbra abbondantemente segnate dal rossetto e i jeans abbassati. Ho subito avuto l’impressione di una macabra messa in scena, per simulare un atteggiamento da prostituta, secondo le dicerie generali. Il giudice ricorda la muta angoscia del padre chiamato a riconoscere quel corpo. Ho raccolto dei fiori lungo il sentiero che portava alla Barbisa e li ho lasciati dove era morta Maria Teresa, confida il magistrato.

Bozzola manifesta perplessità anche sui risvolti processuali, da cui comunque non emerge alcun collegamento tra i due malviventi e la bambina, antecedentemente ai fatti. Si era scritto che il Calleri avrebbe visto Maria Teresa alla festa del paese poche settimane prima, se ne sarebbe invaghito deciso a rapirla. Illusioni. Secondo il magistrato, “Il tribunale di Asti ha lavorato un po’di fantasia sul Rosso” e quell’uomo, ne è convinto, non era l’unico coinvolto dal Calleri. “C’erano altri clienti tra coloro che abusarono di Maria Teresa tra cui personaggi illustri e potenti, che frequentavano quella casa e non potevano non sapere” .

Per il giudice “resta inoltre inspiegabile l’atteggiamento inerte della Procura di Alba, al punto da non aver predisposto nemmeno l’autopsia della bambina. Mi sono quindi personalmente adoperato affinché fosse eseguita ad Asti”. Bozzola, che ha concluso la carriera da procuratore capo della Procura della Repubblica di Asti, ha raccolto un  vasto dossier sulla vicenda di Maria Teresa. Anni fa era stato scritto che ne sarebbe uscito un libro. “Nomi non potrò farne, perché i sospetti non sono mai diventati prove, ma forse qualcuno si riconoscerà e magari riscoprirà vecchi rimorsi,” affermò il magistrato su La Stampa del 19 agosto 1990. Finora Bozzola ha tenuto quel materiale chiuso nel cassetto. Chissà se e quando sceglierà di renderlo pubblico. 

 

La copertina di un romanzo dedicato al caso

Un pamphlet e una tesi di laurea dedicati al caso

 

Ha raccontato la vicenda il giornalista Lorenzo Rosso, collaboratore astigiano della Gazzetta del Popolo, poi trasferitosi in Sicilia. Il titolo del suo pamphlet è significativo: Prigioniera di un cretino. Storia di Maria Teresa Novara, edito ad Agrigento nel 1996.  L’autore ricorda: All’epoca, dodicenne, vivevo con mia nonna a Villafranca, in una casa quasi alle spalle di quella degli zii di Maria Teresa. La vedevo ogni giorno, perché andavo a comprare di nascosto le sigarette sfuse. Maria Teresa era silenziosa complice di quelle mie prime trasgressioni. Dopo la sua scomparsa, avevo paura a uscire. La gente diceva che in paese qualcuno rubava i bambini. Qualcuno ipotizzò che la vicenda della ragazzina di Cantarana possa diventare la trama di un film.

Altri si sono ispirati per scriverne un racconto romanzato, come Marilina Veca che nel 2011 ha pubblicato La testa dell’Idra (edizioni Sensibili alle foglie). Il caso di Maria Teresa è stato oggetto anche di tesi di laurea. L’ha approfondito l’avvocato Alberto Pasta, ex assessore comunale di Asti, che spiega: La scelta dell’argomento per la tesi muoveva dal fatto che mio padre, l’avvocato Guglielmo Pasta, aveva assistito lo zio della bambina, in un primo tempo accusato. E dall’esperienza personale, a 9 anni, alla Barbisa, dov’ero andato con mio padre: l’ingresso di quella cascina era inquietante e mi impressionò profondamente.

La cascina Barbisa sulle colline di Canale. Dal 1969 è passata di mano varie volte ed è oggi di proprietà di svizzeri.

Per Pasta la campagna mediatica contro la giovane vittima fu un evidente caso di vergogna sbagliata. Non era Maria Teresa a doversi vergognare. Che cosa rimane oggi di quella cascina che conserva lo stesso nome, dall’alto del bricco in località “Case sparse”? Pignorata e messa all’asta, per risarcire almeno in parte la famiglia Novara, fu acquistata da un avvocato di Alba, che l’ha rivenduta a degli svizzeri, da cui è stata ristrutturata. Resta difficilmente raggiungibile e non ha perso una certa aria sinistra.

Parte delle persone coinvolte nel fatti del 1968 e dei mesi successivi sono ormai scomparse. I fratelli di Maria Teresa risiedono ancora in zona. Tramite il loro legale, l’avvocato Giovanni Denicolai, hanno rifiutato la proposta di intitolazione alla sorella di una piazzetta e di un giardino nei comuni di Canale e Torino. Preferiscono il silenzio. Maria Teresa riposa nella tomba di famiglia: davanti alla lapide un vaso di fiori bianchi e gialli.      

L'AUTRICE DELL'ARTICOLO

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  Molti annunci ufficiali di fidanzamenti, soprattutto in campagna, un tempo avvenivano in primavera: erano il risultato delle veglie invernali nelle stalle. Terminato il servizio...

«Quella passeggiata a Viatosto non l’ho dimenticata»

Quegli anni fatati della vita. Rubo a Italo Calvino il titolo per sfogliare l’album dei ricordi dei cinque anni trascorsi sui banchi di legno...

Gli intensi anni astigiani di “Bicio”

I De André sfollano nel 1942 in una cascina di Revignano   Un uomo elegante esce dalla casa contadina. Lo chiamano Professore, incute soggezione, ma è...

Accadde nel terzo trimestre

10 anni 16 settembre 2007 Il drappo del Palio è firmato da Paolo Conte e conquistato dal rione San Secondo (rettore Marco Zappa) con Giovanni...

Voci astigiane tra le onde della guerra

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Dai lampioni a gas alle lampade a led, storia della luce pubblica

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Un vino popolare racconta la sua epopea La guerra è finita da un anno e mezzo e il 22 novembre 1946 nella sede della Camera...

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