lunedì 5 Dicembre, 2022
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IL TROVAROBE

Il mondo racchiuso nel metro quadrato della cabina telefonica

Punteggiavano il paesaggio, ormai sono quasi tutte scomparse
La vita della cabine telefoniche non è mai stata facile. Non mancavano le bravate e piccoli atti vandalici come le scritte sui vetri, nomi incisi sugli apparecchi, numeri telefonici indebitamente pubblicizzati all’oscuro di ignari titolari, accompagnati da presunte indimenticabili prestazioni di carattere sessuale e – ahimè – poteva capitare di incontrare tracce di incontinenza non solo verbale.

Sono diventate rarissime e fanno perfino un po’ di tenerezza, superate come sono dalla diffusione della telefonia mobile. C’è chi le ha trasformate in oggetti di modernariato da arredamento. Un tempo punteggiavano il paesaggio urbano e non servivano soltanto per il loro scopo primario e originale.

Le cabine telefoniche sono state ideale rifugio per ripararsi da improvvisi temporali, ambiente romantico di lunghi baci tra innamorati, tappa di qualche gara di caccia al tesoro e luogo pubblico dove lasciare messaggi, più o meno segreti. Collocate nei posti più frequentati: piazze, portici, stazioni ferroviarie, bar, ristoranti, centri sportivi, le cabine telefoniche erano la parte riconoscibile e a suo modo rassicurante e familiare dell’arredo urbano. «Non sei mai solo quando sei vicino a un telefono» era lo slogan della campagna pubblicitaria della Sip alla fine degli Anni ’70. La foto ritraeva una cabina telefonica illuminata di notte. Nei paesi, dove spesso c’era una sola cabina, era ospitata in negozi, circoli, oratori e dava vita al “posto telefonico pubblico”, segnalato dall’insegna gialla con il disco numerico del telefono. In questo caso le cabine erano meglio insonorizzate e il gestore assicurava anche un servizio di “sollecito a casa” del compaesano che veniva invitato a presentarsi d’urgenza al posto telefonico per rispondere alla chiamata, quasi sempre con il cuore in gola, visto che telefonate e telegrammi spesso portavano cattive notizie.

Ad Asti il servizio telefonico pubblico di via Ospedale, dove c’era la sede della Stipel-Sip, aveva al pian terreno una intera sala con una decina di cabine allineate, frequentatissime dai militari della vicina caserma Colli di Felizzano. C’era anche il servizio della “rovesciata”, tramite il centralino, che garantiva il pagamento della chiamata a carico di chi riceveva. Le cabine pubbliche esterne della Stipel, poi Sip e infine Telecom, avevano la tradizionale forma a parallelepipedo, negli anni sempre più illuminate e trasparenti, fino alle più futuristiche ed ergonomiche installazioni a uovo in plexiglas. La cabina era un ambiente di circa un metro quadrato, scarno e funzionale, con doppia porticina a spinta basculante tipo saloon. Molte avevano uno spesso malandato (quando non sabotato) elenco telefonico, appeso su di un ripiano sottostante il telefono che era rigorosamente a cornetta e a gettoni. 

La cabina telefonica nella versione post-gettone, ovvero a monete o con la scheda tessera, era più illuminata e spesso utilizzata come spazio pubblicitario esterno. Le ultime versioni Anni ’80 erano in alluminio grigio con le scritte rosse, decisamente meno tipiche delle più celebri cabine telefoniche della Gran Bretagna, con i vetri ad “inglesina” e il colore rosso vivo. La vita della cabine telefoniche non è mai stata facile. Non mancavano le bravate e piccoli atti vandalici come le scritte sui vetri, nomi incisi sugli apparecchi, numeri telefonici indebitamente pubblicizzati all’oscuro di ignari titolari, accompagnati da presunte indimenticabili prestazioni di carattere sessuale e – ahimè – poteva capitare di incontrare tracce di incontinenza non solo verbale. Le cabine sono state anche prese di mira dagli scassinatori che sradicavano l’intero apparecchio per impadronirsi del magro bottino. E sono rimasti i modi di dire. “Far entrare un elefante in una cabina telefonica” si dice di cosa difficile se non impossibile.   

 

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