lunedì 28 Novembre, 2022
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UN PAESE UN CASTELLO

Dall’acqua sulfurea al turismo religioso

Castelnuovo: passato e futuro legati alla figura di Don Bosco

Il toponimo di Castelnuovo è piuttosto comune e fa riferimento al castello di stampo medioevale, arroccato in posizione strategica e dominante, appartenuto nei secoli ai marchesi di Torino, ai marchesi di Ivrea, ai Rivalba, ai marchesi del Monferrato. Nel ’400, il Comune, che era tornato sotto il dominio del marchese Giovanni di Monferrato, crebbe e prosperò grazie anche alle monete d’argento battute dai conti Radicati di Passerano in una zecca di cui esistono ancora resti e testimonianze in località “la Cecca”, oggi nel Comune di Capriglio. Il 17 dicembre del 1559 Castelnuovo giurò fedeltà al Duca Emanuele Filiberto e da quel giorno condivise le sorti di Casa Savoia. Da oltre un secolo il nome di Castelnuovo è legato a quello del suo cittadino più illustre: dal 1930 il nome ufficiale è diventato “Castelnuovo Don Bosco”.  Il paese è la prima meta regionale per il turismo religioso (Torino riesce a fare meglio solo in occasione dell’ostensione della Sindone) ed è il primo comune turistico della provincia, dopo Asti. Negli ultimi mesi, in occasione delle celebrazioni del secondo centenario della nascita di don Bosco, sono arrivati un milione e mezzo di visitatori, per la metà stranieri. Un percorso di crescita turistico-religiosa già avviato a pochi anni dalla morte di Giovanni Bosco ricalcandone le tappe: dalla Beatificazione (2 giugno 1929), alla Santificazione (1 aprile 1934 con Papa Pio XI), all’elevazione del Tempio al rango di Basilica Pontificia (23 maggio 2010, in occasione della visita al Colle dell’allora Segretario di Stato Vaticano cardinale Tarcisio Bertone). Già nel 1915, nel centenario della morte, per accogliere i primi devoti che salivano a visitare la casa natale di Giovanni Bosco, i muratori di Castelnuovo, capitanati dal capomastro Francesco Ruffinello detto Chirot, costruirono la piccola chiesa di Maria Ausiliatrice. È in stile gotico-piemontese, su progetto dell’architetto salesiano Giulio Valotti. La chiesa sorse nella corte della cascinetta acquistata e ristrutturata da Francesco Bosco, padre di Giovanni, nel 1816, poco prima di morire per una polmonite. La costruzione della chiesetta durò tre anni. Intanto a Roma si era cominciato a parlare di Beatificazione del “prete dei giovani”. La beatificazione arriverà nel 1929, e a Castelnuovo don Guala inventò il toponimo “Colle Don Bosco” per indicare il luogo di nascita e di preghiera fino ad allora conosciuto come frazione Becchi.

 

Nel 1938 su iniziativa di don Pietro Ricaldone, e con i generosi finanziamenti delle famiglie Bernardi e Semeria, fu costruito un grande collegio salesiano e aperta una scuola grafica e tipografica per la stampa salesiana che oggi ospita una scuola media e un centro di formazione professionale a doppio indirizzo: grafico e della ristorazione. Pochi anni dopo il Centro Salesiano di Torino, per proteggere i reperti delle missioni dai rischi di bombardamenti della guerra, trasferì tutto al Colle Don Bosco, considerato luogo più sicuro: nacque così il Museo Etnologico Missionario, poi ampliato e ristrutturato nel 1988/89 e riaperto nel Duemila, anno del Giubileo. Oggi espone oltre settemila oggetti etnico-missionari, a ricordo e testimonianza dello sviluppo delle missioni salesiane nei cinque continenti. Poco distante c’è il Museo della Civiltà Contadina dell’Ottocento Astigiano. In questi anni i pellegrinaggi hanno reso famoso in Italia e all’estero il nome di Castelnuovo don Bosco. Sono soprattutto visitatori giornalieri, ma le strutture collegate sono in grado di offrire quasi cinquecento posti letto nel raggio di pochi chilometri.

La diligenza del sig. Rainero, conosciuto come “Baross”, che collegava Castelnuovo con Chieri

La basilica e la cupola risalgono al 1961

 

Dopo anni di annunci e raccolte fondi, nel 1961 l’arcivescovo di Torino Maurilio Fossati posò la prima pietra per la costruzione del Tempio di don Bosco, dove sorgeva la cascina Biglione-Damevino, di cui il padre di Giovanni Bosco era mezzadro. Il grande tempio, progettato dall’ingegner Ronca e dall’architetto Rubatto, è composto da due chiese sovrapposte capaci di accogliere 700 persone ciascuna, e da una imponente cupola alta 80 metri che, unitamente ai due campanili gemelli, lo rende facilmente visibile e riconoscibile e anche, si dice oggi, decisamente “impattante” nel panorama di colline. Le forme e la grande scalinata d’accesso risentono pesantemente delle tendenze architettoniche degli Anni ’60. La cripta della basilica contiene due reliquie: una di san Giovanni Bosco e una seconda di san Domenico Savio, altro famoso santo di questa terra, allievo di don Bosco. È stata terminata e aperta al culto nel 1965. Per la chiesa superiore è stato necessario attendere altri vent’anni. Fu consacrata dal cardinale di Torino Alberto Ballestrero nel 1984, ed è dominata da una statua del Cristo Risorto, opera in legno di tiglio alta 8 metri, realizzata da Corrado Piazza a Ortisei. Piuttosto fredda e impersonale, la chiesa, dopo 15 anni è stata ristrutturata e le pareti interne, su progetto dello studio Trucco di Torino, sono state rivestite con pannelli in legno di faggio per renderla più calda e accogliente e trasformarla in una sorta di suggestivo interno di nave. Il turismo al Colle Don Bosco è fatto soprattutto di pellegrinaggi dagli oratori salesiani di tutto il mondo e sono numerose anche le gite scolastiche. Un motivo di visita è legato anche agli auspici per la fertilità delle coppie. Le preghiere sono rivolte a don Bosco e sua madre la “Venerabile Mamma Margherita” (Margherita Occhiena 1788-1856, nata sulla collina di fronte ai Becchi, a Capriglio, dove oggi c’è un piccolo museo, ricordata da un monumento con cinque formelle in bronzo, dello scultore Enrico Manfrini). Il Bollettino Salesiano ha pubblicato per anni le offerte delle coppie che dopo una visita al Colle avevano avuto la gioia di un figlio.  

Riccardo Musso indica orgogliosamente la “Giardinera” del nonno Francesco

Don Bosco invocato per la fertilità del matrimonio

 

«Ogni anno – sottolinea don Egidio Deiana, rettore della Basilica – arrivano sul nostro piazzale migliaia di pullman di giovani e auto di famiglie che provengono da tutta Europa». La definitiva consacrazione come centro della spiritualità salesiana è avvenuta il 3 settembre 1988, nel centenario della morte del Santo. Al Colle arrivò papa Giovanni Paolo II che nell’omelia lo ribattezzò “il colle delle beatitudini giovanili”.  A Castelnuovo speravano quest’anno in una visita di papa Francesco a Torino in occasione dell’ostensione della Sindone, per i festeggiamenti del bicentenario della nascita di don Bosco. Il papa argentino era atteso anche a Portacomaro e Asti, le zone di origine dei Bergoglio. Per quest’anno la visita si è concentrata a Torino, ma i salesiani, e non solo loro, non hanno perso le speranze. La notorietà turistica del paese, prima di san Giovanni Bosco, è stata storicamente legata alla fonte Bardella. Come ricorda Giovanna Peira nella sua tesi di laurea in farmacia, fu il medico Cafasso che, nel 1823, per primo certificò le virtù dell’acqua solforosa minerale-alcalina della fonte che studiò in collaborazione con il collega torinese Cantù, professore di chimica all’Università di Torino. Negli anni seguenti molti torinesi vennero a “passare le acque” a Castelnuovo. Nel 1850 aprì l’albergo Fonte Solforosa in prossimità della sorgente e in paese erano attivi gli alberghi dell’Orso e Ciocca, quest’ultimo in via Monferrato (oggi piazza Dante) con stallaggio. L’acqua Bardella entrò nella farmacopea degli Stati Sardi e iniziò un servizio bisettimanale di diligenza a cavallo curato dal signor Rainero, conosciuto come Baros, con recapito all’albergo “Cappel d’oro” oggi scomparso. Il servizio restò attivo fino al 1909 quando fu sostituito dalla corriera Castelnuovo-Chieri, che era a sua volta collegata a Torino, attraverso il valico del Pino. Nel 1932 l’acqua della Fonte Bardella fu imbottigliata e distribuita in alcune rivendite torinesi con l’etichetta: “Acqua solforosa di Castelnuovo Don Bosco”.  Negli Anni ’50 si ricordano anche le polemiche con Agliano relative alla ripartizione dei contributi provinciali per il turismo termale. Si aprì anche la cantina sociale di Castelnuovo, fortemente voluta dal veterinario Pietro Andriano, per anni presidente della Provincia di Asti, specializzata in Malvasia e Freisa e oggi collegata con quella di San Damiano, con il come di “Terre dei Santi”. Dei fasti di allora è rimasta l’osteria della Fonte, aperta ancora oggi. Nel 1990 l’Asl di Asti, dopo ripetute analisi batteriologiche, sancì la non potabilità dell’acqua della Fonte Bardella, ponendo così la parola fine sul turismo termale in zona. È una concentrazione eccezionale che si riconduce al filone dei “santi sociali torinesi”. Otto personaggi religiosi di assoluto rilievo sono nati nello stesso secolo in quattro comuni a pochi chilometri di distanza. È “La terra dei Santi”.

Nel 1932 l’acqua della fonte “Bardella” imbottigliata e distribuita a Torino da Paissa

 

La fonte così come si presentava ai turisti alla fine dell’Ottocento.

La terra dei santi

 

Il più famoso è san Giovanni Bosco (1815-1888), nato ai Becchi nel comune di Castelnuovo d’Asti; anche san Giuseppe Cafasso (1811-1860) e il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) sono nati a Castelnuovo. La venerabile Mamma Margherita Occhiena (1788-1856) è nata poco distante, a Capriglio; San Domenico Savio (1842-1857) è di Riva presso Chieri e il cardinal Guglielmo Massaja (1809-1889) è di Piovà. Di Castelnuovo erano anche Francesco Cagliero (1875-1935) primo pioniere missionario in Patagonia e il cardinale Giovanni Cagliero (1838-1926).  

 

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