Anche nel piatto il rito della trebbiatura

Nella civiltà contadina, quello della trebbiatura del grano era un momento fondamentale del calendario agricolo. Prima dell’avvento delle mietitrebbia, che hanno molto semplificato le operazioni, la trebbiatrice era trasportata in un’aia da un potente e rumoroso trattore e, qui sistemata, iniziava il suo lavoro, al caldo e nella polvere. Si trattava di un rito collettivo, cui partecipavano gli uomimi, ma anche i bambini, di tutte le famiglie del circondario. La sfilata del Festival delle sagre riporta ogni anno in vita ad Asti gli imponenti trattori Orsi che trascinavano e facevano funzionare la grossa macchina e molti ricordano Valentino Quaglia di Variglie che ha portato anche in televisione la “trebbiatura di un tempo”. Un momento comunitario che molti ricordano con nostalgia, se è vero che spesso lo si rinnova in occasione delle feste di paese, un po’ in tutta Italia. Mentre gli uomini lavoravano, le donne si davano da fare in cucina, perché il pranzo per i lavoratori doveva essere ricco e sostanzioso. Il bollito non mancava mai ma, prima, spesso si serviva una minestra in brodo, talmente presente in quella circostanza da avere assunto anche nel nome quello della funzione cui era legata. Preparata un po’ in tutto il Piemonte contadino, nell’Astigiano si caratterizza, come ricorda lo studioso di gastronomia Gian Luigi Bera, per la presenza delle “biavette”, una piccola pasta che ricorda, nella forma proprio i chicchi del grano.  

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