Gli astigiani colpiti dalla scomparsa dei gemelli Bugnano.
La memoria di altri personaggi “fuori dal coro” conosciuti da tutti


Eccentrici. Stravaganti. Visionari. “Fools” shakespeariani, bambini che dicono che il re è nudo. Un po’ esteti, un po’ artisti, un po’ poeti. Servi disobbedienti alle leggi del branco, che viaggiano in direzione ostinata e contraria, come cantava De Andrè nella sua ultima canzone. Fulatùn, gàbia, mès fòi. “Mej èsi fòi che fìs” diceva sempre mio papà, a suggerire che i veri matti sono quelli che vivono ossessionati dal raggiungimento di un solo obiettivo, qualunque esso sia.
Loro no, loro sono allegri, malinconici, solitari, amici di tutti. Il sale della terra.
La morte dei gemelli Bugnano, ai primi di gennaio, portati via dal Covid a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, ha commosso tutti. Decine di messaggi li hanno salutati sui social. La loro straordinaria umanità è stata raccontata in decine di episodi. Questa doppia morte credo abbia suscitato in molti di noi una serie di riflessioni.
In questo anno sospeso e malato ci siamo difesi ognuno a modo suo, con
le armi che avevamo a disposizione. Spesso si è fatto ricorso alla retorica, della quale si è forse abusato: l’ottimismo vagamente nevrotico dell’“andrà tutto bene”, il patriottismo un po’ incongruo (soprattutto quando degenerava in odio verso cinesi, tedeschi e olandesi, secondi meccanismi tristemente noti della ricerca di un capro espiatorio) del Tricolore appeso al balcone.
Soprattutto la tiritera sulla riscoperta di ciò che è davvero essenziale, i legami familiari, gli affetti più profondi. Ora, senza negare il valore della famiglia e degli amici più cari, mi piace ricordare anche l’importanza di una passeggiata socratica nella polis, a caccia di cenni e sorrisi che arrivano da semplici conoscenti, di conversazioni superficiali che talvolta divengono improvvisamente profonde, del piacere che può venire dall’incontrare sconosciuti che con la loro gentilezza possono abbellire una giornata (e
con la loro scortesia possono anche guastarla, certo).
Soprattutto, di tipi originali che se ne escono con affermazioni insensate,
preziose, necessarie per distrarci per qualche minuto dal nostro preoccupato
realismo. “Pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere” (Baustelle,
La vita, dall’album L’amore e la violenza).
Li guardavo, intensamente attratto dalla loro diversità, fin da bambino: Mesturini, la Francesina, Primo lo strillone, Tonino il siciliano. Anche da grande mi è rimasta la curiosità di ascoltarli, Michel Delon, Limunìn, Gianni e Bruno. Le loro storie, le loro manie, le loro frasi ricorrenti. Il posto che occupavano nella vita della nostra città che era il loro palcoscenico.
La musica notturna del Maestro Mesturini


La prima volta che mi accorsi che c’era chi viveva in un altro modo fu quando vidi un anziano signore, capelli e barba bianchi e lunghi, cappottone nero e coppola in testa, dormire di giorno su una panchina dei Giardini Pubblici. Nei giorni seguenti lo vidi lavarsi sommariamente alla fontanella e camminare con fatica nel parco, appoggiandosi a un bastone.
Amabile Mesturini, il Maestro, il primo clochard della mia vita. Era stato protagonista di una carriera internazionale: stando ai suoi racconti (riportati dal cronista astigiano Venanzio Malfatto nel volume Asti. Testimonianze di ieri…), aveva suonato il clarinetto a Casablanca, a Monaco, a Montecarlo. Di avventura in avventura, era stato espulso dal Marocco poco prima della Seconda guerra mondiale, e aveva poi avuto problemi con la giustizia per una accusa di plagio musicale.
Fino alla scelta definitiva e radicale di vivere ai margini, solo con il suo risentimento che esprimeva con urla, bestemmie e invettive contro tutto e tutti. Qualcuno diceva che avesse una famiglia, che però lo aveva ripudiato. Girava per i negozi e i bar, senza chiedere l’elemosina, ma accettando ciò che gli veniva offerto, soprattutto se si trattava di un bicchiere di vino.
Beveva molto ma non dava fastidio ai clienti, a volte anzi si rendeva interessante raccontando aneddoti della sua vita da musicista, parlava più lingue, persino il latino. Un barbone intellettuale, un po’ come il frate della canzone di Guccini. Una notte, a metà degli Anni Settanta, lo convinsero
a suonare il pianoforte alla Festa dell’Unità organizzata nel Boschetto dei Partigiani. Era tardi, la festa stava spegnendo le luci.
La sua musica avvolse chi c’era ancor più dell’afrore della carne alla griglia. Lo salutarono con un lungo applauso. Morì nel 1979 all’età di sessantadue anni.
La Francesina operaio alla Waya sarebbe piaciuta a Fellini
Attraversava i giardini verso sera, diretta alla stazione. La vedevamo passare impegnati negli ultimi giochi dei pomeriggi d’estate, impossibile non notarla: bionda, truccata, appariscente. Troppo bionda, troppo truccata, troppo appariscente.
Gli amici più grandi ci rivelarono la sconvolgente verità: era un uomo vestito da donna. La Francesina, così la chiamavano. Qualche anno più tardi papà
mi raccontò che di giorno lavorava con lui alla Way Assauto. Era un operaio metalmeccanico, rispettato e benvoluto dai colleghi. La sera si vestiva da donna e faceva la vita insieme al suo amico Nello, operaio anche lui, in Piazza del Palio.
I primi due travestiti astigiani, destinati alla presa in giro: a volte stavano allo scherzo, a volte si offendevano. Accettati fino a un certo punto, comunque mai davvero maltrattati. In qualche modo rivendicativi della loro diversità,
estremamente coraggiosi nella loro solitudine. A una amica farmacista la Francesina raccontava le sue “conquiste”.
Smaniava per certi ragazzi del sud, militari di leva alla caserma “Colli di Felizzano”. Il Bar Cin Cin di Revignano era tra i luoghi di ritrovo preferiti: lì una volta si innamorarono perdutamente degli acrobati di un circo di passaggio e forse sognarono di andarsene via per sempre. Vestiti da donna
e un po’ grotteschi come Sordi al veglione di Carnevale dei Vitelloni: in tutto e per tutto personaggi felliniani, protagonisti ideali di una possibile versione astigiana di Amarcord.
“Viva la Juve” “Viva il Duce”
Ecco Primo lo strillone


Irrompeva al Bar Cocchi gridando “Forza Juve!” e “Viva il Duce!”. Nel pronunciare la seconda frase si impettiva nel saluto romano, e ricordo che da ragazzino mi stupiva sentire, nella Asti degli Anni Settanta che mi appariva
indiscutibilmente antifascista, qualcuno che inneggiasse apertamente a Mussolini.
A ripensarci, nella sua coerente semplicità, Primo esprimeva un sentimento nostalgico che pochissimi avevano il coraggio di rendere manifesto, giusto
lui e un altro personaggio straordinario, l’avvocato Pino Faletti. Primo Lamberti faceva un mestiere che oggi non esiste più: lo strillone. Capelli a spazzola, barba sempre un po’ lunga e ispida, sciarpa e cappellino di lana della Juve, girava su una vecchia bici con una cassetta gialla sul davanti con dentro i giornali.
Li vendeva soprattutto ai pazienti dell’ospedale, un po’ sotto i portici di Piazza Alfieri e concludeva il giro al Cocchi, dove era benvoluto da tutti e mostrava una tenerezza speciale verso i bambini. E come un bambino a volte scoppiava a piangere quando uno scherzo o una battuta che volevano essere innocenti gli apparivano improvvisamente crudeli e inaccettabili.
La domenica lo trovavi allo stadio a tifare per l’Asti, lui e la sua inseparabile
radiolina sempre accesa sintonizzata su Tutto il calcio minuto per minuto. Sapeva a memoria anche la formazione dell’Inter: ogni tanto qualcuno lo interrogava, “Primo, l’Inter campiùn del mund!”, lui batteva i piedi e sull’attenti recitava con voce alla Nicolò Carosio “Sarti, Burgnich, Facchetti…”.
Quando morì all’età di 79 anni, nel novembre del 2007, La Stampa di Asti pubblicò una canzone che Gianluigi Porro gli aveva dedicato anni prima, dove Primo si chiamava Secondo e il ritornello diceva, suggerendo un’amara interpretazione del rapporto che lega le comunità umane alle persone come lui: “Ogni paese ha il suo Secondo, se no come fanno gli altri a chiamarsi Primo?”.
Tonino il mancato rettore di San Pietro (per finta)

Nella primavera del 1975, durante la campagna elettorale che precedette le elezioni comunali vinte dall’avvocato Gian Piero Vigna, poteva capitare di imbattersi in un ometto dalla voce roca e dall’accento siciliano che, percorrendo Corso Dante in su e in giù, ripeteva incessantemente “Vota Vigna vota Vigna!”, imitando l’effetto-megafono del “Vota Antonio” di Totò. Era
Tonino Di Natale, “figlio di Capitano”, come amava presentarsi.
Capitato al Cocchi un giorno degli Anni Settanta, sulla trentina, piccino, sdentato e dall’aria indifesa, immediatamente adottato dagli habitués del bar. Prese a ben volergli in particolare il Comitato Palio del Borgo Santa Maria Nuova: il rettore Bruno Ercole, si narra, a un certo punto avviò una sottoscrizione pubblica per mandarlo in vacanza.
Ne fece soprattutto il protagonista di una strepitosa “cissata” ai danni del confinante e rivale storico Rione San Pietro nell’infuocato e ridanciano clima pre-Palio del 1974: il 4 settembre La Nuova Provincia riferiva che Tonino era stato incaricato dal Comitato di Santa Maria Nuova di consegnare al Consiglio del Palio una lettera nella quale veniva proposta la sua candidatura come nuovo rettore di San Pietro, ruolo clamorosamente vacante a pochi giorni dalla corsa.
Di lui si sapeva poco e fiorivano le leggende. La più diffusa era quella che lo dipingeva come favolosamente dotato della virtù meno apparente. Prima di sparire nel nulla Tonino ebbe un momento di rivalsa, una sua piccola rivincita: fu organizzata una partita amichevole tra l’Astimacobi e il Palermo, allora in serie B.
Tonino stette per tutta la partita in piedi, da solo, attaccato alla rete di recinzione, dando le spalle alla tribuna, gridando a intervalli regolari, con la sua voce da orco bambino, “Fozza Palemmo!”. È il ricordo più vivo che mi
rimane di lui.
Il cantante “Michel Delon” che giurava di essere il cugino di Alain
Gentile nei modi, sguardo un po’malinconico, compariva silenziosamente accanto ai clienti seduti nel dehors del Cocchi. Li osservava per qualche secondo con lo sguardo del grande conoscitore di uomini, mani dietro la schiena, poi pronunciava solennemente il nome del protagonista del mondo dello spettacolo a cui la persona osservata assomigliava: Giorgio Mancini era Sammy Davis Junior, Piero Oddone era Gino Cervi, Gigi Musso era Christopher
Lee.
Lui si presentava come Michel Delon, cugino di Alain Delon, direttamente dall’Olympia di Parigi. Sì, perché Michel era un grande cantante. Cantava
camminando per le strade della città, ma soprattutto cantava al Charly Max, la discoteca di via Leone Grandi ex Winter Garden, ex Down, in seguito Mirò. Nelle sere infrasettimanali, quando non c’era molta gente, Giorgio Mancini, suo amico e manager, lo presentava allo sparuto pubblico e gli affidava il microfono.
Solo sulla pista da ballo, Michel offriva il suo indimenticabile show. Il set era collaudato, composto da tre brani più il bis. In apertura una strepitosa interpretazione di Come together dei Beatles, con introduzione strumentale riprodotta vocalmente in un fantastico “ssshoppa-bum-bum” seguita da un travolgente grammelot-finto-inglese che il Renzi se lo sogna.
A seguire due brani del suo cantante preferito, Adriano Celentano: Il tuo bacio è come un rock, eseguita riproducendo le mosse del Molleggiato in un frenetico twist, e Tre passi avanti e crolla il mondo Beat. A grande richiesta arrivava poi il bis: e qui Michel, inebriato dagli applausi, osava proporre un brano di sua composizione. Era un brano sempre uguale e sempre diverso: raccontava di un ragazzo che arrivava in una grande città, conosceva delle donne e finiva a fare “oh-oh-oh”.
Quello che cambiava di sera in sera era la città, per cui la canzone si intitolava una volta “Parigi, donne, oh oh oh”, un’altra “Berlino, donne, oh oh oh”, un’altra ancora “New York, donne, oh oh oh”. Michel la cantava con una luce speciale negli occhi, certo sognando una vita diversa, più internazionale, un po’ hippie. Chiudeva il concerto con la nota finale di quell’“oh ohoooooooohhhh” tenuta finché aveva fiato: un’invocazione, una preghiera, un sogno.
Le conquiste di Limunìn, viveur in Ape Car

Lo chiamavano Limunìn perché vendeva i limoni al mercato. Arrivava con la sua Ape Car 50 azzurra sulla quale aveva scritto con la vernice rossa “Ferrari”, la stessa che parcheggiava davanti ai bar all’ora dell’aperitivo, e scaricava i limoni su una coperta che stendeva per terra.
Piero Negri era di bassa statura, sempre con pretese di eleganza, cappello e giacca due bottoni, mani in tasca, intratteneva con consumato savoir faire le signore di passaggio ai piedi della grande scalinata di Piazza del Palio e le
invitava a servirsi da sole, pesata e tutto: “Faccia pure”, affermava misteriosamente, “non posso toccare la merce!”.
Credo avesse qualche problema alle mani, ricordo che impugnava l’eterna
sigaretta tra pollice e indice, in posa plastica, e le sue dita sembravano enormi. Recitava la parte del viveur di provincia con voce nasale e cantilena sempre più strascicata di bianchetto in bianchetto e selezionava ripetutamente dal juke-box la sua canzone preferita, di Julio Iglesias: Sono un pirata, sono un signore.
Professionista dell’amore. Così si sentiva all’Angelo azzurro, il night gestito dal suo amico Maggiora. Il giorno dopo al Mixi ci raccontava le sue imprese, “ieri sera ho registrato” diceva (era un’epoca in cui ci si divertiva ad inventare nuovi e fantasiosi neologismi per definire l’atto sessuale) e ci ammazzava di risate proclamando di essere una specie di recordman di eiaculazione precoce: «Venticinque secondi da quando mi sono sbottonato i pantaloni, a iera Magiùra che cronometrava!».
Ogni tanto sbottava contro qualcuno che lo osservava: «Cusa an guardi? At sii pa na guardia!». Ma non potevi non guardarlo, era uno spettacolo soprattutto la sua acconciatura: combatteva la calvizie con un complicato riporto a cerchi concentrici che tendeva inesorabilmente al disfacimento, e al quarto aperitivo una buffa coda penzolava dalla tempia sinistra e toccava la cintura.
L’altra bionda, il sogno cinematografico dei fratelli “Gianbruno”

Di Gianni e Bruno Bugnano, i “gemelli Gianbruno” come amavano presentarsi, si è parlato e scritto molto, sui giornali e sui social, dopo la loro quasi simultanea scomparsa nello scorso gennaio.
Alla notizia della scomparsa di Bruno trovato senza vita nel suo alloggio è stata in un primo momento affiancata anche quella del fratello Gianni che invece era ancora ricoverato in ospedale. Dopo pochi giorni, la sorte che li aveva voluti insieme per tutta la vita li ha accomunati nella morte. Sono sepolti al cimitero di Monale.
Tantissimi astigiani si sono intristiti al pensiero di non poter più incontrarli, instancabili a passeggio lungo Corso Alfieri, e ascoltare i loro saluti allegri, “Ciao biondo!”, “Ciao Piripicchio!”. È partita una raccolta di firme per chiedere che sia loro dedicata una panchina.
Cristiano Militello, l’inviato tv di Striscia la notizia, ha ricordato sulla sua pagina Facebook il loro strepitoso incontro e la partecipazione alla trasmissione inserendoli “nella categoria degli indimenticabili”. E proprio il grande amore per la recitazione e il mondo dello spettacolo in generale credo sia stato il filo rosso che ha attraversato la loro esistenza. È ancora Gian Porro, direttore del Teatro Alfieri, a raccontarmi gli ultimi momenti di questa lunga passione.
L’ultima apparizione pubblica: Claudio Bisio che al termine dello spettacolo inaugurale di Astiteatro 2020 nota uno dei due gemelli sotto il palco (l’altro per una volta non c’era), lo invita a salire e improvvisa con lui uno sketch; poi Gian gli rivela che ne esiste un altro uguale e lui si rammarica, caspita, se ci fossero stati tutti e due sarei andato avanti un’ora!
Gian Porro racconta ancora che Gianni e Bruno da anni gli dicevano di voler realizzare un film, e che lui rispondeva “facciamolo, ma dovete portarmi una
sceneggiatura scritta”. Poco prima di Natale, l’ultimo Natale della loro vita, finalmente i Gianbruno si presentano nel suo ufficio al Teatro Alfieri con la sceneggiatura, scritta a mano, stralunata e commovente. Titolo del film? Facile: L’altra bionda.
E adesso che si conclude questo lungo viaggio nella memoria, immersi in questa triste e discutibile modernità digitale, lasciateci pensare con affetto e nostalgia alla città vecchia e ai suoi personaggi, chiedendo scusa se qualche volta abbiamo riso di loro e ringraziando per tutte le volte che abbiamo riso con loro, con tutti quelli che se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo.







































