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Una Repubblica partigiana tra le nostre colline

1944
La lotta di Resistenza nell’Astigiano inizia tra il Tanaro e le Langhe nel dicembre 1943. Mentre nel resto d’Italia gli alleati avanzano lentamente, parti di provincia finiscono sotto il controllo dei partigiani già nella primavera del 1944. In estate si pensa che la fine del conflitto sia ormai vicina, è il momento in cui si sviluppa una rete di comitati di liberazione che unisce molti comuni dell’Alto Monferrato. Nasce così una delle repubbliche partigiane più estese d’Italia, con Nizza al centro e confini che arrivano a toccare Monregalese e Savonese. L’iniziativa per la formazione di una giunta di governo è del Pci, che insieme agli altri partiti affronta la sfida della democrazia dopo un ventennio di dittatura.

Durò meno di due mesi e fu un esperimento di democrazia

 

Nell’Astigiano, l’antifascismo militante ha espresso una certa vitalità pressoché solo nel capoluogo, con una combattiva presenza clandestina d’ispirazione comunista soprattutto all’interno delle fabbriche e delle imprese artigianali cittadine. Il grande “mare contadino” della campagna ha, semmai, espresso uno “scontento profondo”, mitigato dalla firma del Concordato con la Chiesa e risvegliatosi con il conflitto mondiale. Questa presa di distanza dal regime si rafforza dopo l’8 settembre 1943, quando la società contadina astigiana, monferrina e langarola si dimostra disponibile e solidale verso gli sbandati e i renitenti alla leva, in una “scelta afascista” che presto si trasformerà, per molti, in scelta partigiana. 

 

Nel 1944 si credeva che la guerra sarebbe finita prima dell’inverno

 

Nell’Astigiano, i primi nuclei di resistenza armata si sviluppano proprio tra il Tanaro e le Langhe, con prime azioni di sabotaggio e assalti alle caserme dei carabinieri per procurarsi armi già nel dicembre 1943. Tali azioni vanno intensificandosi a partire dalla tarda primavera del 1944.  Nel corso dell’estate l’avanzare dei fronti di guerra, in Italia e in Europa, porta a una lenta liberazione di parti del territorio provinciale, progressivamente strappato dalle formazioni partigiane al controllo delle sfiduciate formazioni di Salò, grazie anche a una non significativa presenza dei tedeschi, scarsamente interessati a investire tempo e risorse, umane e militari, nel controllo capillare di un territorio difficilmente percorribile e difendibile. L’estate del 1944, in cui si diffonde tra la popolazione e i partigiani la convinzione che la guerra sia destinata a finire prima dell’inverno, segna anche la nascita di una sempre più fitta rete di Comitati di liberazione nazionale a livello comunale. Nell’Alto Monferrato, il più importante e dinamico è senza dubbio quello di Nizza Monferrato, che ai primi di settembre assume di fatto il controllo effettivo del Municipio e diviene progressivamente il punto di riferimento di altri organismi sorti nei comuni vicini e in cerca di una qualche forma di coordinamento, in un’area ormai saldamente controllata militarmente dai partigiani, che si sono strutturati in due divisioni garibaldine (l’VIII “Asti” e la IX “Alarico Imerito”) e due autonome (la II “Langhe” e la V “Monferrato”). Il ruolo svolto dalle forze politiche e dai comandi partigiani è fondamentale per giungere alla decisione di costituire un centro di coordinamento della zona liberata, che si estende ben oltre l’Alto Monferrato, giungendo verso Sud fino al Monregalese e all’Appennino savonese. Le difficoltà di comunicazione e i non sempre facili rapporti tra le diverse formazioni, consigliano le neonate forze politiche locali a concentrare gli sforzi su un territorio più limitato, quello compreso tra il Tanaro, l’Albese, le Langhe e la pianura alessandrina.

Filippo Fabiani, azionista
Giuseppe Platone, comunista
Assuero Imerito, comunista

 

Domenico Buffa, azionista
Giovanni Spagarino, socialista
Pierpaolo Milanaccio, democristiano

 

Marco Gamaleri, liberale
Antonio Sburlati, liberale

La giunta della Repubblica si riunisce all’albergo Fons Salutis di Agliano

 

È dalla necessità di gestire una difficile quotidianità che maturano le condizioni per perfezionare e consolidare l’esperimento di autogoverno democratico con l’istituzione di un vero e proprio organo dirigente politico che si occupi di impartire direttive comuni nei vari settori e che funga da organo centrale di coordinamento. Dal punto di vista politico, a prendere l’iniziativa per la formazione di una Giunta di governo della zona libera è il Partito Comunista. Le trattative con gli altri partiti evidenziano però dubbi e incertezze sulle funzioni da assegnare alla Giunta, e solo il 28 ottobre si giunge alla costituzione di un organismo composto da 15 membri: un presidente e sette “assessori” effettivi, coadiuvati da altrettanti membri supplenti. La prima riunione operativa si tiene due giorni dopo al Circolo sociale di Nizza Monferrato, ma il 4 novembre un attacco nazifascista sul paese di Bergamasco consiglia per sicurezza il trasferimento della sede presso l’albergo Fons Salutis di Agliano. La presidenza viene affidata all’avvocato socialista Camillo Dal Pozzo. Gli altri membri effettivi sono: Paolo Succi (comunista, vicepresidente e Interni), Giuseppe Platone (comunista, Trasporti), Giovanni Spagarino (socialista, Economia), Alfonso Bronda (democristiano, Agricoltura), Pierpaolo Milanaccio (democristiano, Giustizia), Filippo Fabiani (azionista, Finanze), Marco Galamero (liberale, Difesa). Partecipano ai lavori della Giunta anche due rappresentanti delle formazioni partigiane della zona, uno per i garibaldini e uno per gli autonomi. Significativo è il dibattito che si apre sul nome da attribuire alla Giunta: “di Governo”, come vorrebbero i comunisti, o “Amministrativa”, come chiedono le altre forze politiche? La questione non è solo formale: la prima soluzione implica un impegno programmatico e politico ambizioso, la seconda è un’espressione che indica un’attività di ordinaria amministrazione, di pura e temporanea sostituzione delle autorità fasciste. Un atteggiamento di prudente cautela che, alla fine, prevale e, col senno del poi, appare più pragmatico. Il più generale contesto mostra infatti che gli scenari militari sono profondamente mutati e ci sono numerosi segnali di una vasta controffensiva nazifascista. In Piemonte, il 20 ottobre è caduta la repubblica partigiana dell’Ossola e il 2 novembre Alba è stata facilmente riconquistata dai fascisti. 

 

Vengono tassate le industrie del vino e si distilla l’alcol come carburante

 

Dalle pur brevi esperienze delle repubbliche partigiane emergono però fondamentali elementi di novità, a cominciare dallo sforzo di “inventarsi” la democrazia, provando a immaginare e praticare un modello di società plurale, a concretizzare princìpi che vent’anni di potere fascista avevano rimosso: democrazia, libertà e partecipazione consapevole. Tra i provvedimenti presi dalla Giunta di Nizza-Agliano, va segnalato il ripristino del pagamento delle imposte, anche attraverso prestiti forzosi imposti agli industriali vinicoli di Canelli e a persone che hanno accumulato importanti fortune approfittando delle loro cariche fasciste. Una gestione finanziaria che la Giunta, subito dopo la Liberazione, si preoccuperà di rendicontare dettagliatamente attraverso manifesti affissi per le vie di Nizza Monferrato, in cui saranno indicate le cifre e le scelte effettuate. Viene ordinato il censimento di tutti gli autocarri e delle automobili, mentre per sopperire alla mancanza di carburante si provvede alla fabbricazione di alcol presso le distillerie di Nizza Monferrato e di Canelli, a cui sono inviate partite di vino di scarsa qualità. Vengono rinnovati d’ufficio gran parte dei contratti di mezzadria e di affitto, in scadenza a San Martino, l’11 novembre, mentre per dirimere le eventuali vertenze sono istituite commissioni arbitrali presso ogni sede di Pretura o sede distaccata di Pretura. Un decreto stabilisce inoltre che un contratto non può essere disdetto nel caso in cui il conduttore sia un partigiano o abbia uno o più componenti della famiglia in servizio nella Resistenza. La Giunta avvia inoltre la ripresa dell’amministrazione della giustizia, istituendo tribunali per i reati civili a Nizza Monferrato, Agliano, Canelli e Mombercelli e una Corte d’Appello, mentre per i reati politici e militari continuano a operare i tribunali partigiani. 

 

Tra Nizza e Mombercelli si ingrossano le file dei partigiani

 

Più in generale, dai primi di settembre alla fine di novembre del 1944, l’intera zona vive in un euforico clima di relativa tranquillità, in cui si diffonde l’illusione che la vittoria finale sia vicina e che la zona libera ne sia una anticipazione. Le feste da ballo e i mercati sono i segni più concreti di questa sorta di sospensione del tempo, come ricordava poco tempo fa Battista Bianco, partigiano e presidente dell’Anpi, recentemente scomparso: «Giravo per Mombercelli in pieno giorno e disarmato, andavo liberamente al mercato, all’osteria: mi sembrava di sognare!» Questa euforica illusione favorisce un forte afflusso di reclute nelle file partigiane, a cui aderiscono giovani per lo più privi di esperienza militare, cosa che preoccupa molto i più avveduti tra i partigiani “della prima ora”. Una condizione di precarietà tratteggiata così da Beppe Fenoglio nel romanzo L’imboscata: «È una situazione pericolosissima, in quanto ci porta a sopravvalutare noi stessi e a sottovalutare i fascisti. Manchiamo di collaudo. Non siamo forti, non siamo solidi, inutile contarci delle balle tra noi. E i fascisti non sono deboli. Soltanto, per nostra provvisoria fortuna, non hanno ancora trovato la giusta disposizione delle forze. […] Il loro comando […] la troverà e allora farà un’unica e più che sufficiente operazione. […]. Sino ad oggi non hanno avuto dai tedeschi il minimo appoggio. L’aggiunta di un battaglione tedesco ai loro due reggimenti ci manderà tutti in polvere».

L’offensiva nazifascista del dicembre ‘44 pone fine all’esperienza della Repubblica partigiana. Il bilancio fu di 85 partigiani uccisi, 361 catturati, 972 civili deportati

A dicembre inizia il grande rastrellamento nazifascista

 

Il 2 dicembre 1944, l’illusione di pace crolla drammaticamente, con l’inizio di un grande rastrellamento che, fino al 21 dicembre, coinvolge 4000 km quadrati di territorio astigiano e langarolo compreso tra il Tanaro, la pianura alessandrina, l’Acquese, l’Albese e l’Appennino savonese, sconvolgendo la vita delle comunità contadine e sbaragliando il fronte partigiano. È la cosiddetta operazione Koblenz-Süd: paesi, piccole frazioni, cascine isolate, boschi, strade di campagna e piccole vallate laterali vengono passati al pettine da 2382 uomini di truppa agli ordini di 136 ufficiali, in gran parte appartenenti a reparti fascisti, ma con una consistente presenza tedesca, tutti reparti altamente specializzati in operazioni di controguerriglia. Il rendiconto del tenente colonnello tedesco che coordina l’intera operazione è indicativo della vastità dell’operazione e del suo impatto sul territorio e sulla popolazione civile: 85 i partigiani uccisi e altri 361 catturati che, con 972 civili, sbandati o renitenti a loro volta arrestati, vengono deportati o avviati al lavoro coatto in Germania. All’illusione di pace dei mesi precedenti si sostituisce il dramma delle vite e delle cose violate, come ricorda la testimonianza di Giuseppe Perfumo, partigiano di Masio: «Han circondato la casa, han spaccato la porta e sono entrati. Ho tentato di scappare dal buco del camino… non ce l’ho fatta… Mio padre di là gridava: “Assassini, delinquenti! Cosa fate? I miei figli! Maledetti!” Tutti e tre ci han portato via. Anche i miei fratelli: uno aveva sedici anni e l’altro quasi diciotto… E sono morti tutti e due a Mauthausen…». Tra i deportati anche un membro della Giunta della Repubblica partigiana dell’Alto Monferrato: l’avvocato Filippo Fabiani, esponente del Partito d’Azione. Anche lui, non farà ritorno da Mauthausen.

Carta tratta da “Atlante storico della Resistenza italiana” di Luca Baldissara (edizioni Bruno Mondadori)

I mesi successivi al grande rastrellamento di dicembre sono i più duri per la Resistenza del basso Piemonte: i partigiani sbandati cercano di sopravvivere a piccoli gruppi o isolati, con la paura di incappare nelle pattuglie fasciste o di imbattersi in qualche spia, con le porte delle cascine che non sempre si aprono per ospitarli, perché tra la gente contadina la paura ha preso il posto dell’euforico ottimismo autunnale. Ci vorranno mesi perché i partigiani lascino la tane e i boschi e tornino a organizzarsi, ma questa sarà la volta buona: dai primi di marzo 1945, fascisti e tedeschi sono di nuovo sulla difensiva, costretti a ripiegare e a lasciare il controllo delle colline e dei paesi a vecchi e nuovi partigiani. Tra il pomeriggio del 23 e la sera del 24 aprile, Canelli, Nizza e Asti vengono sgomberate dalle truppe nazifasciste, incalzate dai partigiani, e gli astigiani  vivono le prime ore di libertà.

La Scheda

 

“La Repubblica partigiana dell’Alto Monferrato”, volume di Anna Bravo
Anna Bravo

 

 

Un aeroporto partigiano in valle Bormida

 

Un Westland Lysander con insegne britanniche sul campo di atterraggio a Vesime (foto archivio Israt)

A Vesime atterravano ufficiali alleati e rifornimenti

Nel 2015 sarà ricordato da un museo multimediale permanente. Nella tarda estate del 1944, le medie valli Bormida e Belbo erano controllate dai partigiani della II Divisione  autonoma “Langhe”, comandata da Piero Balbo “Poli”, il “comandante Nord” protagonista dei romanzi di Beppe Fenoglio. Fu allora che venne decisa la costruzione di un piccolo aeroporto in riva alla Bormida: serviva al trasporto dei feriti verso l’Italia liberata, ma era anche utilizzato come punto di atterraggio per ufficiali alleati e per rifornimenti da destinare ai partigiani delle Langhe. L’aeroporto, denominato “Excelsior”, venne progettato dal geometra Pasquale Balaclava, con la supervisione di Giorgio Caffa e fu costruito in soli undici giorni da partigiani e contadini locali, con l’aiuto di numerosi prigionieri fascisti. Per la realizzazione della pista, lunga 1100 metri, venne anche smantellata e ricostruita una cascina. Il primo aereo atterrò il 17 novembre 1944, ma il 20 novembre l’aeroporto venne occupato dai nazifascisti, che fecero arare la pista per impedirne l’utilizzo. Dopo lo sbandamento delle formazioni partigiane dell’inverno, il 23 marzo 1945 iniziarono i lavori per risistemare la pista. L’aeroporto fu riattivato nei primi giorni di aprile e funzionò fino alla Liberazione. In occasione dei 70 anni dal 25 aprile 1945, verrà allestito presso il municipio di Vesime un museo multimediale permanente che ricordi quell’esperienza, unica nel panorama della lotta partigiana italiana. A fine novembre il Consiglio Regionale ha confermato il contributo di 15.000 euro per la sua realizzazione, su un progetto curato dall’Israt. Quest’ultimo ha programmato di investire una cifra uguale e cercherà sponsor privati per arrivare ad attivare il museo il 25 aprile. Negli stessi giorni il Comune punta ad avere pronta un’area panoramica sui terreni dove sorse l’aeroporto. Il lavoro di squadra tra il sindaco Pierangela Tealdo e il direttore dell’Israt Mario Renosio va nel senso di un recupero e diffusione della memoria anche grazie al contributo di partigiani, contadini, abitanti della zona: si conta soprattutto su di loro per raccogliere fotografie, oggetti, documenti d’epoca. Insieme ai filmati sui protagonisti di quell’impresa, il materiale sul campo di aviazione sarà utilizzato nel museo multimediale che nascerà nel salone polifunzionale del Comune. Il progetto, che ha un’impostazione innovativa per far presa anche sui giovani, è firmato dagli architetti Francesco Fassone e Alice Delorenzi. Il comune di Vesime attende anche un altro aiuto del Consiglio Regionale per realizzare il sito panoramico, tra le colline in cui durante la lotta di Liberazione è registrato l’atterraggio di quattro Lysander, un B-25 Mitchell, un C47 Dakota.    

Mario Renosio

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