sabato 26 Novembre, 2022
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Memoria a tavola

Nei “barachin” la cucina era povera e fantasiosa

Il cibo portato al lavoro, uno dei simboli dimenticati della ripresa nel Dopoguerra

Anno cruciale il 1948. Gli eventi politici nazionali sono rilevanti: l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il piemontese liberale Luigi Einaudi eletto Presidente della Repubblica, il processo a Kappler per la strage delle Fosse Ardeatine, l’adesione dell’Italia al Piano Marshall, l’attentato a Togliatti, gli scioperi di braccianti e operai, le cariche della polizia del ministro Scelba, la rottura dell’unità sindacale. E le elezioni politiche del 18 aprile, con la netta vittoria della Democrazia Cristiana e la sconfitta del Fronte Popolare.

Proprio in quell’aprile, nel pieno della campagna elettorale, Luigi e Maria si sono sposati, con un pranzo di nozze in cui le loro famiglie di piccoli contadini hanno profuso i loro averi, ma bisognava fare bella figura dopo gli stenti degli anni di guerra. La borsa nera è un ricordo ancora vivo. C’era ancora, anche se non per tutti i generi alimentari, la carta annonaria:  la razione giornaliera di pane era di 200 grammi a testa, c’era l’ammasso obbligatorio del grano in attesa dell’arrivo dei cereali americani.

La migliore cuciniera del paese ha preparato la finanziera, il nonno Censin ha procurato un chilo di farina bianca destinata a fare degli agnolotti con un ripieno di scarola, coniglio allevato in casa e un bel pezzo di lombo di maiale, offerto dal consuocero.

Maria ha appena vent’anni, Luigi qualcuno di più e un lavoro. La “sua” guerra sull’incrociatore Garibaldi è durata cinque anni, di cui gli ultimi due con gli Americani. È tornato con un piccolo gruzzolo, racimolato con qualche “missione speciale” che gli Alleati, forse impietositi da quei marinai italiani proprietari soltanto della loro divisa, incoraggiavano. A casa, dopo aver lasciato una parte del denaro alla famiglia, ha fatto un investimento per sposare Maria e arredare casa: ha comprato un maiale, lo ha allevato e rivenduto. Ed ecco il bufé, il tavolo e la stufa economica per la grande cucina, e ancora i mobili impiallacciati della camera da letto, dove dormono ben coperti dalla catalogna dono di nozze. Per il servizio igienico non serve niente, dato che il gabinetto è in comune sulla galerìa, nella casa di ringhiera di corso Torino ad Asti.

Da lì tutti i giorni Luigi si sposta in bicicletta alle Ferriere Ercole, dove è stato assunto come operaio, beneficiando di un decreto che obbliga le industrie ad assumere reduci e partigiani nella misura minima dell’8 per cento. Fa i turni, alternando le settimane: da ses a dùi (06.00-14.00) e da dùi a des (14.00-22.00), portandosi appresso il barachìn dove mette il pranzo: nella parte inferiore c’è quasi sempre una minestra e, due volte alla settimana, una pastasciutta condita con la cunsérva e più raramente con un ragù di carne che, a partire da luglio, si può tornare a comprare liberamente, come del resto il latte.

 

Nella parte superiore, la pitanséra, Maria mette ora un po’ di spezzatino, ora una fetta di salamino con i cavoli o, semplicemente, un uovo sodo e due cipolle bollite nell’aceto.

Alla domenica, quando finalmente mangiano insieme, Maria cucina spesso il merluzzo cumudà e, quando lo trova, il sanguinaccio con le cipolle. Un’altra ricetta, imparata dalla nonna e che costa relativamente poco, è la tàrtra: bastano poche uova, latte e il calore del forno del putagè. Viene fuori un piattino gustoso e delicato e, mettendoci insieme un pezzetto di salsiccia e un semolino dolce, sembra di essere all’albergo. A Maria non pare vero che nel giro di un paio di anni si possa, se pur con fatica, variare il menù e pensare non solo a sfamarsi ma anche ad apprezzare il gusto dei cibi. Con il salario di Luigi – intorno alle 27 mila lire al mese pagate a quindicina – non c’è comunque da scialare, tra affitto, legna da ardere, vestiario, spesa per il mangiare.

Maria vorrebbe comprare una ghiacciaia e smetterla di andare al pozzo vicino al Borbore per attingere acqua fredda in cui conservare il burro. Così decide di dare il suo contributo e di tornare per qualche periodo alla Sàcla (con l’accento sulla prima “a”), dove prima di sposarsi aveva già lavorato come stagionale “nei fagioli” e “nelle ciliegie”. Il lavoro “nelle ciliegie” è quello che le piace di più: si chiacchiera e intanto si snocciolano con il cuciarìn i frutti portati in cassette e via via rovesciati sul tavolone. Bisogna muovere le mani velocemente e fare il minor scarto possibile perché la paga è sul peso dello snocciolato e non si conteggiano i frutti rotti o danneggiati. Il massimo è con le extra, le ciliegie di calibro maggiore. Alla Sàcla Maria ci va in bicicletta, quella bici di seconda mano ma di buona qualità (ditta Gerbi) che l’alluvione del 4 settembre le porterà via, lasciandole per anni negli occhi il terrore di quel giorno, le grida sue e delle compagne, le richieste di aiuto, il fragore dei crolli, le arrampicate frenetiche sulle botti vuote accatastate per scampare all’acqua fangosa e guadagnare le alte finestre grigliate. Ci vorrà del tempo per dimenticare, ma rinasceranno le speranze. Arriverà un figlio e anche la Vespa da pagare a rate dove poi poter caricare tutta la famiglia e andare a trovare i parenti in campagna.

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