Non ricordo più se fossero Motta oppure Algida o Eldorado o Tanara oppure di qualche marca locale. So però che li vendevano Nilva e Nale del Bar Sport. Costavano trenta lire, erano coloratissimi e soprattutto nascondevano la sorpresa: sul bastoncino in legno, una volta liberato dal ghiaccio, poteva appariva la scritta vincente “Omaggio” che dava diritto a un altro ghiacciolo. Quanti ne ho mangiati e quanti ne ho vinti!
Ero di quelli che addentavano il ghiacciolo a grandi morsi così da scoprire subito se ne avevo vinto un altro e facendo in quel modo non vi dico i mal di testa provocati dal freddo del ghiaccio, quel dolore pazzesco che sentivi in fondo alla bocca e ti rispondeva in punta al naso e fra gli occhi che lacrimavano. Altri, invece, erano meno voraci. Succhiavano pian piano il ghiacciolo, che si riduceva man mano e diventava bianco perdendo il colore e finalmente svelava lo stecco. Inutile tentare di sbirciare in trasparenza, non si vedeva niente, lo sciroppo era denso, non lesinavano allora, e quindi toccava arrivare fino in fondo per scoprire se avevi vinto.
Allora correvo con lo stecco in mano da Nilva, che si complimentava, ritirava il bastoncino vincente e mi consegnava un nuovo ghiacciolo e tutto ricominciava dall’inizio, con la stessa fregola di arrivare in fondo il più presto possibile. La speranza era di fare f ilotto inanellando una serie infinita di ghiaccioli omaggio.
Girava voce che il record piemontese, anzi italiano, no meglio ancora “mondiale”, fosse di 12 ghiaccioli di fila: tutti omaggio! Non si vinceva solo con i ghiaccioli, ma anche con i Preferiti, cioccolatini rivestiti di carta trasparente rossa con all’interno una ciliegia imbevuta nello sherry ed era normalissimo darlo tranquillamente anche ai bambini. Adesso sarebbe scandaloso e si rivolterebbero educatori, psicologi e chissà chi altro ancora. Solo alcuni Preferiti sulla stagnola interna avevano la scritta: bis, tris o perfino il mitico superpremio: un orologio dorato in bella mostra accanto al contenitore sistemato sul bancone. Non si è mai saputo di qualcuno che l’abbia vinto.

Ma torniamo ai gelati che allora si sceglievano ignorando il rapporto “qualità prezzo”, il km zero, la confezione riciclabile e l’olio di palma free. Noi bambini a ogni estate imparavamo a memoria nomi, prezzi e foto dal colorato cartellone in lamiera accanto al frigo dei bar. Ricordo il Pinguino che esiste ancor oggi ed è padre di tutti i ricoperti, ma allora era “il” Pinguino. E il Fortunello e il Camillino: due biscotti scuri con in mezzo il gelato. Poi vennero il ghiacciolo di tre colori a piramide e quello alla Coca Cola e l’inquietante gusto Puffi blu intenso.
E c’erano anche la coppa all’amarena con le amarene vere e la meringa sul fondo e le coppette più semplici a due gusti: panna e cioccolato o limone e fragola. La Coppa del Nonno al caffè era roba da grandi. Il Cornetto Algida con la granella di nocciole in cima lo sbranavi per arrivare in fondo così da poterti gustare il culo di cioccolato. Il Piper era dentro un cilindro trasparente e lo spingevi su con un bastoncino di plastica. Così hanno inventato la pistola per il silicone o viceversa. E infine ecco il Calippo che se premevi troppo ti schizzava e cadeva a terra.
Nilva, la mia gelataia preferita di Carrù, ci ha lasciati da poco e voglio ricordarla così: lei diceva che cun en di d’amar et fai en client (cioè superava la tacca segnata sul bicchiere dell’amaro per dimostrare al cliente che nel suo bar si era generosi). La ricordo anche per queste parole e devo dire che certe cortesie sarebbero gradite anche oggi giorno, ma forse se ne accorgerebbero solo quelli “antichi” come me.












































