lunedì 5 Dicembre, 2022
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Un Paese un Castello

Dispute e battaglie per il controllo della rocca di Montaldo Scarampi

Dell’antico maniero restano storia e leggende

Basta affacciarsi sul cortile di Manfredo, in regione Sant’Antonio, appoggiare lo sguardo sulla scalinata di tetti per trovarsela lì davanti l’alta collina, squadrata come la base d’appoggio di una grande costruzione. In effetti lì c’era il Castello (e “Castello” si chiama ancora la piccola borgata arroccata intorno al promontorio), il più alto di questa zona del Monferrato, tra il Nicese e la piana del Tanaro.

Stemma di Montaldo Scarampi

Manfredo, artigiano falegname, anzi mes da bosch, di quelli di una volta, con l’arte nelle mani per una sorta di benedizione della natura, non a caso di cognome fa Scarampi, anche se non ammetterà mai la discendenza diretta per ritrosia tutta contadina. Lui, e suo padre Pietro e i nonni e bisnonni e via ad andare sull’albero genealogico, in quella cascina ci hanno sempre abitato, elevati non solo per cognome a testimoni nei tempi dei destini della loro borgata e del suo maniero. Un castello imponente, come testimoniano le mappe e le storie. Consultando la “corografia Artigiana” dell’avvocato Gian Secondo De Canis, scritta tra il 1814 e il 1916 e riveduta da Renato Bordone, è possibile leggervi: «La rocca di Montaldo era forte assai, siccome ne fanno ancor fede i suoi bastioni che tutt’ora sussistono, essendo il corpo del castello non pochi anni or sono distrutto. Io vidi quella rocca intiera sebben disabitata; essa occupava la vetta del colle, ed era di grande estensione. Alla medesima s’avea accesso per l’erta salita resa ora dalle ingiurie del tempo impraticabile. Non si vedono oggi che il recinto di sode mura da cui quel colle era cinto, ed un pezzo della fabbrica, il resto un mucchio di rovine. Al piè del colle, all’estremo della terra, trovasi l’abitato, il quale conserva un bell’ordine, fiancheggiando le case una bella longa strada, nel mezzo della quale sta la chiesa parrocchiale non troppo grande e di moderno disegno. La terra ha niente d’osservabile; il territorio che confina con Mombercelli, Rocca ed Agliano è fertile assai a produrre ottimi vini, vi si trovano boschi in poca quantità e scavansi molte conchiglie ed altri detrimenti marini». Questa era l’immagine a metà Ottocento. Ma per collocare storicamente il maniero montaldese occorre ripercorrere la storia del centro abitato. Nel sempre affascinante viaggio a ritroso attraverso i secoli ci fa compagnia Anna, moglie di Manfredo, studiosa dei luoghi e direttrice del locale Museo della Storia Contadina. È lei a fornire documenti antichi e testimonianze scritte, come quella estrapolabile da un consunto libro ritrovato dal marito in un mobile da restaurare, una parte di Castelli e Signorie in Valtiglione nel processo di trasformazione politica del territorio medioevale di Asti, di D. Giannoni, in cui, tra l’altro, si legge: «Questo paese nel 1018 venne denominato Monte Alto in un atto del vescovo di Asti Alrico (o Alderico), fratello del marchese di Susa Alderico Manfredi e zio della contessa Adelaide di Susa». E ancora: «Essendo il castello in potere di Bonifacio detto d’Incisa il di lui figlio, in accordo con gli Astesi, lo fece chiudere in carcere con la famiglia facendosi poscia cedere la rocca di Montaldo ed i suoi territori al prezzo della di lui libertà». La vicenda assume poi i colori del romanzo storico, con i nipoti figli di Bonifacio che «approfittando delle angustie in cui trovavasi il comune di Asti, flagellato e pressoché annientato dal Barbarossa imperatore verso il 1160, si impossessarono di Montaldo e di altri otto castelli…». E così via attraverso successioni e riconquiste, e ripassaggi di proprietà tra i marchesi di Incisa e il comune astese, fino alla cessione, il 15 settembre del 1210, ai Marchesi Pagano e Manfredo (ecco un nome che ritorna, ndr). Niccola Gabbiani, nella sua opera Asti nei Principali Suoi Ricordi Storici scrive: «Germi di guerra maturavano (anno 1369)…il vescovo di Asti, Giovanni Malabayla, operava d’intesa con marchese del Monferrato rivendicando il feudo di Montaldo astese (Montaltus Scarampius), tenuto ora indebitamente da Giovanni Cassulli di Carmagnola, ed il Paleologo si preparava ad aiutar con le armi il prelato artigiano…Il vescovo cominciò allora ad assoldar genti rompendo guerra aperta ai visconti…». Seguì un complesso gioco di alleanze sinché, nel gennaio 1370, «…la questione di Montaldo si riapriva, allorché il vescovo di Asti radunava truppe per assalire quella rocca mentre Federico di Saluzzo chiedeva aiuto d’uomini per difendere quel luogo… Quindi è che la terra e la rocca di Montaldo, palleggiate tra troppi aspiranti, restavano sopraffatte da quelle alternative nelle quali la morsa del più ambizioso e tenace finiva d’avere il sopravvento».

Mappa del territorio di Montaldo Scarampi risalente al 1764. Il castello e la sua cinta muraria occupavano gran parte dell’abitato.

Tempi grami, tempi di sottomissioni a nobili di interessi cangianti e di dipendenza dalle loro beghe per arrivare, si può dire finalmente, alla cessione agli Scarampi (nel 1339), mezzi banchieri e mezzi usurai (la distinzione non è mai stata facile). Fu un periodo breve, sino al 1345, ma sufficiente a lasciare il cognome per sempre sulla toponomastica del luogo, che diventò Montaldus Scarampus per distinguerlo, dice sempre il De Canis, dagli altri numerosi Montaldi della nostra regione. Tutti i castelli della Valtiglione e tutto il contado divennero poi feudo di Gian Galeazzo Sforza e della figlia Valentina. Fu quello il periodo di maggior splendore per la turrita casa fortificata, come per le altre dominanti i colli circostanti (Montegrosso, Mombercelli, Castelnuovo, il meno vicino Colosso) e, si immagina, di tranquilla operosità della popolazione. Passarono quasi due secoli. Poi, nel 1639, il dramma e pare di leggere I promessi sposi del Manzoni nelle stupende pagine del passaggio dei Lanzichenecchi attraverso il ponte sull’Adda. Racconta l’anonimo storico locale, autore di una articolata Origine e Storia del Castello e del Paese di Monte Alto: «Fervendo la guerra con gli spagnoli, Montaldo ebbe, addì 24/8, a sopportare tutte le sevizie dell’irrompente vincitore, giacchè Filippo di Silva, generale della cavalleria inviato dal marchese di Legarres a devastare i paesi soggetti al duca di Savoia Vittorio Amedeo I, fu superiore a se stesso nell’adempiere il feroce mandato mettendo a fuoco e ferro tutto ciò che si parò sulla via indi incendiare molte case, spogliare le chiese ed il convento dei monaci di San Bernardo, assaltare e in parte demolire mura della fortificazione». «Nel 1641, mentre i francesi… assediavano Nizza presidiata dalle genti dei principi di Savoia, questi inviarono al fortilizio di Montaldo un reggimento di cavalleria che si opponesse al reggimento francese, i quali in numero molto maggiore respinsero il nemico circondandolo in guisa che pochissimi poterono scampare all’eccidio e lo stesso capitano se ne fuggì sfruttando segreti passaggi». Anna Scarampi conferma come quella lontanissima battaglia, combattuta in gran parte in Valle Resio, sia rimasta nella memoria collettiva, e come lei stessa abbia visto, conservato gelosamente da un contadino, uno spadino iberico ritrovato in una vigna. Nei decenni successivi il maniero, parzialmente distrutto, fu ricostruito ma, intorno alla metà dell’Ottocento, un grande incendio attaccò nei suoi punti vitali la struttura. Il resto, a quel punto, lo fecero il tempo, gli abitanti della zona, a caccia di pietre squadrate e laterizi vari utili alle loro costruzioni. I resti del castello furono letteralmente “smontati” e finiti nei muri e nelle fondamenta di case e cascine. 

L’asilo infantile, ai piedi della salita verso il castello in una foto della fine dell’800, ove nel 1400 sorgeva la Chiesa dei Battuti, “entro le mura”

Il mito della Madonna d’oro e del cunicolo segreto

 

Resta a ricordare com’era una stampa d’epoca tratta dalla Mappa del Territorio di Montaldo Scarampo, del 3 settembre 1764: il castello era costituito da un’ampia costruzione rettangolare ancorata a quattro imponenti torri merlate, e soprattutto rappresentava il fulcro di un grande borgo protetto da alte mura, che scendeva verso la strada comunale inglobando l’attuale Museo della Storia contadina, ex asilo infantile e prima ancora Chiesa dei Battuti dedicata a San Nicolò. Lì, all’epoca, doveva sorgere l’antica Pieve di San Pietro, con attiguo cimiterius, saccheggiata dai mercenari e forse luogo di conservazione della favolosa Madonna d’Ora. La struttura muraria proseguiva risalendo lungo la via e verso il colle appena prima della chiesa parrocchiale dedicata a San Ponziano, non a caso nominata “fuori le mura”, e dell’attuale municipio. Come è ovvio, non possono mancare le “storie” intorno alle vicende castellane e paesane, filtrate attraverso la memoria del tempo e le chiacchiere nelle stalle in cui i contadini passavano le lunghe notti invernali, a viè (vegliare). Come quella della “Madonna d’oro” trafugata dagli alemanni nella spogliazione e parziale distruzione di San Bernardo entro le mura, di cui tuttavia non vi è traccia documentale alcuna. Vero è invece il ritrovamento, negli Anni Settanta del Novecento, proprio sotto il selciato della moderna piazza Romita (dove si giocano le partite di tamburello sfruttando i rimbalzi della pallina sull’enorme muraglione di sostegno della rocca), di un profondo pozzo colmo di scheletri umani, forse le vittime di un eccidio, e dell’epidemia di peste che imperversò anche da queste parti a metà Seicento. Anna Scarampi riferisce anche di un cunicolo scavato nel tufo, alto abbastanza da poterci passare un uomo con il suo cavallo, sotto la residua muratura della rocca, nel versante che volge a Mombercelli. I ragazzi del secolo scorso in cerca di avventure si infilavano sfidando i rovi che ne coprivano l’ingresso. Superando la paura del buio e le pareti in parte franate, percorrevano parecchi metri, arrendendosi solo di fronte al crollo totale della galleria. Ora, chi si avventura sull’erta salita trova un campo da tennis in cemento e la torretta, per fortuna ben mascherata da alberelli e cespugli, dell’acquedotto, segno dei tempi mutati e della modernità violentatrice di ogni memoria storica. Non resta del castello di Montaldo che la vista straordinaria sulle colline del Monferrato, con i suoi poggi, i campanili, le vallate e, nelle giornate limpide, lo sfondo dell’intera corona alpina. E chi volesse infilare le mani nella chiara terra montaldese, poiché lì una volta c’era il mare, facilmente troverà qualche conchiglia. La sfreghi tra pollice e indice e, come dicevano i nostri vecchi, porterà fortuna, giusto per spiegare come mai a Montaldo ci siano così tanti ultranovantenni e qualche centenario.  

 

 

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