giovedì 8 Dicembre, 2022
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MEMORIE A TAVOLA

“Bôn aptit”, il pranzo della vendemmia è sotto il noce

Tutti a pescare i pezzi migliori di bulè, tonno e cipolline

«Dove sono finiti Pietro e Giustino? Non vengono a scuola da tre giorni» aveva detto la maestra. 

«Vanno a vendemmiare… ma lunedì tornano. Suo papà, di Pietro, lo sa che bisogna freguentare la lezione» aveva risposto Marisa.

«Frequentare con la “q” di quadro». La maestra Carla, pluriclasse secondo ciclo 1959, in quel momento non si era ricordata che la famiglia dei due ragazzi possedeva 6 giornate di vigna. Si era limitata ad annnuire e aveva aggiunto che tutta la classe avrebbe portato un bel componimento sull’autunno. Poi Pietro e Giustino avrebbero raccontato a voce ai compagni della loro vendemmia.

Un quaderno delle elementari, Anni ‘50

Una vendemmia buona, quell’anno. Le barbere delle vigne vecchie mostravano grappolini spargoli con il picciolo rosso, gli acini piccoli e dolcissimi. Le viti più giovani erano cariche, i grappoli grossi, gonfi, pesanti, qualche muffetta che si levava via con una scrollata o con un sommario colpo di forbici: una buona produzione per la Cantina Sociale. Era così, quasi tutti lo facevano, di vinificare in proprio le uve migliori e di portare alla Cantina le altre. Si era ancora lontani dal diradamento per diminuire la produzione e aumentare la qualità. E si era anche lontani dalle multe salate che oggi l’Ufficio del lavoro appioppa se scopre che si usano lavoranti non in regola, a maggior ragione se minori. Allora, tutti i componenti della famiglia – ragazzini compresi –, parenti e vicini partecipavano ai lavori, con la consuetudine dello scambio: “tu vieni da me e dopo io vengo da te”. Naturalmente ciascuno secondo le sue possibilità. Le donne, gli anziani e i ragazzi tagliavano i grappoli e colmavano le ceste, le cavagne. Gli uomini passavano nei filari e se le caricavano in spalla, oppure le vuotavano nella brenta portata sulla schiena che, con un abile colpo del dorso, veniva scaricata nell’arbi, la bigoncia. Sulle colline più impervie, dove era difficile manovrare con gli ancora rari trattorini cingolati, era consueto l’uso del rabél (o strisùn), una specie di traino con cui si strisciavano lungo la capezzagna i contenitori pieni d’uva, fino alla bigoncia.

Un quaderno delle elementari, Anni ‘50.
Un quaderno delle elementari, Anni ‘50

«Non è che abbiamo sempre vendemmiato – raccontarono Pietro e Giustino al loro ritorno in classe – Giocavamo anche con il rabél. Giocavamo ad andare sulla slitta, come si fa sulla neve. Ma noi in montagna non siamo mai andati. D’inverno ci divertiamo a strisciare sulle discese dei prati, con i cartoni sotto il sedere… E poi, nella vigna, andavamo a cercare i filari con il moscato d’Amburgo, ne abbiamo mangiato! Ma poi la mamma ci ha dato dei platò, abbiamo steso i grappoli più belli, quelli che si conservano per l’inverno, nel fresco del solaio».

I compagni facevano domande, volevano sapere del tiro di buoi, se ce la facevano a portare a casa le bigonce stracariche. Chiedevano se ai bambini era stato concesso, alla sera, di scendere scalzi nella bigoncia a pestare l’uva. Oppure domandavano se si era fatta la merenda nella vigna.

«Altro che merenda!». Un pranzo, al fondo della capezzagna, dove il noce faceva una bella ombra. E cominciarono a raccontare, anzi a elencare, con gli occhi luccicanti, quello che era uscito fuori dalle ceste che la nonna aveva portato verso mezzogiorno. Prima il salame cotto, già affettato dalla bottega. Poi le frittate, verdi e gialle: quelle gialle con la cipolla, le altre con tante erbe e un profumino di menta, come quello che si sentiva vicino a un certo fossato della vigna. Le uova sode Pietro e Giustino non le hanno mangiate, per aspettare le cose più buone che sono venute dopo: la gorgonzola, le sardine sott’olio e il Bôn aptit. «Il nonno ha aperto una scatola grande, ordinata apposta al negoziante, e tutti, con la forchetta o con il pane, pescavamo i bocconi migliori, insieme alle verdure rosse di pomodoro: un bel pezzo di bulé, una scaglia di tonno, una cipollina croccante. E in bocca… un buon gusto un po’ acidino ma anche dolce».

I compagni, intanto, smozzicavano sottobanco il panino col salame portato per la colazione. I più fortunati si ungevano le mani con qualche brandello di “pizza” – in verità focaccia bianca – che più aveva grani di sale grosso e più era buona. Un paio di bambine facevano scricchiolare il cellophane del Buondìmotta. E Pietro le prendeva in giro: «Roba da femminucce

Era suonata la campanella della ricreazione. 

La Ricetta

 

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